Non solo ricordare, ma anche agire Pubblicato il 26 December, 2017

Nell'ordine della benedizione che Yacov Avìnu impartisce ai figli di Yosèf sembra esserci qualcosa di poco chiaro. Eppure, proprio l'apparente disaccordo fra Yacov e Yosèf sull'ordine delle benedizioni, nasconde una grande ricchezza che ci aiuta a comprendere la completezza del nostro servizio Divino.


Menashe ed Efraim
Nella parashà Vayechì noi siamo testimoni del particolare dialogo che intercorre fra Yacov Avìnu e Yosèf il Giusto. Quando Yosèf conduce i propri figli da suo padre, affinché li benedica, egli dispone con naturalezza Menashe, il primogenito, alla destra di Yacov, ed Efraim, il più giovane dei due, alla sua sinistra. Yacov, però, incrocia le proprie mani, ponendo la destra sulla testa di Efraim e la sinistra su quella di Menashe ed in questo modo li benedice. Yosèf non è contento di ciò e si rivolge a suo padre dicendo: “Non così, padre mio, perché questo è il primogenito; posa la tua destra sul suo capo”. Yacov però non accoglie le sue parole e risponde: “Lo so, figlio mio, lo so. Anch’egli (Menashe) diventerà un popolo, anch’egli diventerà grande; tuttavia suo fratello minore diverrà più grande di lui”.

Non vi sono errori
È noto che presso i Giusti, ed in particolare i Patriarchi e le Tribù, non vi sono “errori”, soprattutto quando la Torà stessa narra queste cose, che devono fungere da guida per le generazioni future. È chiaro quindi che Yosèf non sbagliò, quando chiese a Yacov di porre la sua mano destra sulla testa di Menashe. Non c’è dubbio che sia Yacov che Yosèf avessero ragione, ed il loro punto di vista differente sta ad indicare semplicemente due diversi approcci riguardo al servizio Divino. Dalla prospettiva di Yosèf il Giusto e secondo il suo modo di servire D-O, vi è una qualità superiore in Menashe, e per questo egli è il primogenito. Dalla prospettiva di Yacov Avìnu, invece, è Efraim, il più giovane, ad essere superiore.


Due direzioni
La spiegazione di ciò sta nel significato contenuto nei nomi di Efraim e Menashe. Entrambi questi nomi esprimono i sentimenti che la discesa in Egitto produssero nel cuore di Yosèf. Il nome ‘Menashe’ fu dato “perché il Signore mi ha fatto dimenticare ogni mio affanno e tutta la casa di mio padre”. Questo nome esprime il dolore di Yosèf per essere stato allontanato dal luogo in cui era naturale che egli vivesse: la casa di suo padre. Il nome ‘Efraim’, invece, esprime un’impressione opposta: “perché il Signore mi ha reso prolifico nel paese della mia sofferenza”. Qui Yosèf ringrazia D-O per il vantaggio che gli è derivato proprio dall’esilio stesso. Due sono quindi i sentimenti che riempiono il cuore di Yosèf, ma con ciò, fu il primo a prendere il sopravvento su di lui, il ricordo costante della “casa di mio padre”. Il servizio Divino di Yosèf si focalizzò sul bisogno di essere attaccato alla “casa di mio padre”, anche durante la sua permanenza in Egitto. Per questo Menashe era il più importante ai suoi occhi. Yacov invece vedeva la maggiore importanza del secondo tipo di approccio, quello che si esprime nel nome di Efraim, la trasformazione dell’esilio  e del buio in luce, e per questo egli considerava la qualità di Efraim maggiore di quella di Menashe.


Illuminare l’oscurità
Questi due tipi di approccio devono manifestarsi anche in noi, fintanto che ci troviamo nell’esilio. Prima di tutto l’Ebreo deve sentire il dolore per l’esilio e per la lontananza dal nostro Padre nei Cieli, e deve chiedere e pretendere senza tregua il proprio ritorno alla “casa di mio padre”, alla completa Redenzione. Allo stesso tempo, egli deve sapere che lo scopo dell’esilio è che “mi ha reso prolifico il Signore nel paese della mia sofferenza”, illuminare cioè l’oscurità dell’esilio per mezzo della Torà e delle sue mizvòt e fare proprio dell’oscuro esilio una grande luce, con “il lume della mizvà e la luce della Torà”, fino al raggiungimento della missione finale, quando: “la notte illuminerà come il giorno”. Quando l’Ebreo si trova in un ambiente non favorevole, non si limiti a sprofondare nella sofferenza per la propria condizione, agognando solo il momento in cui potrà finalmente scappare da lì. Egli deve approfittare di tutto il tempo in cui si trova lì per diffondervi la luce della Torà, fino a che quello stesso luogo non si trasformi in un luogo di Torà, poiché è questo tutto lo scopo dell’esilio.
(Likutèi Sichòt, vol. 15, pag. 432) 

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