Tre tipi di liberazione: tre forme di servizio Pubblicato il 4 December, 2017

La forma più elevata di pace e liberazione dai propri oppressori è quando si arriva ad incontrare il proprio oppressore e a trasformarlo in un amico fedele.  

arresto dell'Admor HaZaken“E Yossèf fu portato giù in Egitto” (Bereshìt, 39, 1)
Vi è un famoso detto secondo il quale tutte le festività Ebraiche hanno un collegamento con la parashà della settimana nella quale ricorrono, anche quelle festività che celebrano avvenimenti occorsi in un periodo di molto posteriore alla parashà stessa. Risulta quindi che, anche riguardo alla festa chassidica di Yud Tet Kislev, la festa della liberazione dell’Admòr HaZakèn (il primo Rebbe di Lubavich), che segna anche la ‘liberazione’ dell’insegnamento della Chassidùt, si trova un’allusione nella parashà della settimana, nella quale quasi sempre questa festa ricorre, la parashà Vayèshev. A prima vista, sembra trattarsi qui proprio del contrario. Vayèshev narra eventi che portano alla vendita di Yosèf come schiavo in Egitto ed alla sua successiva incarcerazione. Che nesso ha tutto ciò con la liberazione dell’Admòr HaZakèn dalla prigionia? Per poter capire, noi ci avvaliamo di un midràsh che, a proposito del verso “E Yosèf fu portato giù in Egitto”, ci porta la spiegazione del termine Ebraico usato per ‘portato giù’ / huràd, che ha attinenza con termini similari che significano ‘conquista’, ‘dominio’. Secondo il midràsh, quindi, la discesa di Yosèf in Egitto non si evolse solo alla fine nella sua nomina a viceré dell’Egitto (senza il permesso del quale “nessun uomo potrà levare la sua mano o il suo piede in tutto il paese d’Egitto”), una condizione quindi di ‘conquista’ e di ‘dominio’, ma già da subito comportò ‘conquista’ e ‘dominio’.

Tre vie di liberazione
Vi sono tre vie attraverso le quali una persona può liberarsi da uno stato di esilio. 1) La prima è la liberazione che si raggiunge lottando: si combatte il proprio oppressore e lo si sconfigge. In questo caso, però, nonostante il risultato possa essere quello di una completa sconfitta del nemico, questa vittoria potrà risultare in qualche modo vana. Per garantirsi la liberazione combattendo, infatti, ci si dovrà abbassare al livello del nemico, fino al punto di arrivare allo spargimento stesso di sangue. 2) Vi è una forma superiore di vittoria e liberazione: la pace che si ottiene incutendo timore al nemico, ostentando la preponderanza della propria forza, così che egli non osi opporsi e non ingaggi alcuna battaglia. Anche qui però, nonostante non si arrivi in questo modo allo spargimento di sangue, la vittoria è solamente temporanea. Il nemico continua ad esistere e, nel caso riuscisse a rafforzarsi, potrebbe cercare di nuovo la via per attaccare. 3) La forma più elevata di pace e liberazione dai propri oppressori è quando si arriva ad incontrare il proprio oppressore e a trasformarlo in un amico fedele. In questo caso, non ci si dovrà più preoccupare di un eventuale attacco futuro del nemico, in quanto esso sarà diventato un amico: il nemico avrà così cessato di esistere.

Tre forme del servizio Divino
Queste tre forme di liberazione corrispondono a tre differenti tipi di servizio Divino: 1) quello dei fratelli di Yosèf, i fondatori delle dodici tribù d’Israele, 2) quello dei Patriarchi e 3) quello di Yosèf stesso. I fondatori delle tribù scelsero di essere dei pastori, tagliandosi fuori dal mondo, in modo da non doversi occupare di questioni materiali e terrene, che avrebbero potuto interferire col loro servizio Divino, volto unicamente ad unirsi a D-O. Essi temevano che, affrontare i loro ‘nemici’ spirituali, lottare contro di essi, abbassarsi a combattere con il mondo materiale al fine di purificarlo ed elevarlo, li avrebbe inevitabilmente contaminati e corrotti. I nostri Patriarchi, al contrario, erano ad un livello così elevato, che il mondo materiale non poteva scalfirli in alcun modo. Essi sapevano che, pur coinvolgendosi con le cose del mondo, essi erano in grado di trascenderlo. Il mondo, per così dire, aveva paura di contrapporsi a loro e di combatterli. I Patriarchi non sconfissero però in questo modo il male; essi ne erano semplicemente al di sopra. Il livello più alto di tutti, comunque, fu quello di Yosèf. Da un lato egli ‘discese’ in Egitto, dove si occupò completamente degli affari di stato, mentre dall’altro lato egli non permise che questo suo coinvolgimento disturbasse anche solo minimamente il suo costante attaccamento a D-O. Anche nel pieno dei suoi compiti burocratici, Yosèf si trovava in uno stato di assoluta unione con D-O. In questo modo, Yosèf si confrontò con l’Egitto e lo trasformò.

La liberazione dell’Admòr HaZakèn
Lo stesso accadde con l’arresto e la liberazione dell’Admòr HaZakèn, ed è qui che si trova il nesso che lega quell’evento con i fatti narrati nella parashà Vayèshev. Nonostante l’Admòr HaZakèn fosse stato incarcerato da individui estremamente rozzi, determinati ad annientarlo, egli riuscì durante la sua stessa prigionia a coinvolgerli in conversazioni e dibattiti. In questo modo, egli arrivò a ‘trasformarli’ al punto che essi arrivarono a riconoscerlo in quanto “uomo saggio e santo”, ed a liberarlo, alla fine, in modo del tutto prodigioso.
(Basato su Likutèi Sichòt, vol. 25, pag. 193-199)

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