‘Shehechiyànu’ per la Torà Pubblicato il 11 October, 2017

Quando un Ebreo, durante l’anno, vive una vita improntata alla Torà, sia lui che la Torà, nella festa di Simchàt Torà, verranno infusi di una luce Divina di grado molto maggiore, tanto da risultare, per così dire, come un nuovo Ebreo più elevato ed una nuova Torà più elevata.

Festeggiamo la conclusione della Torà
Il secondo giorno di Sheminì Azèret, fuori d’Israele, ed il giorno di Sheminì Azèret stesso, in Israele, è noto come la festa di Simchàt Torà: “La Gioia della Torà”. Il Ramà spiega che questo giorno è chiamato così “poichè è un giorno nel quale noi ci rallegriamo e festeggiamo in onore della conclusione della Torà”. A Simchàt Torà, infatti, noi completiamo la lettura di tutta la Torà, con la sua ultima parashà: Ve Zòt Haberachà. Il Rebbe Precedente, il Rebbe HaRayàz, spiega che la benedizione di ‘shehechiyànu’, che viene recitata al sopraggiungere di ogni festività, riguarda in questo caso non solo la festa stessa, ma anche la gioia della conclusione della Torà. In ciò vi è però qualcosa che va compreso. La gioia di Simchàt Torà riguarda la “conclusione della Torà”, mentre la benedizione di ‘shehechiyànu’ è sempre recitata per qualcosa di nuovo. Come può la benedizione di ‘shehechiyànu’ su qualcosa di nuovo riguardare la “conclusione della Torà”?

Per cosa ringraziamo D-O
Nel testo di questa benedizione si legge: “Shehechiyànu – Che ci hai dato vita; vekiyemànu – ci hai dato esistenza; vehighiyànu – e ci hai fatto arrivare; lazemàn hazè – a questo momento.” In generale, quando si ringrazia qualcuno, si comincia col ringraziare per le cose di minore importanza, per passare poi a quelle più importanti. Secondo ciò, l’ordine della benedizione avrebbe dovuto essere l’opposto: prima si sarebbe dovuto ringraziare D-O per averci dato l’esistenza, e poi per aver infuso quest’esistenza di vita. Inoltre, quando una persona recita la benedizione di ‘shehechiyànu’, ringraziando D-O per l’esistenza e la vita che gli ha dato e per avergli permesso di “arrivare a questo momento”, essa dovrebbe anche chiedersi se la qualità della sua vita, fino a quel momento, sia stata tale da fargli sembrare appropriato ringraziare D-O, con la benedizione di ‘shehechiyànu’. Molto probabilmente, gran parte della sua vita sarà stata piena di dolore, cosa che non gli avrà certo fornito un grande incentivo per ringraziare D-O, di avergli concesso esistenza e vita e di averlo fatto “arrivare a questo momento”. Per questo, la benedizione di ‘shehechiyànu’ inizia col ringraziare D-O per averci dato vita. Così come essere vivi significa che ogni parte della persona è uniformemente infusa di spirito vitale, anche la benedizione di ‘shehechiyànu’ si riferisce a quell’aspetto dello spirito vitale che riguarda ogni parte dell’uomo, in modo uguale. Ed è per questa vitalità generale, che trascende le particolari svolte che la vita può prendere, che noi abbiamo il dovere di ringraziare D-O.

La vita che ci deriva dalla Torà
Senza la Torà, comunque, è impossibile per l’individuo poter dire che la sua vita sia piena di cose che lo portano a ringraziare D-O. Anche se essa fosse piena per lo più di momenti positivi, egli non potrebbe ancora considerare la propria vita come infusa di vitalità, dal momento che, la maggior parte del suo tempo, la persona è occupata a mangiare, bere, dormire, guadagnarsi la vita, e tutto ciò che è necessario alla sua sopravvivenza fisica. Un Ebreo invece, è sempre legato in modo inscindibile alla “Torà di vita”, cosa che gli permette di impregnare di questa vita tutto quello che egli fà. Anche quando è occupato in questioni materiali, infatti, egli resterà attaccato a D-O, col ricordarsi che “Tutte le tue azioni siano per amore del Cielo”, e “In tutti i tuoi passi pensa a Lui”. Ed il risultato che ne deriverà, allora, sarà: “E voi, che siete rimasti fedeli all’Eterno, vostro Signore, oggi siete ancora tutti in vita”, ogni giorno e ad ogni istante. Per questo, una persona deve e può ringraziare D-O che gli dà vita e gli permette “di arrivare a questo momento”.

Un nuovo livello di vita
Comunque, secondo questa spiegazione della ‘vita’, la domanda iniziale richiede ancora una risposta: cosa porta una persona a ringraziare D-O anche per avergli dato ‘esistenza’? Di fronte all’aver ricevuto la vita, infatti, la semplice esistenza sembrerebbe richiedere un ringraziamento di grado ben inferiore. Ed ecco la spiegazione: la vita non è necessariamente legata all’anima dentro al corpo, anzi, l’anima, così come essa esiste nei mondi spirituali, costantemente unita a D-O, senza essere intralciata dal corpo, può essere considerata molto più ‘viva’. Noi tributiamo quindi a D-O un ulteriore ringraziamento per la discesa dell’anima nel corpo, che di per sè può essere considerato solo come ‘esistente’, e che viene così infuso della vera vita che proviene dallo spirito vitale dell’anima. Come risultato di ciò, noi siamo grati non solo per l’anima (vita), ma anche per il corpo (esistenza). Quando un Ebreo, durante l’anno, vive una vita improntata alla Torà, sia lui che la Torà, nella festa di Simchàt Torà, verranno infusi di una luce Divina di grado molto maggiore, tanto da risultare, per così dire, come un nuovo Ebreo più elevato ed una nuova Torà più elevata. Gli Ebrei gioiscono quindi con la Torà e recitano la benedizione di ‘shehechiyànu’ per il loro nuovo livello di ‘vita’ e di ‘esistenza’.
(Basato su Likutèi Sichòt, vol. 19, pag, 371 – 378)

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