L’unità del nostro Popolo Pubblicato il 2 October, 2017

La mizvà delle 'quattro specie', sulle quali si fa la benedizione, durante la Festa di Succòt, ci offre un insegnamento profondo, che ci aiuta a vivere, comprendere e valorizzare in modo diverso e nuovo il rapporto che ci lega ai nostri fratelli Ebrei.    

     Le feste celebrate nel mese di Tishrei hanno un significato comprensivo, e le mizvòt, che le caratterizzano, possiedono un simbolismo molto ampio. In questo contesto, il Midràsh spiega che la mizvà del lulàv è un simbolo dell’unità intrinseca del popolo Ebraico. Per compiere questa mizvà, noi dobbiamo tenere insieme frutti o rami di quattro differenti specie di alberi: la palma da dattero (lulàv), il mirto (hadàs), il salice (aravòt), ed il cedro (etròg). Queste quattro specie sono molto differenti l’una dall’altra. L’etròg ha un buon sapore, ed anche un buon odore. Il frutto dell’albero, dal quale viene preso il lulàv, il dattero, ha un buon sapore, ma è privo di odore. Il mirto ha un buon profumo, ma non ha sapore, mentre il salice non ha né sapore né odore.

     Il sapore simbolizza lo studio della Torà. Il comprendere la Torà, infatti, ci procura un vero e proprio piacere, una sensazione così concreta, da poter essere paragonata a quella, che si prova assaggiando un cibo gustoso. L’odore simbolizza il compimento delle mizvòt. La qualità, infatti, che ci aiuta e ci motiva in genere a compiere le mizvòt, è il kabalàt ol, un’accettazione incondizionata del giogo del Cielo. Dal momento quindi che, spesso, noi non comprendiamo la ragione delle mizvòt, la loro osservanza può risultare meno gratificante, o perlomeno gratificante in modo meno tangibile, di quanto si avverte nello studio della Torà, così come l’odorare un cibo gratifica l’individuo in modo molto meno palpabile di quanto accade, quando lo assaggia.

      Se vogliamo ampliare il campo di questo simbolismo, possiamo vedere come ognuna delle quattro specie rappresenti un diverso tipo di individuo. L’etròg rappresenta la persona che studia la Torà e compie le mizvòt, il lulàv rappresenta chi studia la Torà, ma non compie le mizvòt (1), il mirto rappresenta chi compie le mizvòt, ma non studia la Torà, e il salice rappresenta l’Ebreo, che né studia la Torà, né compie le mizvòt.

      La mizvà del lulàv dimostra, come nessuno possa raggiungere un completamento, fino a quando non sia disposto ad andare oltre a se stesso e ad unirsi al proprio compagno. Neppure l’etròg, la specie che simbolizza entrambe le virtù dello studio della Torà e del compimento delle mizvòt, può essere utilizzato a Succòt, fino a quando non viene preso in mano e tenuto insieme all’umile salice. Allo stesso modo, non importa quanto noi ci evolviamo come individui; noi non possiamo realizzare il nostro vero potenziale, senza l’aiuto degli altri. L’unità del nostro popolo nella sua completezza, è un ingrediente indispensabile nella crescita e nel progresso di ogni individuo.

      Il concetto di unità è così centrale in questa mizvà, da riflettersi, non solo nella necessità di tenere tutte e quattro le specie insieme, ma anche nelle caratteristiche di ogni singola componente della mizvà. I nostri Saggi hanno messo come condizione, che un lulàv possa essere utilizzato per la mizvà, solo se le sue foglie sono unite. L’unico tipo di mirto, che può essere utilizzato per la mizvà, è quello che ha una successione di file di tre foglie ciascuna. In ogni fila, le tre foglie devono essere l’una a livello dell’altra, senza che una sia significativamente più alta o più bassa dell’altra. Anche il salice esprime il concetto di unità, dato che esso cresce in gruppi.

     Il motivo dell’unità si riflette anche nell’etròg. Invero, poiché l’etròg rappresenta una categoria di persone, il cui potenziale di riuscita è maggiore delle altre, anche la sua enfasi sull’unità deve essere maggiore. L’etròg esprime il concetto di unità, in virtù del fatto che esso cresce sulla pianta durante un anno intero, ed è esposto a tutte le variazioni di stagione ed a tutti i cambiamenti climatici. Non solo l’etròg resiste a tutte queste influenze, ma esso vi reagisce in modo positivo; ognuna di queste influenze contribuisce attivamente alla sua crescita. Noi dobbiamo imparare dall’etròg, non solo a tollerare ogni tipo di persona, comprese quelle il cui carattere e la cui personalità sono molto diversi dai nostri, ma, di fatto, a crescere proprio attraverso il contatto con la divergenza delle loro prospettive. Come insegna la Mishnà: “Chi è saggio? Colui, che impara da ogni uomo.”

    Queste espressioni di unità a Succòt, sono collegate al motivo dell’unità, che si trova nelle feste, che direttamente la precedono, Rosh HaShanà e Yom Kippùr. Vi è, tuttavia, una differenza fra l’idea di unità espressa da Succòt e quella che deriva dai Yamìm haNoraìm (i dieci giorni fra Rosh HaShanà e Yom Kippùr). Durante i Yamìm haNoraìm, la nostra consapevolezza dell’unità deriva dall’esperienza spirituale unica di quei giorni, durante i quali noi tutti andiamo oltre la nostra individualità e stabiliamo un contatto con la scintilla fondamentale Divina nella nostra anima. A livello dell’anima, là dove non esiste separazione tra l’uomo e D-O, non esiste differenza fra un uomo e l’altro. A Rosh HaShanà ed a Yom Kippùr noi siamo quindi in grado di pregare insieme, come un’unità collettiva. Nonostante l’intensità di questa esperienza, vi è qui un inconveniente. Dal momento che la sensazione di unità che noi sperimentiamo nei Yamìm haNoraìm deriva da un livello della nostra anima, che è di gran lunga superiore al nostro ordinario, quotidiano processo di pensiero, dopo che le feste sono passate e siamo ritornati nell’ambito dell’esperienza ordinaria, noi possiamo tornare ad una sensazione di separazione.

     Succòt ci insegna che noi dobbiamo restare uniti, anche al livello in cui l’identità individuale di una persona è presa in considerazione, là dove uno di noi è un etròg e l’altro un salice. Nonostante possano esistere differenze riguardo al nostro potenziale ed al grado al quale noi siamo riusciti a svilupparlo, noi restiamo tuttavia uniti, legati insieme in un’unità collettiva. La sequenza delle festività è vitale. L’esperienza che ci pervade completamente nei Yamìm haNoraìm e la consapevolezza essenziale di unità, che essi evocano, ci preparano alla lezione di unità, che Succòt ci insegna. L’intenso servizio spirituale dei Yamìm haNoraìm ci proietta al di fuori della nostra consapevolezza di noi stessi e ci permette di riorientare i nostri valori, in modo da poterci relazionare ad ognuno dei nostri compagni, nel modo appropriato. Questa progressione verso un’unità più profonda raggiunge il suo culmine a Simchàt Torà, quando gli eruditi e gli ignoranti, gli osservanti e i non osservanti, Ebrei di ogni origine e tipo di vita, si uniscono in un’esuberante danza con i rotoli della Torà. Le differenze personali, che in un altro momento li avrebbero divisi, svaniscono. Quest’unità trova un’espressione tangibile nell’uso di danzare a Simchàt Torà in cerchio. Un cerchio non ha né inizio né fine ed ogni suo punto è equidistante dal centro. A Simchàt Torà noi dimentichiamo chi è “capo” e chi è “coda”. Un nucleo comune ci unisce, fondendoci in un’identità collettiva.

     Mentre Succòt ci insegna, che anche come individui, noi siamo insieme, come un popolo unito, Simchàt Torà ci porta più in là di ciò. Allora, noi perdiamo ogni consapevolezza della nostra identità individuale: noi andiamo completamente oltre a noi stessi. L’esperienza di Simchàt Torà, non è però un ritorno al livello dei Yamìm haNoraìm, nei quali noi trascendiamo la nostra individualità attraverso un servizio spirituale, unendoci agli altri al di sopra del livello dell’esperienza ordinaria. A Simchàt Torà, infatti, il legame assoluto di unione è rivelato all’interno dell’esperienza materiale ordinaria, nel bel mezzo del mangiare, bere e danzare. Questo legame gioioso di unità viene ad annunciare l’arrivo del tempo in cui “torneranno qui in grande comitiva” (Geremia 31:7): torneremo, cioè, nella Terra d’Israele come nazione una ed unita. A quel tempo, come ci è stato promesso dai profeti, “una gioia eterna sarà sul loro capo” (Isaia 35:10). Possa tutto ciò avere luogo immediatamente!

(1) Il Midràsh non intende ovviamente dire con questo, che persone di questa categoria non compiono assolutamente mizvòt. Al contrario, i nostri Saggi ci insegnano, che anche “i peccatori di Israele sono pieni di mizvòt, come una melagrana (è piena di grani)”. Il Midràsh si riferisce qui agli allievi che focalizzano il loro servizio Divino soprattutto sullo studio della Torà e vedono le mizvòt semplicemente come un mezzo per raggiungere lo scopo, ma prive di una loro importanza autonoma. Lo stesso si applica alle altre categorie di Ebrei rappresentate dal salice e dal mirto. L’espressione ‘senza gusto’ o ‘senza profumo’ non sono assolute, ma vengono a dire che il campo da loro descritto non è di primaria importanza. Di fatto, lo stesso Ebreo, che viene paragonato al salice, è paragonato anche al melograno.

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