Il mese di Tamùz Pubblicato il 4 July, 2017

Il mese di Tamùz unisce in sè contenuti, che sono completamente opposti, aspetti antitetici fra di loro, eppure entrambi giusti e veri: un aspetto è ‘esteriore’ e ben visibile, mentre il secondo è ‘interiore’, nascosto.  


tamuzDue date importanti, due opposti
Nel mese di Tamùz vi sono due date particolari.  La prima è il 17 di Tamùz, che è il “quarto digiuno” ricordato nei Profeti (Zaccaria 8, 19). Cinque eventi accaddero ai nostri padri in questo giorno (un varco fu aperto nelle mura della città, ecc…) e da questo giorno inizia il periodo chiamato “tra le ristrettezze”, giorni cioè di lutto per la distruzione del Tempio. L’altra data particolare di questo mese, è quella della ‘festa della redenzione’ del 12 – 13 di Tamùz, in cui il Rebbe Precedente, il Rebbe Rayàz (Yosef Yizchak Schneersohn) fu liberato dal suo imprigionamento e dal suo esilio, nella Russia comunista.  Questa liberazione non fu un fatto che riguardò il Rebbe soltanto, ma, come egli  scrisse in una sua lettera, dopo la liberazione: “Non solo me D-O ha liberato, ma anche tutti quelli che hanno a cuore la Santa Torà, quelli che osservano le mizvòt e quelli che, semplicemente, appartengono al popolo Ebraico…”, il che vuol dire una liberazione di tutto il popolo d’Israele. Appartenendo questi due giorni, nei quali accaddero avvenimenti così importanti, al mese di Tamùz, vi deve essere per forza un qualche collegamento che li unisce a questo mese in particolare: il contenuto spirituale, cioè, che caratterizza questo mese deve avere un collegamento con quello di queste particolari date. Ciò però non risulta per nulla evidente: come può il mese di Tamùz unire in sè contenuti, che sono completamente opposti? Da un lato, infatti, il mese è collegato al 17 di Tamùz, all’esilio, mentre dall’altro al 12 – 13 di Tamùz, alla redenzione.

Due esempi
La cosa risulterà più chiara se rifletteremo su questi due esempi: il piccolo figlio di un re si sporcò; cosa fece il re? Tanto era l’amore che egli nutriva per il suo piccolo unico figlio, che il re stesso, dall’alto della sua grandezza e maestosità, abbandonò le sue occupazioni per lavare, egli stesso in persona, il figlio dalla sua sporcizia. Per pulirlo bene, però, egli dovette strofinarlo forte e usare acqua calda. Ciò evidentemente provocò dolore al piccolo, che pianse, eppure, nonostante il dolore ed il pianto, proprio il fatto che il re stesso abbia provveduto a lavare il proprio figlio, dimostra in particolare il grande amore, che egli nutre per lui. Il secondo esempio: un padre punì il figlio, che aveva fatto qualcosa che non doveva. Il grande amore del padre verso il figlio fece sì che egli prendesse a cuore la cosa, provando un forte dispiacere per la cattiva azione del figlio e questo stesso profondo amore lo portò ad agire in una modalità che andava contro la sua natura: egli fece forza sui propri sentimenti, e punì il figlio con un duro castigo, in modo che egli non tornasse a compiere un’altra volta una tale cattiva azione.  In entrambi gli esempi  abbiamo visto il dolore del figlio, e nonostante ciò, noi comprendiamo che la vera ragione che motivò queste azioni nei confronti del figlio, è ben diversa da ciò che si vede esteriormente. La motivazione, infatti, è l’amore del padre nei confronti del figlio, e solo per questo amore sono state compiute quelle azioni, che hanno procurato dolore al figlio, ma che erano per il suo bene.

Ciò che si vede e ciò che non si vede
Da qui noi comprendiamo che in una sola azione possono trovarsi due aspetti, che sono opposti ed antitetici fra di loro; nonostante ambedue siano giusti e veri, un aspetto è ‘esteriore’ e ben visibile, mentre il secondo è ‘interiore’, nascosto, e non risulta evidente nell’azione esteriore. Da fuori si vedono dolore e sofferenza, mentre dentro c’è amore, e non semplice amore, ma l’amore più profondo possibile. Così è anche rispetto a ciò che si è voluto spiegare con l’esempio. Il contenuto dei giorni ‘tra le ristrettezze’, che iniziano con il digiuno del 17 di Tamùz, è l’esilio e la punizione, cose che provocano dolore e sofferenza, ma nel suo senso più interiore, nella sua interiorità, lo scopo del digiuno e di questo periodo è diverso: lo scopo è quello di fare uscire l’Ebreo dall’esilio. Con il fatto che il digiuno ricordi all’Ebreo la causa del digiuno e dell’esilio, “a causa dei nostri peccati (siamo stati esiliati dalla nostra terra)”, l’Ebreo si pente e aumenta le sue buone azioni, cosa che gli permetterà di arrivare così allo scopo più interiore: ‘trasformare il digiuno in gioia ed allegrezza ed in giorno di festa’. Anche nell’imprigionamento del Rebbe vi furono due aspetti, uno esteriore ed uno interiore. Durante la prigionia egli soffrì pene indicibili, ma lo scopo interiore di tutto ciò (e che si rivelò solo alla fine), era buono: spianare la strada ed aumentare l’attività di diffusione delle sorgenti (della Chassidùt), fino a raggiungere ogni luogo possibile, in ogni parte del mondo.  Ed il 12 di Tamùz accadde il grande miracolo: la liberazione del Rebbe, liberazione che ricevette l’accordo di quegli stessi strenui oppositori, che si erano schierati come suoi peggiori nemici e avevano portato al suo arresto. Essi stessi, ora, si prodigarono per la sua liberazione, pur sapendo che in questo modo avrebbero provocato, non solo un semplice aumento della diffusione dell’Ebraismo, ma anche il raggiungimento in ciò di un grado di gran lunga maggiore, di quello che era stato operato fino a quel momento.

Unione degli opposti
Ora si comprende anche il collegamento di questi due eventi al mese di Tamùz. Il contenuto interiore dei giorni “tra le ristrettezze” e dell’esilio è la Redenzione, solo che questo contenuto interiore non è ancora visibile, per cui si continuano in essi tutte le usanze riguardanti il lutto, stabilite dalla legge Ebraica, il Shulchàn Arùch. La festa della redenzione del 12 – 13 di Tamùz, che si è rivelata nella nostra generazione, ci aiuta a comprendere il contenuto interiore e nascosto di questi giorni e, quando l’Ebreo sa che anche l’esilio più oscuro, nel suo contenuto interiore, è redenzione, riceve da ciò forza, incoraggiamento e gioia nel suo servizio Divino, tramite il quale l’esilio si annulla e arriva la redenzione. Ed allora, nel Futuro a Venire, questi giorni si trasformeranno in ‘gioia, allegrezza e giorni di festa’, con l’avvento del nostro Giusto Moshiach, nell’immediato, ai nostri giorni, amèn!

(Likutèi Sichòt, vol. 18, pag. 308)

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