Supplicare D-O Pubblicato il 2 August, 2017

Ogni Ebreo è caro a D-O quanto un figlio unico nato ai genitori nella loro vecchiaia. Proprio per questa vicinanza interiore, Egli ci concede favori che vanno al di là dei nostri bisogni e del nostro reale merito. Pregando, quindi, l’umiltà non deve solo caratterizzare il modo di rivolgersi a D-O, ma deve arrivare a permeare la persona stessa, nella sua interezza. Pregando, essa deve sentire con sincerità di star chiedendo un favore che non merita.  

Cos’è la preghiera?

Secondo il Rambam, il precetto di pregare comporta l’obbligo di rivolgere quotidianamente a D-O suppliche e preghiere, in quest’ordine: lodare il Santo, benedetto Egli sia, supplicarLo per tutti i nostri bisogni ed infine rivolgerGli lodi e ringraziamenti per il bene che Egli ci ha concesso. La dimensione fondamentale della preghiera è comunque la richiesta a D-O per i nostri bisogni. Le lodi e i ringraziamenti, che precedono e seguono queste richieste, sono semplicemente un elemento supplementare del precetto. La persona deve realizzare che D-O è la vera fonte di tutto il sostentamento e di tutte le benedizioni, e rivolgersi a Lui con richieste sentite del cuore. Spesso però noi non ci accontentiamo di pregare per i nostri bisogni. Noi desideriamo un bene che vada molto al di là dei nostri semplici bisogni, un bene che rifletta l’illimitata generosità di D-O. Ogni Ebreo infatti è caro a D-O quanto un figlio unico nato ai genitori nella loro vecchiaia. Proprio per questa vicinanza interiore, Egli ci concede favori che vanno al di là dei nostri bisogni e del nostro reale merito.

La supplica di Moshè

La parashà Vaetchannàn comprende questa tematica. ‘Vaetchannàn’ significa “ed egli supplicò”, e si riferisce alla preghiera con la quale Moshè supplicò D-O di poter entrare nella Terra d’Israele. L’interpretazione che i nostri Saggi fanno di questa preghiera, ci fornisce un insegnamento riguardo al modo di rivolgerci a D-O nel nostro pregare. Il Sifri dice: (Moshè) avrebbe potuto far dipendere (e collegare la sua richiesta)… alle sue buone azioni. Egli fece invece la sua richiesta a D-O nella forma di una preghiera per un dono… Quanto più così, (uomini minori) dovrebbero rivolgere le loro richieste a D-O in questo modo. Vaetchannàn, d’altro canto, è uno dei dieci termini usati per indicare la preghiera, e di tutti questi, Moshè scelse proprio questo approccio: la supplica. Da qui noi impariamo che nessun essere creato può avanzare richieste a D-O, se non rivolgendosi a Lui in tono di supplica, con la richiesta di un dono incondizionato, come fece Moshè.

Tutto è bontà

D-O è misericordioso verso tutte le sue opere e dà ad ognuno ciò di cui necessita. Inoltre, quando una persona è meritevole, gli è assicurato che: “Se seguirete i miei decreti… Io vi darò le piogge al loro tempo…”. Su questa base, è facile per la persona credere di meritare l’assistenza Divina. Tuttavia, anche in una simile condizione, la preghiera è necessaria. Anche se egli, in virtù delle sue azioni, meritasse la benedizione Divina, vi è il fatto che D-O trascende completamente il mondo materiale, per cui, per potersi rivestire la Sua benevolenza di una forma materiale, sarà necessaria una misura particolare di bontà, che potrà essere evocata solo dalla preghiera. Per questo non c’è altro modo di rivolgere una richiesta a D-O, se non pregandoLo per un dono incondizionato (e non per una ricompensa). Quando Gli chiediamo di mostrarci la Sua benevolenza, noi dobbiamo supplicarlo con umiltà, piuttosto che avanzare una richiesta; anche se meritevole, la persona non deve contare sui propri meriti, ma pregare D-O di rivelargli la Sua generosità e la Sua bontà.

Non solo un tono umile, ma un cuore umile

L’umiltà non deve solo caratterizzare il modo di rivolgersi a D-O, ma deve arrivare a permeare la persona stessa, nella sua interezza. Pregando, essa deve sentire con sincerità di star chiedendo un favore che non merita. Infatti, nonostante la bontà delle sue azioni, vi è sempre un livello ancora superiore che egli può e deve raggiungere. Per questo, la sua richiesta deve essere quella di un ‘dono gratuito’, di una bontà immeritata. Un simile tipo di approccio fu personificato da Moshè, che la Torà descrive come “più umile di ogni altro uomo sulla faccia della terra.” Moshè era consapevole delle proprie qualità positive, ma capiva anche che era D-O a dargliele, e che se queste stesse virtù fossero state assegnate a qualcun altro, questi avrebbe saputo farne un uso migliore.

Quando è possibile cambiare un decreto Divino

Nonostante in precedenza D-O avesse vietato a Moshè l’ingresso nella Terra Santa, dopo la conquista dei paesi di Og e di Sichon, egli pensò che forse ora glielo avrebbe concesso, per cui Gli rivolse un’accorata preghiera. I nostri Saggi hanno differenti opinioni, se sia possibile influenzare con la preghiera una decisione Divina, dopo che questa sia stata ormai decretata, o se ciò sia possibile solo prima. Nel caso si ritenga possibile un’influenza anche dopo il decreto, la preghiera di Moshè a D-O sarebbe stata rivolta secondo una delle formule di preghiera accettate. Prevalendo invece l’opinione secondo la quale dopo il decreto non sia ormai più possibile pregare, Moshè si sarebbe rivolto a D-O solo con un approccio che va al di là di quello della normale preghiera, e cioè con la richiesta di un dono immeritato e del tutto gratuito.

Fare più di quello che possiamo

La Chassidùt spiega così la richiesta di Moshè di un ‘dono gratuito’: se Moshè avesse avuto il permesso di condurre il popolo Ebraico nella Terra d’Israele, sarebbe stato in suo potere attrarre un livello di rivelazione Divina tale, che il nostro normale servizio Divino non è in grado di raggiungere. Vi è infatti un limite al livello spirituale al quale l’uomo può arrivare, con i propri sforzi. I livelli più elevati dipendono solo dall’iniziativa Divina. Essi non possono essere raggiunti dall’approccio ordinario della preghiera, poiché la preghiera si incentra sullo sforzo dell’uomo di purificare se stesso ed il suo ambiente, e per questo Moshè chiese un ‘dono gratuito’. Ma D-O non soddisfò la richiesta di Moshè, poichè anche i livelli più elevati di rivelazione non vengono dati come ‘doni gratuiti’, ma devono essere piuttosto conquistati dall’uomo attraverso il suo servizio Divino. Questo tipo di servizio non rientra però in ciò che è nelle mani dell’uomo di concepire o tracciare, neppure in quelle di Moshè. È D-O invece Che delinea questo tipo di servizio ed è in base ad esso che Egli ha condotto il popolo Ebraico, in tutte le peripezie della sua storia. Per questa ragione, la preghiera di Moshè non fu accettata, e fu Yehoshua e non Moshè a condurre gli Ebrei nella Terra d’Israele. Nonostante questo fatto abbia aperto la possibilità al popolo Ebraico di essere mandato in esilio, esso costituì una parte del piano Divino, atto a consentire all’umanità di svolgere il servizio necessario a portare la Redenzione. È infatti il servizio Divino dell’uomo comune che si confronta con l’esperienza quotidiana, che farà della Redenzione una realtà. La parashà Vaetchannàn viene sempre letta prima di Shabàt Nachamù, ‘il Sabato del conforto’. Il vero conforto per la distruzione del Tempio e per l’esilio è la comprensione e la consapevolezza che queste sono solo fasi, che ci conducono alla Redenzione finale. Guidandoci su di un percorso che va al di là della comprensione dell’uomo mortale, D-O dà all’uomo la possibilità e la capacità di divenire Suo socio nella creazione, e di fare del mondo una dimora che essi condivideranno.

(Da un discorso sulla parashà Vaetchannàn del 5754)

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