Il tempo dell’ “Ikveta de Meshicha” Pubblicato il 9 August, 2017

Ekev, il titolo della nostra parashà, è un termine che ha il significato di 'tallone'. La struttura del tallone esprime in modo particolare il potere della volontà. La nostra volontà è il canale attraverso il quale la nostra anima si esprime, e fra tutte le membra del corpo, il tallone è quello che mostra la più pronta obbedienza a questo potenziale.  


Nulla è regalato

     Uno dei postulati fondamentali del pensiero chassìdico è che ogni rivelazione Divina, anche quella elevata al punto da trascendere ogni nostra possibilità di comprensione, dipende dall’impegno dell’uomo nel suo servizio Divino. Ciò è tanto più vero riguardo alla rivelazione dell’Era della Redenzione, quando si rivelerà che il nostro mondo non è altro che la dimora stessa di D-O. Come infatti solo a casa propria l’uomo si manifesta per quel che è veramente, senza maschere, così nella Redenzione, D-O Stesso, nell’aspetto più essenziale del Suo Essere, si rivelerà in questo mondo materiale. Questa rivelazione però, non sarà solo il frutto di un’espressione della grazia Divina. Essa sarà piuttosto il risultato “delle nostre azioni e del nostro servizio Divino per tutta la durata della galùt (esilio)” (Tanya, cap. 37). E più in particolare ancora, sarà proprio la nostra risposta alle difficoltà ed alle sfide che si presentano in questo tempo dell’Ikveta deMeshicha, il periodo immediatamente precedente l’avvento di Moshiach, ad affrettarne l’arrivo. Ma perchè dovrebbe essere proprio il nostro servizio a portare Moshiach, quando quello ben più elevato delle generazioni precedenti non è riuscito in ciò?

Il valore del nostro servizio nell’esilio

    La risposta emerge dal confronto fra il nostro servizio Divino nel tempo dell’esilio e quello degli Ebrei all’epoca del Tempio. Quando un Ebreo si recava al Tempio, e si presentava dinnanzi all’Eterno, la sua percezione del Divino in quel luogo era così diretta, da suscitare in lui un’immediata risposta di reverenza e omaggio, che gli facevano mettere naturalmente da parte ogni interesse personale, per sottomettersi completamente solo a Lui. Nel tempo dell’esilio, invece, il Divino non è percepibile e la nostra dedizione a D-O non è provocata da fattori esteriori. La persona sente il proprio ‘Io’, ed il suo servizio Divino non è evocato naturalmente dall’Alto. Esso deve venire piuttosto come risultato della propria iniziativa. Quando il Divino illumina apertamente, la Sua rivelazione induce la persona a servire D-O, facendogli sentire la soddisfazione del proprio sforzo. Quando invece il Divino non è apertamente rivelato, una dedizione alla Torà ed ai suoi precetti richiede un maggiore auto-sacrificio. L’Ebreo arriva in questo caso a servire D-O con una parte che trascende il suo ‘Io’, la sua personalità rivelata. Non trovando infatti un appiglio per la percezione del Divino nella realtà materiale del mondo, per servire D-O l’Ebreo deve attivare un potenziale interiore che trascende il suo ‘Io’ cosciente, ed allora la sua condotta sarà motivata dall’aspetto più vero e profondo del suo essere, quell’aspetto che è totalmente identificato ed unito a D-O.

Ekev: la parte più bassa esprime quella più elevata

    Questi concetti emergono nella parashà della Torà che prende il nome di: Ekev. Letteralmente, il significato della parola ekev è tallone, ed in ciò vi è un riferimento al periodo dell’ikveta (il tallone) deMeshicha (di Moshiach), nel quale si possono ‘udire’ i passi dell’avvicinarsi di Moshiach. Oltre a ciò, vi è una connessione ancora più profonda tra quest’epoca e l’analogia del tallone. Il corpo umano è usato come metafora per descrivere l’insieme del popolo Ebraico nel suo esistere attraverso le diverse epoche. In questo contesto, la generazione presente può essere paragonata al tallone, poichè in essa manca l’elevatezza intellettuale ed emozionale dei nostri antenati. Il tallone è la parte meno sensibile del corpo. Nonostante ciò, il tallone possiede una qualità superiore alle altre membra. Esso è il più sensibile e rispondente alla volontà della persona. È più facile infatti immergere il proprio tallone, per esempio, in dell’acqua calda o fredda, di qualsiasi altro membro. È possibile spiegare questa qualità in questo modo: data la mancanza di sensibilità del tallone, determinata dalla sua lontananza dall’influenza del cuore e della mente, ne consegue una minore resistenza di fronte a comandi che vanno contro i nostri pensieri e le nostre emozioni. La Chassidùt però fornisce una spiegazione più profonda alla rispondenza del tallone. La struttura del tallone esprime in modo particolare il potere della volontà. La nostra volontà è il canale attraverso il quale la nostra anima si esprime, e fra tutte le membra del corpo, il tallone è quello che mostra la più pronta obbedienza a questo potenziale. La nostra mente ed il nostro cuore sono un mezzo per l’espressione dei nostri potenziali consci. I nostri talloni, invece, sono il mezzo per l’espressione della nostra volontà interiore, quella che trascende il nostro pensiero cosciente. Secondo questa analogia, sono le anime paragonate ai ‘talloni’, quelle cioè della nostra generazione, che vivono nell’ikveta deMeshicha, ad esprimere con la loro particolare dedizione, il potere più profondo ed interiore dell’anima, manifestando il potenziale infinito della scintilla Divina che esiste in ogni Ebreo.

(Adattato da Likutèi Sichòt, vol. 9, pag.71 e seguenti)

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