I Dieci Comandamenti Pubblicato il 2 August, 2017

Nella parashà di Itrò, la Torà narra della promulgazione della Torà da parte di D-O stesso, mentre in una successiva parashà, Vaetchannàn, il Matàn Torà è riferito, nella narrazione che Moshè Rabèinu ne fa. In questa ripetizione del racconto del Matàn Torà, è possibile trovare un insegnamento centrale riguardo tutta la Torà.


    I Dieci Comandamenti vengono riportati due volte, nella Torà: una nella parashà di Itrò ed una nella parashà di Vaetchannàn. Poichè i Dieci Comandamenti sono il fondamento di tutta la Torà e la comprendono nella sua interezza, è evidente che la loro ripetizione viene a portarci un insegnamento centrale riguardo a tutta la Torà. Ognuna di queste ripetizioni, infatti, rappresenta un approccio, che è essenziale per la nostra osservanza della Torà, nella sua completezza.

     La differenza fondamentale tra la narrazione della promulgazione dei Dieci Comandamenti nelle due parashòt è questa: la parashà di Itrò racconta come i Dieci Comandamenti furono dati da D-O, mentre la parashà di Vaetchannàn presenta la descrizione di Moshè della promulgazione dei Dieci Comandamenti. Sono “le parole di Moshè”, in questo caso, e non direttamente le parole di D-O. Questa differenza riflette due dimensioni fondamentali della Torà: da un lato la Torà è “la volontà di D-O e la saggezza di D-O”, “la Torà ed il Santo, benedetto Egli sia, sono una cosa sola”. Da questa prospettiva la Torà è un “tesoro nascosto”, al di sopra della possibilità dell’uomo di afferrarlo. Dall’altro lato, invece, la Torà è discesa, percorrendo stadi occulti, attraverso la sequenza di tutti i mondi spirituali, fino a rivestirsi di entità materiali, in questo mondo materiale. Il culmine di questo processo lo si trova nel Matàn Torà, quando cioè la Torà venne data al Popolo d’Israele, nel suo risiedere qui, in questo mondo terreno e materiale. Da allora la Torà non è nei cieli, essa è ormai un possesso del Popolo d’Israele. Dopo il Matàn Torà, infatti, la Torà deve essere studiata dagli Ebrei in quanto “anime dentro corpi fisici” ed è  in base alla loro comprensione, che le leggi della Torà vengono quindi stabilite. Con l’osservanza delle mizvòt, poi, l’Ebreo trasforma il mondo in una dimora per D-O.

    Queste due dimensioni devono riflettersi nel modo in cui ogni Ebreo studia la Torà. La consapevolezza che la Torà trascende l’intelletto umano, porta al riconoscimento della propria nullità. Ciò si esprime, per esempio, nel verso di apertura della preghiera dell’Amidà: “Apri, o D-O, le mie labbra e la mia bocca narrerà la Tua lode”. Nonostante sia l’uomo a parlare, ciò che egli dice è la “Tua lode”, le parole di  D-O e non le proprie. La Presenza Divina parla attraverso la sua gola. Su questa base, è possibile comprendere ciò che dicono i nostri Saggi, e cioè che noi dobbiamo studiare la Torà con la stessa riverenza e con lo stesso timore, che gli Ebrei sperimentarono all’atto del Matàn Torà, sul monte Sinai. Pur mancando, infatti,  tutti i miracoli palesi, che accompagnarono allora quell’evento, l’essenza dell’esperienza stessa, che permette ad un essere umano limitato di percepire la parola di D-O, è la stessa. D’altro lato, noi dobbiamo anche considerare che la Torà fu data all’uomo, nella sua condizione di anima dentro un corpo fisico, posta in un mondo del tutto materiale. Secondo ciò, una persona deve sforzarsi di comprendere la Torà secondo i propri mezzi e le proprie facoltà intellettive. Quando egli raggiunge, poi, questa comprensione, la Torà che ha studiato viene considerata come sua. Egli riceve una parte di autorità sulla Torà che ha studiato.

    Noi possiamo ritrovare queste due dimensioni, anche per quel che riguarda il fine ultimo dello studio della Torà:  preparare una dimora per D-O in questo basso mondo. Il detto dei nostri Saggi, “Chi entra in un paese deve seguirne le usanze”, può essere applicato anche alla Torà, che è discesa in questo mondo materiale. La Torà, che è una  cosa sola con D-O, grazie alla sua possibilità di adattarsi alla materialità del nostro mondo, ha la capacità di farlo diventare una dimora per D-O, di rivelare la Sua Presenza trascendente, infinita, qui nel nostro mondo finito. L’Ebreo, quindi, non deve sforzarsi di elevarsi al di sopra dell’esistenza materiale, ma deve vivere in essa, in accordo con la Torà, perchè solo in questo modo può trasformarla in una dimora per D-O.

    È possibile ora comprendere meglio il significato che emerge dalla differenza della narrazione dei Dieci Comandamenti nella Torà. Nella parashà di Itrò, la descrizione dei Dieci Comandamenti riflette la parola di D-O, e ciò garantisce all’Ebreo la possibilità, che il suo studio della Torà rifletta, a sua volta, la parola di D-O. Vediamo come. Il verso  introduttivo ai  Dieci Comandamenti, tradotto letteralmente,  dice  “E  D-O pronunciò tutte queste parole per dire (lemòr)”. I commentatori spiegano che la parola lemòr, “per dire”, appare frequentemente nella Torà, e significa che il messaggio espresso, deve essere a sua volta comunicato e passato ad altri. In questo caso, però, questo significato non si adatta alla circostanza, in quanto al momento del Matàn Torà, l’intero Popolo Ebraico era presente. Il significato non può essere neppure di comunicare il messaggio alla generazioni future, dato che tutte le anime del Popolo Ebraico, comprese quelle di coloro che dovevano ancora nascere, erano presenti al Monte Sinai. Il significato, quindi, dell’espressione usata in questo caso è che D-O diede agli Ebrei il potere di pronunciare parole di Torà come Egli le pronunciò, così che le parole di Torà studiate da un Ebreo siano “parole di  D–O.”

     La descrizione dei Dieci Comandamenti nella parashà di Vaetchannàn, invece, è pronunciata da Moshè. Ciò garantisce all’Ebreo la possibilità di comprendere la Torà nel contesto del suo intelletto umano limitato e, in un senso più allargato, di fare una dimora per D-O, nel contesto del nostro mondo materiale. È con la fusione di questi due approcci, alla fine, che l’Essenza Divina potrà essere rivelata in questo mondo materiale, senza limitazioni.

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