I misteri della Torà Pubblicato il 19 December, 2016

Come mai D-O, nel Giardino dell’Eden, pur sapendo perfettamente dove Adamo si trovasse dopo il peccato, lo cercò chiedendogli: “Dove sei?” In questa domanda vi è un messaggio profondo, qualcosa che D-O chiede in ogni momento ad ognuno di noi. Ogni Ebreo deve sapere che questa domanda ‘Dove sei?’ è rivolta a lui personalmente ed in ogni momento, al di là del livello alto o basso al quale egli possa trovarsi. È la domanda con cui dall’Alto ci viene chiesto se abbiamo realizzato lo scopo della creazione, la trasformazione di questo mondo basso e materiale in una dimora adatta ad ospitare e rivelare la Presenza Divina.

“Dove sei?”
Riguardo al periodo di imprigionamento dell’Admòr HaZakèn, il primo Rebbe di Chabad, che si concluse con la sua liberazione il 19 del mese di Kislèv, data che viene festeggiata con grande rilevanza in tutto il mondo chassidico, e non solo, come ‘festa della redenzione’, si racconta, fra gli altri, un particolare episodio: un giorno, l’Admòr HaZakèn fu interrogato da un ministro, che era assai erudito in questioni di Ebraismo e nelle Scritture. Una delle domande poste al Rebbe fu: come mai D-O, nel Giardino dell’Eden, pur sapendo perfettamente dove Adamo si trovasse dopo il peccato, lo cercò chiedendogli: “Dove sei?” La risposta che il Rebbe gli diede, citando il commento di Rashi, non soddisfò il ministro. Quella risposta gli era già nota ed egli era interessato alla spiegazione personale del Rebbe. Questi allora gli disse: “Quando una persona arriva, per esempio, all’età di… (e qui il Rebbe citò esattamente gli anni del ministro che lo stava interrogando), l’Onnipotente gli chiede: ‘Dove sei? Sei consapevole del motivo per il quale sei stato creato sulla terra? Sei consapevole di cosa ci si aspetta che tu faccia, e di quanto tu hai fatto?’ Si dice che questa risposta salvò il Rebbe stesso dal ‘klòt hanèfesh’, dal distacco della sua anima che, esaltata dalla possibilità che le si era presentata di subire il martirio per santificare D-O e gli insegnamenti dei suoi maestri, il Baal Shem Tov ed il Magghìd di Mezerich, era disposta con gioia a sacrificare la propria vita. E fu proprio la sua stessa risposta al ministro a ricordargli il proprio compito, la propria missione che gli richiedeva di restare qui sulla terra, come anima rivestita di un corpo. Un tale episodio, accaduto ad una delle guide del nostro popolo e riportato successivamente di generazione in generazione a tutta la comunità dei Chassidìm e, attraverso di loro, a tutto il popolo Ebraico, contiene evidentemente un insegnamento valido per tutti. Ogni Ebreo deve sapere che questa domanda ‘Dove sei?’ è rivolta a lui personalmente ed in ogni momento, al di là del livello alto o basso al quale egli possa trovarsi. Per qualcuno questa domanda può contenere un monito a non seguire una via spirituale che provochi un distacco totale dalle cose del mondo, come accadde ai figli di Aharòn il Sacerdote, ‘che si erano presentati davanti al Signore ed erano morti’ (Vaykrà 16, 1). Per qualcun’altro, invece, ‘Dove sei?’ può essere un monito a non indulgere nelle passioni e nei piaceri del mondo, dimenticando la propria missione nel mondo, ed un incoraggiamento a rafforzare il proprio studio della Torà e l’osservanza delle mizvòt. Ma, soprattutto, questa domanda reindirizza ciascuno di noi verso il suo servizio, in modo da realizzare il destino per il quale è stato creato, con piacere e gioia del cuore.

Il ‘via’ alla diffusione
All’atto dei fatti, l’arresto dell’Admòr Hazakèn fu il risultato dell’istigazione degli oppositori della Chassidùt, persone senza scrupoli che, calunniando il Rebbe, misero in pericolo la sua vita e la sopravvivenza stessa della Chassidùt. Ma per ogni cosa che accade qui nel mondo, vi è un corrispettivo ed un’origine nei mondi spirituali. In questo caso, l’accusa in Cielo fu quella di voler svelare i misteri della Torà, che fino ad allora erano stati mantenuti segreti ed ai quali potevano accedere solo pochissimi uomini, grazie alla loro grande santità, che corrispondeva anche ad un’eccezionale profondità del loro sapere e del loro studio. Solo all’epoca del grande rabbino cabalista Izchak Luria, l’Arìzal, lo studio di quest’aspetto esoterico della Torà iniziò a divenire permesso ed anche assolutamente necessario. Ma il cambiamento non potè essere così drastico, cosicchè, quando iniziò la diffusione di questi segreti a tutti gli Ebrei, con l’opera del Baal Shem Tov, seguita da quella del Magghid di Mezrich, si alzò una forte opposizione. L’Admòr Hazakèn poi, discepolo del Magghìd, rivelò e diffuse i misteri della Torà, la parte interiore della Torà, in modo ancora più esteso, rendendola accessibile ad ogni Ebreo. Ed infatti egli fece ciò in modo che questi insegnamenti potessero essere compresi non solo a livello trascendentale della natura spirituale dell’uomo (la sua anima Divina), ma anche a livello logico e razionale della normale comprensione dell’intelletto umano. Questo ‘salto’ portò ad una severa accusa in Alto che, sul piano della realtà materiale, si riflettè nell’arresto del Rebbe. La sua liberazione significò quindi il riconoscimento finale della funzione della Chassidùt e delle attività del Rebbe, non solo a livello del mondo fisico, ma anche e soprattutto a quello spirituale. Fu come un ‘permesso’ ufficiale dall’Alto, di rivelare gli elementi nascosti della Torà e di portarli nella sfera della comprensione umana.

Come realizzare il nostro compito
Ma come è possibile, in pratica, afferrare razionalmente simili misteri? Come può l’anima sopportare rivelazioni così grandi e continuare a restare legata alla materialità del corpo, senza desiderare solamente di staccarsene, per riunirsi alla sua Sorgente? E qui arriva l’insegnamento dell’Admòr HaZakèn. Nel suo stato di ‘klòt hanèfesh’, egli sentì la domanda “Dove sei?” La domanda stessa che noi sentiamo, quando ci viene chiesto dall’Alto se abbiamo realizzato lo scopo della creazione, la trasformazione di questo mondo basso e materiale in una dimora adatta ad ospitare e rivelare la Presenza Divina, ha la forza di conferire a noi, esseri creati, la capacità di divenire, pur nella nostra condizione bassa e materiale, una dimora per l’Essenza Divina. In questo modo, tutte le limitazioni vengono rimosse. Quando infatti non si agisce indipendentemente, ma piuttosto delegati e investiti della forza di Chi ci chiede “Dove sei?”, di D-O benedetto Stesso, di Colui che tutto può e Che è in grado di riunire gli opposti, allora diviene possibile rivelare anche le parti più nascoste della Torà. E questa rivelazione del segreti della Torà opera anche una rivelazione dell’aspetto più profondo e nascosto della nostra anima, là dove essa è legata all’aspetto più nascosto del Santo, benedetto Egli sia, alla Sua Stessa Essenza.
(Shabàt parashà Vayshlàch 5718)

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