Nella Succà Pubblicato il 3 October, 2017

Entrando nella Succà, e ad ogni azione che noi compiamo in essa, accade all'Ebreo qualcosa del tutto speciale ed unico. Essere consapevoli di ciò, ci permetterà di vivere la nostra festa di Succòt con immensa gioia, vitalità e ricchezza spirituale.

SUKKAH_HOURS_LPNella festa di Succòt (la Festa delle Capanne), vi sono altre mizvòt, oltre a quella che ci comanda di risiedere nella succà. Nonostante ciò, il nome della festa deriva proprio dalla succà. Questa mizvà, infatti, possiede delle qualità, che la pongono ad un livello superiore. La mizvà del lulàv, ad esempio, non appartiene a tutti sette i giorni della festa (di Shabàt, infatti, non si tocca il lulàv), né può essere compiuta immediatamente, all’ingresso della festa stessa, ma solo a partire dal mattino successivo. La mizvà della succà, invece, comincia da subito, ed anzi, ancora prima dell’inizio della festa, in quanto essa deve essere costruita, appunto, prima del giorno festivo e la sua costruzione è già una mizvà di per se stessa. Tutte le operazioni che riguardano la preparazione delle ‘quattro specie’ (lulàv, ecc.), possono essere svolte, invece, anche nel giorno di festa. Le ‘quattro specie’, inoltre, hanno un limite, per quel che riguarda il loro utilizzo ai fini del compimento della mizvà: essa può essere compiuta, infatti, una sola volta al giorno, dopo di che non se ne ha più l’obbligo. La mizvà della succà, al contrario, si prolunga durante tutti i giorni della festa e la sua benedizione viene ripetuta, in genere, più volte in una giornata.

 Vi è un’altra qualità particolare, che caratterizza questa mizvà. Tutte le altre mizvòt riguardano azioni particolari, che vengono compiute con un particolare oggetto, tramite una parte o l’altra del corpo, a seconda della mizvà, e comunque non hanno bisogno, per essere compiute, di  coinvolgere l’individuo nella sua completezza, né, tantomeno, riguardano tutte le sue azioni. Nella succà, invece, ogni gesto quotidiano, ogni cosa che riguarda le necessità dell’individuo e che, fino ad un giorno prima della festa, fuori della succà, erano privi di significato particolare, ora divengono una mizvà. Inoltre, come dicono i nostri Rabbini, “ogni uomo che non ha una casa non è un uomo”. Il completamento dell’uomo, cioè, è la sua casa, che per lui è una necessità assoluta. Dal momento che egli ha una casa, però, questa non è sua solo quando vi risiede, ma anche quando ne è lontano. A Succòt, è la succà a divenire la sua casa, ed è essa ora il suo completamento. Egli è legato ad essa, e quindi anche alla sua mizvà, addirittura anche quando ne è lontano.

     La festa di Succòt è un completamento di qualcosa che è iniziato a Rosh HaShanà. Nel creare il mondo, D-O ha dato esistenza a tutte le cose e a tutte le creature con la Sua parola. Quando, però, è arrivato il sesto giorno ed Egli ha creato l’uomo, a Sua immagine e somiglianza, non lo ha creato, come il resto, con la parola, ma gli ha soffiato dentro un alito di vita, infondendogli una parte di Sé dal Suo profondo, come accade quando si soffia. Quel sesto giorno era il giorno di Rosh HhaShanà. Quando l’Ebreo soffia nello Shofàr, a Rosh HaShanà, egli ritorna a questo legame primordiale, che lo lega al suo Creatore. Questo rivolgersi a D-O senza parole, con il suono dello Shofàr, è un richiamo verso di Lui al quale Egli risponde in un modo che si completa, proprio durante la festa di Succòt, in cui D-O abbraccia con la Sua Presenza Infinita l’Ebreo, che risiede dentro la succà. La succà rappresenta, infatti, qualcosa di molto particolare.

      La Creazione, a tutti i suoi livelli, riceve vita e sostegno da una Forza o Emanazione Divina. Questa forza vitale è chiamata or pnimì (luce interiore). Come l’anima dà vita al corpo, permeando e vivificando tutti i suoi organi, proprio così l’or pnimì compenetra e vivifica la creazione a tutti i suoi livelli. Ma, come l’anima è appena un barlume della Divinità, così lo è pure l’or pnimì. Esso non è che un barlume, una lieve irradiazione, della vera luce dell’En Sof, dell’Infinito. La fonte dell’or pnimì è l’or makìf (la luce avvolgente). L’or makìf, chiamato anche or sovèv, è la luce onnicomprendente, che non soltanto compenetra, ma anche avvolge e trascende la Creazione. L’or pnimì sta ad indicare l’immanenza di D-O: D-O come si rivela e manifesta nella Creazione. L’or makìf sta ad indicare la trascendenza di D-O: l’Aspetto di D-O che è al di là della rivelazione. Come dice il Midràsh: “Il Signore è il luogo ove (si trova) il Suo mondo, ma il Suo mondo non è il luogo ove Egli (si trova)”!

     Nella succà risplende una luce Divina molto elevata, una luce che non può compenetrare l’individuo, che l’individuo non può contenere. Questa luce è ciò che abbiamo chiamato or makìf, una luce che circonda l’uomo in modo avvolgente, come la succà, in termini materiali circonda l’uomo, e non solo lui, ma anche tutti gli oggetti, che vi sono compresi e tutte le sue azioni. Quel che accade, però, di particolare è che nella santità di questa festa, mangiando, bevendo e abitando nella succà, l’Ebreo può ricevere e contenere dentro di sé questa luce elevatissima. In ogni giorno della festa, un po’di questa luce viene a far parte di lui, ed il giorno successivo, vi è un altro livello di luce avvolgente che discende dall’alto, per compenetrarlo, in un crescendo continuo. È questa atmosfera particolare, che permette all’Ebreo di unirsi al Suo Creatore ed al suo compagno Ebreo in un’unione meravigliosa, al livello della Luce Infinita, nella quale le differenze non esistono più.

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