Il 19 di Kislèv ed il compito di ogni Ebreo Pubblicato il 1 December, 2017

Le “sorgenti”, e cioè la parte interiore, più profonda e nascosta della Torà, non devono rimanere nel luogo dal quale esse hanno origine, il luogo più elevato della santità. Le “sorgenti” devono uscire con forza e scorrere fino a raggiungere i luoghi più remoti e lontani. Questo è l'insegnamento del 19 di Kislèv.  


La diffusione delle “sorgenti”.
Il 19 di Kislèv, giorno in cui l’Admòr HaZakèn, primo Rebbe e fondatore della Chassidùt Chabad, fu rilasciato dalla prigionia subita in conseguenza del tentativo degli oppositori della Chassidùt di bloccare la sua attività, è chiamato ‘Capodanno della Chassidùt’ e ‘Festa della Gheulà’. Questo giorno cade sempre in prossimità della parashà VaYshlàch (‘Ed inviò’), ed essendo noto che nulla al mondo avviene per caso, bensì tutto è diretto dalla Divina Provvidenza, anche questa concomitanza non è casuale ed in questa parashà si può trovare un’allusione al tema del 19 di Kislèv. Il significato essenziale di questo giorno è che esso rappresenta l’inizio vero e proprio, in dimensione vasta, generale ed allargata, della diffusione delle “sorgenti” (della Chassidùt). Le “sorgenti”, e cioè la parte interiore, più profonda e nascosta della Torà, non devono rimanere nel luogo dal quale esse hanno origine, il luogo più elevato della santità. Le “sorgenti” devono uscire con forza e scorrere fino a raggiungere i luoghi più remoti e lontani. E non semplicemente scorrere, bensì essere oggetto di diffusione attiva, al punto che le sorgenti stesse, e non solo le acque che ne sgorgano, devono raggiungere ogni luogo. Ogni Ebreo può e deve diventare una ‘sorgente’, la fonte stessa della diffusione, poichè ogni Ebreo ha in sè una parte Divina, che è fonte di luce e santità. Questo è l’insegnamento che si ricava dal 19 di Kislèv: portare la luce della Torà, e soprattutto l’interiorità della Torà, in ogni luogo, ad ogni Ebreo, anche a quello più lontano, a quello che è apparentemente più ‘immerso’ nell’esteriorità. Anche a lui deve arrivare la “sorgente” stessa.

Ogni Ebreo è un emissario.
Il nome della parashà è VaYshlàch (‘Ed inviò’). Quando è necessario, si invia qualcun altro, che non sia la persona stessa, in qualità di emissario (shalìach). Un emissario può arrivare fin nei luoghi più lontani, e di lui si dice: ‘l’emissario di una persona è come la persona stessa’. Quando un emissario giunge nel posto dove è stato inviato a compiere la sua missione, è come se il mandante stesso si trovasse sul luogo. La diffusione delle “sorgenti” si trova espressa in VaYshlàch – ‘ed inviò’. Le “sorgenti” non restano al loro posto, bensì vengono inviate, diffuse in ogni luogo. Questo tema di ‘Ed inviò’ è sempre esistito, in ogni generazione. D-O ‘invia’ l’anima nel corpo fisico, in modo che essa possa attivarlo, e far sì che l’uomo serva D-O come si conviene. Questa missione è iniziata con Adamo, il primo uomo, ed Eva, ed è continuata lungo tutta la loro discendenza, fino ad oggi. In ogni generazione si può ritrovare il tema dell’invio di emissari. I grandi d’Israele erano soliti inviare emissari con compiti determinati, riguardanti la Torà e le mizvòt. Riguardo questo tema, un accento ulteriore si è aggiunto con il Baal Shem Tov, il Magghìd di Mezritch, l’Admòr HaZakèn, e, dopo di loro, tutti i Rebbe di Chabad, che hanno assegnato una missione fondamentale a ciascun Ebreo: ‘diffondere le sorgenti in ogni luogo’. Il Rebbe precedente, l’Admòr HaRayàz, ha annunciato ad ogni componente della nostra generazione, uomini, donne e bambini, che il ‘precetto’ della nostra generazione è quello di essere emissari. Ognuno ha il dovere di essere un emissario. Emissario della diffusione della parola di D-O, della Torà e dell’Ebraismo in ogni luogo. Portare la luce in ogni luogo in cui si arriva e col quale si viene in contatto. Questo è il compito speciale della nostra generazione.

(Adattato da Likutèi Sichòt, vol. 25, pag. 365 – 366)

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