Le ‘Tre Settimane’ Pubblicato il 12 July, 2017

Il numero tre ha una connotazione positiva, eppure non è quello che sembrerebbe, se si pensa alle 'Tre Settimane di Punizione', il periodo che va dal 17 di Tamùz al 9 di Av. La Chassidùt, però, ci insegna a vedere la verità interiore delle cose, e questa verità, oggi, inizia ad essere visibile, ormai, anche esteriormente, in modo manifesto.


    Le tre settimane che vanno dal 17 di Tamùz al 9 di Av, vengono chiamate: le Tre Settimane di Punizione e Bein haMeizarìm, “fra le strettezze”, un nome che ha una connotazione decisamente non positiva. Ciò presenta una difficoltà di comprensione. Il numero tre, in genere, è connesso a qualcosa di positivo, come, per esempio, i tre Patriarchi o le tre feste di pellegrinaggio. Inoltre, i nostri Saggi hanno associato il numero tre al Matàn Torà, lodando D-O per aver dato: “una triplice luce, ad un triplice popolo…nel terzo mese.” Il numero tre ha anche un significato di permanenza, come espresso dal verso: “una triplice corda non si spezzerà facilmente”. Così, anche, in termini halàchici, il numero tre è connesso a ‘chazakà’, la  presunzione, cioè, che ad un qualcosa debba seguire una continuità.

   Secondo tutto ciò, sorge una difficoltà di comprensione: perché il concetto di punizione e di distruzione, il diretto opposto di santità e permanenza, è associato al numero tre? In genere viene data questa spiegazione: la terribile ‘discesa’ delle Tre Settimane è intesa come qualcosa, che permette una ‘salita’. Quando uno vuole raggiungere un livello molto più elevato di quello presente, è necessario che, prima, passi per una discesa. Così, perché gli Ebrei possano raggiungere le vette della redenzione Messianica, una redenzione che non è più seguita da alcuna discesa, è necessario che essi passino attraverso la discesa dell’esilio. In questo contesto, le Tre Settimane sono associate, non all’esilio, ma piuttosto al Terzo Tempio, che verrà costruito dopo l’esilio.

  Questa spiegazione è, tuttavia, insufficiente, poiché le Tre Settimane associano l’aspetto della discesa di per sé, con il numero tre. Quando una discesa è intesa in ragione di una salita, ciò non fa della discesa stessa un fatto positivo. Alla fine, infatti, essa verrà annullata, e ciò che resterà sarà la salita. Se così, perché il tre, che è normalmente connesso con il concetto di permanenza, viene qui associato ad una dimensione, che non ha uno scopo di per se stesso, e che alla fine sarà annullata?

  In genere, il numero tre esprime una salita che segue una discesa, come nella narrazione della Creazione, nella quale la Torà si riferisce al primo giorno, col numero ‘uno’, un giorno di unità, seguito dal secondo giorno, in cui fu creata la divisione, un fatto che, se pure necessario, non può essere considerato positivo in sé, e non fu chiamato da D-O ‘buono’. Il terzo giorno, invece, che portò pace ed unione fra gli opposti, all’interno dello stato di divisione, meritò due volte l’appellativo di ‘buono’. Questa unità, infatti, è un’unità più vera, che sorpassa quella del primo giorno, che aveva un merito inferiore, poiché esisteva prima, che la divisione fosse creata. Si vede quindi che, sia nel mondo, che nella Torà, il numero due è associato al concetto di discesa e di divisione, mentre il numero tre alla salita ed all’unificazione, che seguono. Perché, allora, queste settimane, connesse con il lutto, la distruzione e l’esilio, vengono associate al numero tre? Per arrivare ad una risposta, occorre sviluppare una differente comprensione del concetto della: “discesa per il fine di una salita”.

 Un Ebreo deve essere in un costante processo di ascesa, poiché, nella santità, sempre e solo si sale. Se così, per quale motivo la discesa? Per arrivare, con ciò, ad un livello talmente più elevato del precedente, che, altrimenti, non sarebbe stato possibile raggiungere. Nella vita quotidiana, per esempio, quando ci troviamo davanti ad ostacoli e difficoltà, raccogliamo dentro di noi una forza interiore, che ci permette il raggiungimento di mete di un livello al quale, altrimenti, non saremmo potuti arrivare.

  In questo processo di discesa, per il fine di una salita, vi sono due livelli: 1) una discesa che ha i suoi limiti nell’ordine naturale, 2) una discesa che non può essere compresa dalle regole della natura. Nel primo caso, che riflette la progressione dal due (discesa) al tre (salita), così come la discesa è limitata, così anche la salita ha i suoi limiti. Quando, invece, la discesa non ha limiti, come nel caso delle Tre Settimane, la salita che segue è anch’essa illimitata. Il primo tipo di discesa è stato immesso da D-O nell’ordine naturale del mondo. Il secondo tipo di discesa, invece, viene causato dall’uomo, con i suoi peccati. Per questo, nel primo caso, vi è una connessione diretta tra la discesa e la salita, che seguirà. Quando una persona commette dei peccati, invece, a livello rivelato, non vi è una visibile connessione fra il peccato e la salita attraverso la teshuvà (pentimento, ritorno), che alla fine seguirà. In particolare, quando la discesa che è provocata dal peccato è connessa con il tre, ed ha perciò la qualità di permanenza, la salita diviene ancora più elevata.

  In altre parole: quando la discesa nel regno della divisione, porta, come diretta conseguenza, ad un senso più alto di unità, non si tratta di una divisione genuina. Anzi, in questo caso, persino a livello della divisione, c’è la percezione di come essa sia di natura transitoria, priva di uno scopo di per se stesso, esistente solo per portare ad un livello superiore di unità. Quando, invece, vi è una genuina divisione? Quando essa ha l’aspetto della permanenza, associata al numero tre, e continua ad apparire del tutto negativa, e senza connessione con la salita che seguirà. Quando l’unità è stabilita in questo contesto, allora essa è vera e completa.

  Le Tre Settimane, causate dai nostri peccati, riflettono la discesa più bassa possibile, una discesa che non sarebbe possibile, secondo l’ordine naturale, e che riflette l’aspetto di permanenza, associato al numero tre. L’attuale esilio, infatti, sembra dover durare all’infinito. Ma è proprio questo, un segno, che essa porterà ad una salita, che è completamente al di là della nostra comprensione, che sorpasserà qualsiasi vetta di santità raggiunta precedentemente, stabilendo un ordine di referenza completamente nuovo. Questa consapevolezza ci deve portare a vedere nella fase attuale, non un motivo di disperazione, ma, anzi, l’apprezzamento dell’incredibile elevatezza, che l’esilio ci porta, già oggi, subito, con la Gheulà vera e completa.

 (Shabàt parashà di Mattòt-Massèi, 28 di Tamùz, 5750)

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