Non ritirarsi davanti alle difficoltà Pubblicato il 6 December, 2017

Quando l’Ebreo va in esilio, egli porta la Presenza Divina con sè, e grazie ad Essa egli trasforma lo stato dell’esilio, fino al punto di farlo diventare un aiuto per il proprio servizio. Ed è con questa forza che noi possiamo arrivare alla Redenzione.  

“E Yosèf fu condotto in Egitto” (Bereshìt 39,1)
La parashà Vayèshev descrive l’inizio del processo che portò all’esilio dell’Egitto: “Ve Yosèf huràd mizràima“ (“E Yosèf fu condotto (letteralmente ‘venne fatto scendere’) in Egitto”. A questa parola ‘huràd’ sono state date tre interpretazioni. 1) Quella che la fa derivare dal termine ‘ieridà’, discesa, dato che Yosèf fu fatto prima schiavo e poi prigioniero, in Egitto. 2) Quella che la fa derivare dal termine ‘redià’, dominio e controllo, dal momento che, dopo essere stato condotto alla presenza del faraone, Yosèf fu nominato governatore dell’Egitto. 3) Quella che la fa derivare dal termine ‘horìd’, fece discendere, come è detto “Fece discendere la Presenza Divina con lui in Egitto”. Queste tre interpretazioni rappresentano tre diversi modi che l’uomo ha di fronteggiare il mondo che lo circonda. Questi diversi modi, ‘discesa’, ‘dominio’ e ‘il far scendere con sè la Presenza Divina’, erano tutti e tre presenti in Yosèf. Essi rappresentano anche tre diversi modi di porsi, di fronte all’esilio nel quale il popolo d’Israele è stato mandato.

La guerra e i suoi difetti
Una possibilità è che l’Ebreo veda il suo stato di esilio come una ‘discesa’. L’esilio risulta ai suoi occhi come un duro ostacolo, che lo disturba nel suo servizio. Per questo egli lo combatte, lottando contro le sue difficoltà con l’intento di superarle e di vincerle. Il difetto in questo approccio è l’importanza che viene attribuita all’esilio, che prende in questo modo consistenza, divenendo una realtà ostacolante, che va combattuta e con la quale ci si deve confrontare. In questo caso, anche se la si combatte e la si vince, non si ha con ciò una liberazione completa, poichè la guerra lascia il segno del suo passaggio sull’uomo, sulle sue vesti, per così dire, grondanti di sangue.

Ostacoli ‘addormentati’
La seconda possibilità è che l’Ebreo si ponga fin dall’inizio nella posizione di sentire che egli ha il controllo nel mondo. Davanti a sè egli non vede alcuna difficoltà ed alcun ostacolo, e questo suo approccio ha il potere di condizionare la realtà: l’esilio si sottomette a lui, che ne diviene il dominatore. Il vantaggio di questo approccio è che qui non vi è alcuna guerra. Tutti gli agenti di disturbo si annullano davanti all’Ebreo, e non osano assolutamente erigerglisi contro. Essi continuano ad essere, tuttavia, degli agenti negativi, anche se per ora relegati ad uno stato di ‘sonno’, e continuano ad avere la potenzialità di ‘destarsi’ e di disturbare, nel momento in cui l’uomo dovesse cadere dal suo grado spirituale elevato.

La Presenza Divina è con te
La terza possibilità è che egli faccia discendere con sè la Presenza Divina. Ciò vuol dire che, quando l’Ebreo va in esilio, egli porta la Presenza Divina con sè, e grazie ad Essa egli trasforma lo stato dell’esilio, fino al punto di farlo diventare un aiuto per il proprio servizio. Questo è il grado più elevato, capace di trasformare l’esilio stesso in qualcosa di positivo. Questo fu il livello spirituale di Yosèf il Giusto. Da un lato egli scese in Egitto, in esilio, reciso dal mondo spirituale elevato di suo padre Yacov, ed occupato negli affari dell’Egitto; eppure, nonostante ciò, la Presenza Divina era con lui, al punto che egli divenne il governatore ed il capo dell’Egitto, e l’esilio stesso si pose al suo servizio, aiutandolo in ogni sua azione. Yosèf ha conferito ad ogni Ebreo questa facoltà e questo potere di non ritirarsi davanti alle difficoltà dell’esilio, ma di portare invece a risiedere, proprio nell’esilio stesso, la santità Divina. Ed è con questa forza che noi possiamo arrivare alla Redenzione vera e completa, subito e di fatto.
(Likutèi Sichòt, vol. 25, pag. 193)

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