‘Esodo’: ogni giorno, noi usciamo dall’Egitto. Pubblicato il 31 December, 2017

Ogni giorno, noi dobbiamo sentirci, come se noi stessi entrassimo, oggi, nell'esilio dell'Egitto, ed uscissimo da esso. Ma la condizione vera e reale dei Figli d'Israele, è quella di essere al di sopra dell'esilio. (Mayan Chai - p. Shemòt)


Shemòt (a)

      Il Libro di Shemòt (Esodo) e i Libri che lo seguono, costituiscono, nel Pentateuco, una spiegazione ed un commento al Libro di Bereshìt (Genesi). Il Libro di Bereshìt racconta gli avvenimenti, che riguardano i nostri Padri: Avrahàm, Izchàk e Yacov. “Le azioni dei Padri sono un segno per i figli”. Il servizio Divino dei Padri del popolo fornisce ai figli, la forza di andare sulla loro strada e di continuare questo servizio.
I Padri vissero prima del Matàn Torà, mentre il servizio dei figli venne, per lo più, proprio dopo il Matàn Torà. Il servizio Divino, che segue il Matàn Torà, è stato reso possibile grazie alla preparazione svolta dai Padri, prima di esso. I Padri prepararono il mondo al collegamento del Divino col mondo, (con il quale la spiritualità può penetrare la materia), che iniziò con il Matàn Torà. I Padri prepararono la possibilità, mentre i figli realizzano questo servizio, nei fatti.
L’‘introduzione’ al servizio dei figli, che ha inizio nel Libro di Shemòt, incomincia con le parole: “Questi sono i nomi dei Figli d’Israele venuti (che vengono) in Egitto”. La discesa in Egitto, il luogo più degradato, il tener duro in un paese così impuro, provano che i Figli d’Israele sono veramente i “figli” dei “Padri”. Essi continuano la loro strada e compiono le mizvòt di D-O, nonostante le numerose difficoltà, le ristrettezze ed i limiti.

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     Questo ci aiuterà anche a capire perché è detto: “…che vengono in Egitto”, con l’uso del verbo al tempo presente, e non “che vennero in Egitto”, al passato. Dato che i Figli d’Israele ricevono in eredità tutto ciò che riguarda i Padri, noi non apparteniamo per nulla all’Egitto, e, ogni giorno, noi ci sentiamo, come se fossimo arrivati solo oggi. Nonostante essi si trovino da così tanto tempo in esilio, dopo tutte le difficoltà, la realtà dei Figli d’Israele è al di sopra dell’esilio. Ogni momento è, quindi,  come se, solo ora, fossero entrati in esilio.
‘In ogni generazione (e l’Admòr HaZakèn spiega nel Tanya, che si intende con ciò, ogni giorno) l’uomo deve vedere se stesso come se fosse uscito (oggi) dall’Egitto.’ Per uscire dall’Egitto, bisogna, innanzitutto, essere in Egitto. Noi dobbiamo sentirci ogni giorno, come se noi stessi entrassimo, oggi, nell’esilio dell’Egitto, ed uscissimo da esso.
Come è possibile per noi, che ci troviamo alla fine dell’epoca dell’esilio, quando ormai tutto il lavoro è stato compiuto, ‘vivere il momento’, e cioè, ‘vivere’ la parashà, il cui argomento principale è la discesa nell’esilio?!
Per questo arriva l’insegnamento, che rivela come la condizione reale dei Figli d’Israele sia al di sopra dell’esilio, ed è perciò che ogni momento della nostra permanenza nell’esilio è, di fatto, come dicono le parole del verso, del tipo: “che vengono in Egitto”.
Noi dobbiamo essere pieni di fede, forza e certezza (in particolare sentendo noi dal Moshè Rabèinu della nostra generazione, il Rebbe, guida della generazione) che, immediatamente, si compirà la promessa pakòd pakadti etchem (D-O vi visiterà) nella Gheulà vera e completa e dobbiamo anche incoraggiare e rafforzare i Figli d’Israele (spiegando) che il nostro Giusto Moshiach è dietro la porta, ed ecco, egli arriva, e che dobbiamo prepararci a riceverlo, aggiungendo e migliorando il nostro compimento della Torà e delle mizvòt.
Come afferma, nelle sue halachòt, il Rambam (l’anniversario della cui morte cade questa settimana, nel giorno 20 di Tevèt): ‘tramite anche una sola mizvà, noi facciamo pendere il mondo dal lato del giudizio positivo, procurando ad esso salvezza e redenzione’.

(Riassunto dal ‘Libro dei discorsi’- 5751, pag. 240-249) 

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