La gioia della rivelazione Pubblicato il 6 August, 2017

Il giorno del 15 di Av è un giorno di festa e di grande gioia. Diversi avvenimenti positivi della storia del nostro popolo sono collegati a questa data, ma la vera e propria gioia sta nella forza di questo giorno di rivelare il bene nascosto, quello che fino ad ora è sembrato, ai nostri occhi, addirittura l'opposto del bene stesso.  


         luna 3 Del 15 di Av la Mishnà dice: “Non vi furono giorni di festa per Israele come questo.” E questa gioia ha un diretto collegamento con la Gheulà. Nel libro del ‘Prì Ez Chaìm’ è detto che il 15 di Av è un giorno di festa, poiché in esso la luna raggiunge la sua pienezza. Come è noto, Israele viene paragonato alla luna, e per questo vi è motivo di gioia quando essa è piena, poiché ciò esprime la completezza del popolo d’Israele. Il fatto non è in contrasto con la spiegazione della Ghemarà, per la quale questa data fu fissata come giorno di festa, in quanto associata ad alcuni avvenimenti felici, che avvennero in essa. Il punto centrale di questo giorno è la pienezza della luna, e la conseguenza di ciò furono gli avvenimenti, che portarono gioia.

      Sorge però la domanda: dato che ogni quindici del mese la luna raggiunge la sua pienezza, perché solo questo è considerato giorno di festa? Oltre a ciò, vi sono altre feste che cadono proprio nel quindicesimo giorno del mese, come Pèsach o Succòt, eppure solo riguardo al 15 di Av, la Mishnà si esprime come una festa, che non ha uguali. La Chassidùt collega ciò con una regola nota di “una discesa allo scopo di una salita”. Lo scopo di ogni discesa, cioè, è la salita che la seguirà. Più grande è la discesa, più grande la salita. Venendo, quindi, il 15 di Av dopo una discesa così grande, come quella del 9 di Av, anche la sua salita sarà molto più grande di quella degli altri mesi.

     C’è però qui qualcosa da aggiungere. Di fatto, non ci sarebbe motivo di dare tanta importanza al 15 del mese, in quanto, per la verità, la luna è sempre intera, e la differenza nel suo crescere all’inizio del mese, riempirsi alla metà e decrescere fino a sparire alla fine del mese, riguarda solo il suo grado di rivelazione ai nostri occhi. Ma è proprio questa la gioia particolare del 15 del mese. La gioia è cioè dovuta al fatto, che questo giorno ci rivela e ci insegna, che in tutti i giorni del mese, anche in quelli in cui la luna ci è apparsa più piccola, e addirittura in quelli in cui noi non l’abbiamo neppure vista, essa è sempre stata intera. Il quindicesimo giorno del mese sta a segnalare la rivelazione, anche per quel che riguarda il passato. In questo giorno risulta chiaro ed evidente, che la luna era sempre stata intera, e la mancanza era dovuta solo al fatto, che la cosa non era evidente ai nostri occhi.

      Così è anche per la gioia del 15 di Av, gioia della salita, che segue la discesa del 9 di Av: la gioia non è, infatti, dovuta a qualcosa di nuovo che si presenta, ma essenzialmente alla rivelazione di qualcosa che era già presente. Anche il 9 di Av, cioè, che esprime lutto e dolore, è di  fatto un giorno che nasconde dentro di sé un bene eccelso, solo che esso è, appunto, celato ai nostri occhi, come la luna, all’inizio del mese ci appare mancante, mentre di fatto essa è intera anche allora, come a metà del mese. È questo, quindi, il contenuto della salita del 15 di Av: la rivelazione del bene nascosto, che si manifesta ai nostri occhi. Dopo la mancanza di rivelazione delle qualità del bene e della bontà, che hanno caratterizzato il 9 di Av, arriva il 15 di Av, nel quale risplende qualcosa di simile alla rivelazione della Gheulà, nella quale si rivelerà il bene eccelso, che si nascondeva nell’esilio e nella distruzione stessi.

     Questo concetto viene rappresentato molto bene da uno degli eventi, che la Ghemarà cita, come accaduti nel quindicesimo giorno di Av: esso fu il giorno in cui cessò la mortalità degli Ebrei nel deserto, che aveva continuato a susseguirsi per quarant’anni, come conseguenza del decreto Divino, dopo il fatto delle spie. Secondo la descrizione di Rashi, alla vigilia di ogni 9 di Av, usciva un banditore e chiamava ognuno a scavarsi una tomba e a dormirvi dentro. Al mattino, il banditore chiamava, di modo che si riconoscesse chi era ancora in vita e chi no. E chi era ancora vivo si alzava e usciva. Così ogni anno, fino al quarantesimo, nel quale tutti si alzarono ancora in vita. Vedendo ciò, però, essi temettero di essersi sbagliati nel conto del giorno del mese, e quindi continuarono a sdraiarsi nelle fosse la sera e ad alzarsi, tutti incolumi, al mattino, e questo fino al 15 del mese, giorno in cui la pienezza della luna confermò loro, che il calcolo del tempo era stato fatto in modo corretto e i quarant’anni del decreto si erano compiuti. Quella generazione stabilì, quindi, quel giorno, come giorno di festa. Secondo questo racconto, il giorno di festa avrebbe dovuto essere stabilito il 9 di Av, il giorno effettivo in cui si era annullato il decreto. I giorni seguenti, infatti, passarono solo perché si era creato un dubbio. La risposta è che, se anche il decreto era cessato il 9 di Av, in quel momento la cosa era ancora celata e non nota. La cosa si rivelò, infatti in modo evidente e manifesto solo il 15 di Av, e per questo esso fu proclamato giorno di festa.

     Ancora una volta, quindi, noi vediamo che la condizione di elevazione e completezza del popolo d’Israele esisteva già nel giorno del 9 di Av, solo che allora ciò era celato e nascosto, mentre il 15 di Av la cosa divenne manifesta. Di fatto, questa spiegazione sul significato della gioia associata al 15 di Av, è una delle espressioni di una forma generale di pensiero, che vede i giorni in cui si sono svolti avvenimenti difficili per il popolo d’Israele, come giorni di bene e di bontà. Il fatto che noi li individuiamo come giorni di digiuno e di lutto, non è perché essi siano veramente il contrario del bene. Questi giorni sono, invero, essenzialmente colmi di bene, ed il nostro rapporto negativo nei loro confronti, è solo perché ai nostri occhi, essi appaiono come giorni duri e dolorosi. Il 15 di Av noi arriviamo a riconoscere ciò che vi è in profondità, poiché questo giorno esprime la rivelazione della positività di quei giorni, e da qui deriva la nostra grande gioia.

    Questo modo di vedere ci permette di avvicinarci alla scoperta della meta sorprendente, che si verrà a compiere nella Gheulà, quando, come dice il Ràmbam: “Tutti questi digiuni saranno destinati ad essere annullati nel futuro, nei giorni di Moshiach, e non solo, essi saranno anche destinati a diventare “giorni di festa, di gioia e di felicità”

      Se ora qualcuno ci chiedesse, perché questi giorni difficili diventeranno giorni di festa e non saranno solamente e semplicemente annullati, nel momento in cui il Tempio sarà ricostruito e non vi sarà più ragione per il dolore e per il lutto, sapremmo rispondere, alla luce della nostra nuova comprensione, che in quei giorni effettivamente accaddero cose meravigliose, che quando si riveleranno, ci permetteranno di festeggiarli con la gioia più vera e più grande, possa essere tutto ciò oggi, subito. 

(Kuntres Tu be Av, 5750)

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