La consolazione della Redenzione Pubblicato il 3 August, 2017

Il nostro lavoro, nell'esilio, è ciò che prepara la rivelazione del infinitezza di D-O nel mondo. Il rivelarsi dell'unione perfetta del tutto nell'Uno, Semplice ed Indivisibile, coesisterà coi particolari, che non si annulleranno. L'anticipazione di questo, D-O ce la dà, con la promessa della Sua doppia consolazione, un'allusione al 'senza limite' che ci aspetta. (P. Vaetchannàn)  


“Sette haftaròt di consolazione”

      Il Sabato in cui viene letta la parashà Vaetchannàn, cade sempre dopo il 9 di Av, e l’haftarà collegata a questa parashà prende il nome di ‘Nachamù nachamù’ (‘Consolate, consolate’, Isaia 40:1). È questa la prima di ‘sette haftaròt di consolazione’, che vengono lette da dopo il 9 di Av, fino a Capodanno. Come è noto, vi è un legame fra la parashà e l’haftarà, che viene letta con essa. Ed è questo, che accade anche nel caso delle ‘sette haftaròt di consolazione’. Se così, qual è il collegamento fra ‘nachamù nachamù’ e la parashà Vaetchannàn?
La parashà Vaetchannàn si apre con la richiesta di Moshè a D-O, di poter entrare nella Terra d’Israele, poiché, conducendo egli, il popolo d’Israele nella Terra d’Israele, non vi sarebbe stata distruzione del Tempio e la Redenzione sarebbe stata completa. Anche l’haftarà tratta della consolazione, che D-O darà, per il Primo ed il Secondo Tempio, nella Redenzione completa.
Dato che, però, D-O non accolse la preghiera di Moshè, e l’ingresso nella terra avvenne per mano di Yehoshùa, ingresso che fu seguito da un altro esilio, qual è, allora, il collegamento fra la parashà e l’haftarà?

‘Consolate, consolate’

     Sulle parole ‘Consolate, consolate’, che compaiono all’inizio dell’haftarà, i commentatori dicono, che la ripetizione si riferisce ad una ‘doppia consolazione’. Il raddoppiamento, infatti, è un segno di accrescimento, ed alla molteplicità non c’è fine, essa può essere senza limiti. Un accrescimento senza limite appartiene alla Redenzione vera e completa, quando la Luce infinita di D-O si rivelerà, e per intero. In generale, comunque,  il raddoppiamento si riferisce alla Redenzione.
Nel Likùt Shimoni, viene detto che vi sono 5 lettere ‘doppie’ (lettere che hanno anche una forma ‘finale’) – מ’ נ’ צ’ פ’ ך’ . Ognuna di queste lettere allude alla Redenzione, ed i versetti che iniziano con esse, parlano della Redenzione. Per esempio: “כ “ך, (caf e caf finale), con le quali il nostro Padre Avrahàm è stato liberato da Ur-Casdìm, come è detto: “לך לך מארצך”, “Vai per te dalla tua terra…”; פ”ף, (pei e pei finale), con le quali furono redenti i nostri padri dall’Egitto, come è detto: “פקד פקדתי” (Pakòd pakàdeti), che fu la ‘parola d’ordine’, tramandata da Yacov e da Yossèf, che consentì di riconoscere l’arrivo del momento della liberazione; צ”ץ (zadik e zadik finale), con le quali D-O libererà Israele, come è detto “ish zemmach shmòumitachtàv izmàch” (‘Ecco un uomo di nome Zemmach –germoglio – da cui uscirà germoglio. Zaccaria 6:12)
Nella ripetizione di ‘nachamù nachamù’, però, vi è una qualità particolare: si tratta, in questo caso, infatti, di una vera e propria ripetizione, la stessa parola che si ripete, esattamente, per due volte. Negli altri esempi citati, nonostante la ripetizione esista, essa non è completa, perché le due parole hanno varianti e significati differenti. Esse non sono, quindi, perfette ripetizioni, ma ogni parola, in esse, apporta un dato diverso. Quando, invece, troviamo scritto, nei Profeti, “nachamù, nachamù“, non si tratta di due aspetti differenti della consolazione, non vi sono qui differenti particolari di uno stesso concetto, ma è la consolazione stessa che si ripete, è la consolazione che si moltiplica all’infinito, così come essa sarà nella Redenzione, quando il Consolatore sarà D-O Stesso.

Dall’alto e dal basso, insieme

     Una delle interpretazioni della ripetizione di ‘nachamù‘, è che la ripetizione della consolazione si riferisce ai due Templi, al Primo ed al Secondo. Apparentemente, però, la consolazione sarà una sola, in quanto verrà dal Terzo Tempio, che sarà uno ed unico. Perché, allora, viene considerata come due consolazioni?
Di fatto, nel Terzo Tempio saranno comprese, insieme, sia le caratteristiche del Primo Tempio, sia quelle del Secondo, ed è per questo che vi sono qui due consolazioni: le caratteristiche del Primo Tempio, nel quale vi fu una maggiore rivelazione Divina, e quelle del Secondo Tempio, che, essendo il risultato di uno sforzo, che venne dal basso, ebbe, per questo, più presa sulla materialità del mondo, fu più grande ed ebbe una durata maggiore.
Nel Terzo Tempio vi saranno, insieme, entrambe le qualità: Esso avrà un livello infinitamente elevato di rivelazione Divina, e, allo stesso tempo, avrà una durata eterna, qui, nel mondo (dato che Esso verrà a seguito di uno sforzo dal basso, che renderà il mondo un luogo adatto a contenerLo). Ed entrambe queste qualità si troveranno in Esso, in un’unione perfetta. Nonostante le consolazioni siano due, come abbiamo detto, esse sono una sola, raddoppiata. Non vi sono, qui, due diversi aspetti della consolazione, non vi sono qui particolari differenti, ma la consolazione stessa, che si raddoppia. Là dove non c’è limite, infatti, i due aspetti possono continuare ad esistere, pur costituendo un’unità unica.
Questo è il legame fra l’haftarà e la parashà: nella nostra parashà vengono ricordati i Dieci Comandamenti per la seconda volta. La prima volta che essi sono riportati (nella parashà di Itrò) è nell’aspetto della loro provenienza dall’Alto, come D-O Stesso li pronunciò, e nel tempo in cui i Figli d’Israele si trovavano al grado di ‘giusti’. Nella parashà di Vaetchannàn, invece, la provenienza è dal basso, è Moshè Rabèinu stesso, che torna a ripetere i Comandamenti, e in un  tempo in cui i Figli d’Israele si trovano in uno stato di ‘penitenti’.

Il massimo della perfezione

     Ora si comprende anche, perché proprio l’ingresso nella Terra d’Israele per mano di Yehoshùa, sia collegata maggiormente alla consolazione della Redenzione, così come viene espressa nell’haftarà:
La richiesta di Moshè di poter entrare nella Terra d’Israele non venne acettata, poiché anche nell’ingresso condotto da Yehoshùa, vi è un pregio: vi è qui la qualità del servizio, che viene dal basso, servizio che è in grado di rendere il mondo materiale un recipiente adatto ad accogliere la spiritualità.
È vero che, se  fosse stato Moshè stesso a introdurre il popolo nella Terra  d’Israele, la redenzione sarebbe stata ad un livello molto più elevato, una redenzione non seguita più da nessun esilio. Quando, però, la redenzione arriva, in conseguenza del servizio dei Figli d’Israele, qui nel mondo, così come fu nel tempo in cui si protrasse la conquista per mano di Yehoshùa, ed essa viene seguita da un altro esilio, noi riceviamo la possibilità di purificare tutte le scintille di santità (cadute ed imprigionate nella materialità del mondo), e di rendere il mondo un recipiente adatto ad accogliere la santità, fino alle luci spirituali più elevate, nella loro completezza e perfezione. Ecco che, allora, nella parashà di Vaetchannàn, si trova evidenziata la qualità dell’ingresso nella Terra d’Israele, al suo massimo grado di perfezione.
Il concetto dell’illimitatezza, che appartiene alla Redenzione, si trova anche nella data di Tu Beav (15 di Av). Ogni 15 del mese, la luna raggiunge la sua pienezza, e ciò allude al popolo d’Israele, che viene paragonato alla luna e, come questa, è destinato, in futuro, a rinnovarsi, nella Redenzione. Più in particolare, però, ciò si esprime il 15 del mese, che è chiamato con il nome di Moshiach, e cioè: “Menachem Av”, essendo Menachem il nome di Moshiach. Si aggiunga, poi, che Moshiach è nato il 9 di Av, precisando qui, che non si tratta della sua nascita come neonato, ma della Sua Rivelazione come Salvatore d’Israele, già pronto a redimere, in concreto e di fatto, il popolo d’Israele. Nonostante ciò, vediamo che, anche dopo la Sua rivelazione come Re, l’esilio si prolunga ancora nel tempo, e ciò, perchè la Redenzione arrivi al suo completamento, sia per l’opera dell’Alto, che per quella del basso, e per le due, insieme.
Tutto ciò si evidenzia anche nel servizio dell’uomo. A partire dal 15 di Av, si allungano le ore della notte, e, a proposito di ciò, è scritto nella Ghemarà  che, a chi aumenterà il tempo dedicato allo studio nelle ore notturne, a partire dal 15 di Av, si aggiungeranno giorni alla sua vita. Già così, certamente, tutto Israele studia, ognuno secondo le sue facoltà. L’aggiunta a partire dal 15 di Av, quindi, rappresenta un livello, che va al di là delle normali possibilità umane, al di là del concetto di limite e misura, e in conseguenza di ciò, D-O completa l’accrescimento della vita dell’uomo, portandolo alla vita eterna.
In particolare, secondo ciò di cui si è parlato ultimamente, e cioè, che noi ci troviamo nell’anno in cui il Re Moshiach si rivelerà, l’anno nel quale “ci saranno mostrati miracoli” (l’anno nel quale è stato pronunciato questo discorso). E già si sono visti (ed ancora si vedranno) miracoli, ognuno dei quali è un prodigio su di un prodigio. In special modo, poi, il miracolo, che avviene in questi giorni: il congresso degli emissari (del Rebbe) a Mosca. Quello stesso paese, che combattè le attività del Rebbe Precedente, mio suocero e Maestro, ospita ed onora i suoi allievi ed emissari! Tutto questo rende evidente come, al più presto, nell’immediato, vedremo il miracolo più grande: la Redenzione completa.

‘Guarda a tre cose’                                    

      Rispetto agli anni dell’esistenza del mondo, noi ci troviamo, ora, nel “pomeriggio del sesto giorno” (nel sesto millennio, cioè, dei 7000 anni di esistenza del mondo, e di esso, noi abbiamo superato la metà), e, come alla vigila del Sabato noi prendiamo un assaggio da ognuno dei cibi preparati per la Shabàt, così noi dobbiamo anche “assaggiare” il “senza limiti” della Redenzione, in particolare ora, che ci troviamo proprio alla soglia della Redenzione, aumentando lo studio della Torà ed in particolare lo studio di tutto ciò che riguarda la Redenzione, e che si può trovare in ogni parte della Torà. È bene anche, che lo studio venga effettuato in pubblico, “dieci che siedono”, cosa che aumenta il piacere dello studio.
Un incoraggiamento a ciò, noi lo troviamo nel terzo capitolo delle ‘Massime dei Padri’, che comincia con le parole “Guarda a tre cose”, guarda, nel senso di rifletti, e non superficialmente, ma rifletti in modo particolare, immerso in una sensazione di aspettativa ed intenso desiderio. E su cosa rifletti? “Su tre cose”: sulla Redenzione ed sul Terzo Tempio, che verranno oggi stesso, e in particolare, oggi, trovandoci noi proprio alla soglia della Redenzione, che porterà al completamento delle tre direzioni del servizio: Torà, preghiera ed opere di bene, il cui compimento trova espressione nelle tre vesti dell’anima: il pensiero, la parola e l’azione.
Le “tre cose” alludono anche alla triplice Torà, che comprende la “Nuova Torà”, la Torà di Moshiach. La preparazione atta a riceverla, sarà un aumento dello studio della Torà, oltre a quello già deciso in occasione del 15 di Av, fino a che l’incremento sarà adatto, come preparazione al completamento della Torà, che si attuerà con la venuta di Moshiach.
Iehì Razòn -Voglia il Signore- che già per il fatto stesso di meditare su questi argomenti, noi possiamo meritare, ancora prima della lettura della Torà di Minchà di Shabbàt, nella quale si legge “Vehaià ekev tishmeùn“, che allude all’ “Ikveta deMeshicha”, (il “tallone, o l’impronta di Moshiach”, espressione aramaica, che designa gli ultimi momenti, che precedono la Redenzione), di arrivare a vedere la Redenzione e a festeggiarla con gioia.  


(Da un discorso di Shabàt parashà Vaetchannàn, Shabàt Nachamù, 16 Menachem Av 5751)

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