La luna ed il popolo Ebraico Pubblicato il 30 November, 2017

Nella Gheulà si celebrerà il 'matrimonio', che vedrà l'unione completa di Israele e del Santo, benedetto Egli sia. La luna viene paragonata al popolo d'Israele ed essa riceve, oggi, la sua luce dal sole, che simboleggia D-O, Elargitore di ogni bene. Nella Gheulà, invece, la luce della luna sarà come quella del sole, ed essa stessa sarà in grado di 'elargire' poichè allora si rivelerà il livello dell'Essenza stessa, che è più elevato del sole e della luna, dove trova posto l'unione più vera e completa, il manifestarsi del Divino Stesso nel mondo.

Fuori dalla norma

Il mese Ebraico si basa sul ciclo lunare. Quando la luna, nella prima metà del mese, si allontana, nel suo percorso, dal sole, essa diviene sempre più luminosa e noi la vediamo ingrandirsi, fino alla metà del mese, quando essa splende nella sua interezza. Nella seconda metà del mese, al contrario, la luna si riavvicina gradualmente al sole, e noi la vediamo sempre meno. La sua luce diminuisce.
Le feste, nel calendario Ebraico, si trovano per la maggior parte nella  metà del mese (quando la luna splende nella sua interezza), come Pèsach e Succòt, oppure all’inizio del mese (quando la luna cresce e si ingrandisce), come la festa di Shavuòt, che cade all’inizio del mese di Sivàn. Anche Purim, che è una festa istituita dai Rabbini, cade a metà del mese.
Vi sono due feste, però, che escono dalla norma, ed entrambe si trovano nel mese di Kislèv: Chanukkà, che cade, per la sua maggior parte, alla fine del mese, quando la luna è decrescente, e il 19 di Kislèv – il Capodanno della Chassidùt, anche chiamato ‘Festa delle feste’ – che cade dopo che la luna ha cominciato a diminuire, quando la sua luce è sempre meno visibile.
Per capire perché le cose stiano proprio così, è necessario comprendere prima il significato interiore del decrescere della luna, nella seconda metà del mese.

Avvicinarsi, annullarsi e ricevere
Di fatto, la luna non ha una sua luce propria, non essendo essa, per ora, una ‘stella luminosa’. Essa si limita a riflettere per noi la luce del sole, che la illumina. Il sole è ‘colui che elargisce’, e la luna è ‘colei che riceve’. All’atto della creazione del mondo, le cose non erano così: il sole e la luna erano, allora, ‘i due grandi luminari’. Essi erano allo stesso livello, ed avevano entrambi la funzione di ‘elargire’ (condizione che verrà ripristinata con l’arrivo di Moshiach’).
È proprio nella seconda metà del mese, però, quando la luna si avvicina al sole, che essa riceve più luce. Per ricevere, però, ed in particolare quando ci si trova vicino al mashpìa (all’elargitore), si deve raggiungere uno stato di auto-annullamento, dato che solo in questo modo è veramente possibile ricevere e contenere ciò che viene elargito (come nell’esempio di un bicchiere che, per ricevere e contenere l’acqua che gli viene versata, deve innanzitutto essere vuoto). Per questo, nella seconda metà del mese, la luce della luna diminuisce progressivamente, man mano che essa si avvicina al sole e ne riceve una luce maggiore. Solo quando la luna si allontana dal sole, poi, nella prima metà del mese, comincia anch’essa ad ‘elargire’ e ad illuminarci, sempre di più, con la luce che ha ricevuto dal sole. Neanche allora, però, essa si trasforma in un ‘elargitore’. Anche nella sua condizione di pienezza, essa necessita pur sempre della luce del sole, che deve ricevere per poter, poi, passare sempre di più ad una funzione di ‘elargitore’, processo che si completerà nel futuro a venire.

La rivelazione dell’Essenza
La verità è che, avvicinandosi la luna al sole, nella seconda metà del mese, essa si avvicina anche ad un livello, che è più elevato di quello del sole: il livello dell’ ‘Essenza’ stessa, che è superiore ad entrambi. E ciò fa in modo che la luce diminuisca, poiché la luce è solo un’espressione esteriore dell’essenza, e non l’essenza stessa. L’essenza è qualcosa che noi non siamo in grado di afferrare, e per questo, più essa si rivela, più diminuiscono le ‘manifestazioni’ esteriori (la luce), che noi recepiamo.
In genere, noi diamo il nome di ‘luce’ e ‘buio’ alle cose, a seconda della nostra capacità di afferrarle e di recepirle. L’essenza, noi non siamo in grado di afferrarla, e per questo essa è per noi occultamento ed oscurità, mentre la manifestazione esteriore, la luminosità, che deriva dall’essenza, noi la chiamiamo ‘luce’, poiché questo è il livello che noi siamo in grado di afferrare e recepire. Ma per l’essenza stessa, il suo manifestarsi, l’illuminazione che diffonde e che noi vediamo, è cosiderata ‘buio’, poichè è ciò che la occulta e che non le permette di essere afferrata.
Stando così le cose, nella seconda metà del mese, la luce che noi vediamo diminuisce, proprio perché aumenta la rivelazione dell’essenza stessa, che trascende le proprie manifestazioni esteriori, ed è questo il motivo per cui anche il conteggio dei giorni del mese progredisce in crescendo: avremmo, infatti, potuto pensare che, contando noi i giorni del mese in relazione alla luna, quando essa diminuisce, anche il conteggio dei giorni dovrebbe procedere nel senso decrescente: 14, 13, ecc. Di fatto, invece, dopo il 15 del mese, si passa al 16, al 17, e così via, in accordo al procedere ed all’intensificarsi della rivelazione dell’essenza della luna.

Kislèv in confronto a Sivàn
Tutto il soggetto del mashpìa (elargitore) e del mekabel (colui che riceve, accoglie) e del loro perfezionamento, trova espressione in modo particolare nel mese di Kislèv:
Kislèv è il terzo dei mesi invernali ed è parallelo al mese di Sivàn, che è il terzo dei mesi estivi. Nel mese di Sivàn vi fu il Matàn Torà: il popolo d’Israele ricevette la Torà, evento che fu denominato dai nostri Saggi, come il ‘fidanzamento’ fra Israele ed il Santo, benedetto Egli sia. Quando, poi, nei ‘Giorni di Moshiach’, riceveremo la ‘Torà di Moshiach’, ossia tramite Moshiach si riveleranno tutti gli aspetti più profondi e segreti della Torà, vi sarà, allora, il ‘matrimonio’ vero e proprio. L’insegnamento della Chassidùt, che rappresenta la parte più interiore della Torà, è un assaggio della Torà di Moshiach. Il Capodanno della Chassidùt ed il ‘Matàn Torà’ dell’insegnamento della Chassidùt‘ è il giorno del 19 di Kislèv.
In questo modo il parallelo fra i mesi risulta completo: il terzo mese, nei due casi, è il mese in cui il popolo d’Israele riceve la Torà e si unisce al Santo, benedetto Egli sia. Per ora, Israele è nelle vesti di mekabel e D-O funge da ‘elargitore’. Il completamento di ciò, però, si compirà quando essi si uniranno completamente, in ‘matrimonio’, con l’arrivo di Moshiach, e sarà rivelato come “Israele ed il Santo, benedetto Egli sia, sono una cosa sola.”
Ciò si esprime maggiormente nel mese di Kislèv, piuttosto che in quello di Sivàn, poiché d’estate, quando fa caldo e c’è luce, vi è una rivelazione del “Shemesh (sole) Avaye“, e cioè dell’influenza che ci viene prevalentemente dall’Alto, da D-O. D’inverno, invece, quando fa freddo ed è buio, è il tempo del ‘lavoro dell’uomo’, il servizio che Israele compie nel mondo, la sua capacità di influenzare a sua volta, cosa che indica che non vi è qui più, ‘mashpìa‘ e ‘mekabel‘, ma il mekabel stesso che diviene anche mashpìa, instaurandosi un’unione fra di essi.

Ed ecco la risposta completa:
Il mese di Kislèv, per intero, esprime il legame che unisce il livello dell’occultamento (l’essenza) con quello della manifestazione (la luminosità). Il nome ‘Kislèv’ si può dividere in due parole: Kess-LevKess, dal significato di ‘copertura’, e ‘Lev‘, che esprime ‘manifestazione’. Il valore numerico della parola ‘Lev‘, infatti, corrisponde a quello della parola ‘elle‘, termine che si usa quando ci si riferisce a qualcosa che si vede. Si tratta qui di un collegamento, che rivela come anche ciò che è occulto possa manifestarsi. È un’unione, questa, nella quale non vi è più ‘mashpìa‘ e ‘mekabel‘, ma i due insieme, allo stesso livello.
Anche nella festa di Chanukkà vi è una manifestazione del livello occulto. Essa, infatti, cade nella metà del mese in cui vi è buio ed occultamento, ed è proprio allora, che noi aggiungiamo sempre più luce: iniziamo, infatti, dall’accendere un lume, per aggiungerne un altro ogni giorno, in crescendo.
Riguardo il 19 di Kislèv, la cosa è ancora più evidente: trattandosi del Capodanno e del Matàn Torà della Chassidùt, che rappresenta l’inizio della rivelazione della ‘Torà di Moshiach’, inizia anche la fase del ‘matrimonio’ che vedrà l’unione di Israele con il Santo, benedetto Egli sia (il ‘mekabel‘ ed il ‘mashpìa’), che si fonderanno in una cosa sola.
Per questo, il 19 di Kislèv cade nella metà del mese in cui la luna si avvicina al sole ed all’essenza, che è al di sopra di entrambi, allo scopo di unirsi e di arrivare a: “e la luce della luna sarà come la luce del sole”.  Il mese stesso di Kislèv  per intero, con il 19 di Kislèv e Chanukkà, che cadono nella sua seconda metà, esprime, ad un livello più elevato, ciò che la seconda parte del mese esprime: l’essenza che si rivela in modo tale da divenire essa stessa, di per sé, manifesta.

Di ciò vi è un’allusione già nella parashà
La parashà Vayshlàch si apre con l’invio di messaggeri ad Essàv da parte di Yacov. La Chassidùt ci insegna che questo atto aveva in sé un ulteriore significato: l’intenzione di Yacov era quello di arrivare alla Gheulà. Per questo egli aveva completato la sua missione presso Lavàn l’arameo, che aveva comportato una sua ‘discesa’ dal livello della santità e dalla rivelazione del Divino sperimentati nella terra d’Israele, alla realtà del mondo, anche a quella più bassa, come lo era Charàn, luogo di impurità e di idolatria, per rivelare anche lì il Divino, allo scopo generale di trasformare questo mondo in una ‘dimora per D-O’, un mondo cioè dove la materialità non nasconda più la forza e la Presenza Divina che lo fa esistere. A questo scopo, avendo egli già ‘riparato’ tutto ciò che gli concerneva, inviò messaggeri ad Essàv, partendo dal presupposto che anch’egli fosse pronto. Ma Essàv, pur avendo un’anima la cui origine era più elevata di quella di Yacov, proveniva tuttavia dal livello del tohu, del caos, un livello trascendente, dove la forza e la luce Divina sono talmente potenti ed incontenibili da non trovare, una volta discese in questo mondo, la possibilità di essere assorbite, contenute ed utilizzate per il bene.
L’unione di Essàv e Yacov avrebbe portato alla ‘riparazione’ di Essàv, alla rivelazione del  livello occulto. A quel tempo, però, Essàv non era ancora pronto, e solo con l’arrivo di Moshiach si attuerà quest’unione, come accadrà per l’unione del livello del sole e della luna e la rivelazione dell’essenza in ogni cosa. Anche la parashà che viene letta il 19 di Kislèv, parashà Vayeshèv, allude allo stesso soggetto: “Vayeshèv” (“E si stabilì”) si riferisce alla possibilità di risiedere in modo definitivo e tranquillo, meta alla quale Yacov desiderava arrivare. Ciò (“Pada beshalom nafshi” – “Egli riscatterà la mia anima in pace”, il verso dei Salmi che l’Admòr HaZakèn stava leggendo, quando gli annunciarono la sua liberazione, il 19 di Kislèv) si attuerà nella sua completezza solo nei “Giorni di Moshiach”.
Oggi, noi abbiamo ormai già completato tutta la fase di preparazione, svolgendo quanto ci era richiesto. Il servizio dei birurìm (sceveramento, purificazione), che ogni Ebreo deve compiere per preparare il mondo all’arrivo di Moshiach, è terminato. Ciò che ancora resta da fare, durante il tempo che Moshiach ritarda, per una qualche ragione sconosciuta e del tutto incomprensibile, è un tipo di servizio particolare, atto a portare la sua rivelazione di fatto nel mondo.

Anche nell’haftarà
Nell’haftarà si trova un’allusione alla qualità particolare della nostra generazione, la generazione della Gheulà: “La casa di Yacov sarà un fuoco e la casa di Yosèf una fiamma.  La casa di Essàv sarà come paglia…ed erediteranno gli abitanti del sud la montagna di Essàv…e gli esuli…fino a Zarfàt (il nome odierno, in Ebraico, della Francia)…occuperanno le città del sud, e salvatori saliranno sul monte di Zion, per fare giustizia del monte di Essàv”.
Nelle generazioni precedenti, fino a quella dell’Admòr HaZakèn, soprannominato “Casa di Yacov” (il primo Admòr della dinastia di Chabad, che fu liberato nella data del 19 di Kislèv), la diffusione delle fonti (della Chassidùt) non aveva coinvolto, in modo stabile, la Francia (che simbolizza il livello più basso, che rinnega il Divino), mentre il Rebbe Precedente (Rabbi Yosèf Izchak) – inviò i suoi emissari a fondare lì la Yeshivà di “Tomchei Tmimim“, proprio come era a Lubavich. Ciò ci mostra che, nella nostra generazione, è già arrivato il tempo in cui “occuperanno le città del sud”, e “saliranno liberatori sul monte di Zion per fare giustizia del monte di Essàv” –  il completamento cioè verso il quale Yacov tendeva.
Dobbiamo sapere che la realtà, oggi, proprio nei fatti, è che Israele ed il Santo, benedetto Egli sia, già siedono al tavolo del loro ‘banchetto matrimoniale’, dove si trova già il shor habar e il iain hameshumar (i cibi che caratterizzeranno il banchetto della Gheulà), e resta solo da aprire gli occhi e vedere tutto ciò!

(Dal discorso di Shabàt parashà Vayshlàch, 16 Kislèv 5752)

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