Quando la morte si trasforma in vita Pubblicato il 2 July, 2017

Il serpente simbolizza la morte, ed ecco che l'opposto diviene possibile, tanto che il serpente stesso guarisce e ridà la vita. È questo il significato della 'resurrezione dei morti': la morte stessa che si trasforma in vita.  


“Chiunque sia stato morso, se lo guarderà, vivrà” (Bemidbar 21,8)
Quando i Figli d’Israele peccarono nel deserto, lamentandosi ancora una volta contro Moshè ed Aharòn, D-O inviò contro di loro dei serpenti velenosi, che provocarono la loro morte in gran numero. Quando, allora, Moshè pregò per il popolo, D-O gli comandò: “Realizza tu stesso la figura di un serpente velenoso e mettila su di una pertica. Chiunque sia stato morso, se lo guarderà, vivrà.” Moshè fece un serpente di rame e lo pose su di una pertica ed “ogni volta che un serpente mordeva una persona, questa, se guardava verso il serpente, viveva.” I nostri Saggi spiegano che non era il serpente a procurare la morte, né era il serpente a dare la vita, ma, piuttosto, che quando gli Ebrei guardavano verso l’alto, sottomettendo il loro cuore a D-O, venivano guariti, mentre, nel caso contrario, venivano distrutti. Da qui si comprende che la funzione del serpente fu quella di risvegliare il popolo alla teshuvà (pentimento, ritorno) per merito della quale, poi, veniva la guarigione.

Una forza superiore
La Chassidùt rivela un livello più profondo nel significato del serpente di rame, attraverso il quale si operava la guarigione. Coloro che erano stati morsi dai serpenti velenosi erano da considerarsi già a livello di morti, dato che, a causa di quel morso, avrebbero dovuto, appunto, morire. L’atto di guardare il serpente di rame fatto da Moshè, aveva, quindi, la funzione di ridare loro vita, di operare una specie di ‘resurrezione’. La forza che ha il potere di far rivivere un morto non può essere lo stesso tipo di forza dalla quale deriva la vita, normalmente, poiché, dopo la morte,  non è più da essa che può proviene alcuna vitalità. La resurrezione dei morti deriva da una forza che è infinitamente superiore: il livello della “misericordia grandissima dell’Essenza della Luce Infinita, un livello che è superiore a quello dal quale proviene la vita”.

Il serpente uccide e dà vita
Quando si riesce ad elevarsi al di sopra del livello che dà origine alla vita, arrivando a D-O Stesso, alla Sua Essenza, là dove “morte e vita si equivalgono”, diviene possibile operare una trasformazione, che permette anche a chi si trova già a livello di morte, di ricevere lo spirito vitale e tornare in vita. È chiaro, quindi, che la resurrezione comporta un’azione di trasformazione totale, che porta da un opposto all’altro, dalla morte alla vita. Ciò trova espressione nel serpente di rame: il serpente, di per sé, allude alla morte (fu esso, infatti, a provocare la morte nel mondo), e qui si verifica un fatto opposto, per cui è il serpente stesso a ridare la vita ed a salvare dalla morte. Ed è proprio questo il senso della resurrezione dei morti: che la morte stessa si trasformi in vita.

La trasformazione che viene dalla teshuvà
Per arrivare a ciò, però, vi è bisogno di un servizio parallelo, che l’uomo deve operare nella sua anima: la trasformazione del buio in luce. Quando gli Ebrei guardavano verso il serpente di rame, e sottomettevano il loro cuore a D-O, essi trasformavano il loro cuore per intero, compreso l’istinto del male che vi risiede, in bene e santità. E fu proprio questa trasformazione del buio in luce, dentro la loro anima, che provocò la trasformazione del serpente da ciò che uccide a ciò che dà vita. Questa forza viene da D-O Stesso, dalla Sua Essenza, che è al di sopra di ogni limitazione, e solo da qui può derivare il fatto che il serpente stesso che uccide può portare guarigione e vita. Ciò che rende possibile la cosa è la trasformazione dei peccati in meriti da parte dell’Ebreo (attraverso il servizio del pentimento e del ritorno a D-O), che diviene, così, un recipiente capace di contenere la benedizione Divina, che è al di sopra di ogni limite.

(Likutei Sichòt vol. 13, pag.71)

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