Un’anima si è accesa Pubblicato il 6 October, 2017

Quel passante era un Ebreo, ma pretendeva che questa realtà non gli appartenesse. Non voleva avere nulla a che fare nè con la religione, nè, soprattutto, con i religiosi, che solo gli stessero lontani. Eppure, dopo essere entrato nella Succà...    

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Sono passati parecchi anni da quando rav Avraham Haviv, chassìd instancabile del Rebbe, che dedica ogni istante della sua vita, con gioia ed entusiasmo, alla diffusione della sorgente di vita della chassidùt ed all’avvicinamento delle anime, che non hanno ancora attinto a questa fonte, ricopriva il ruolo d’insegnante, nella quarta classe del Talmud Torà di Ghilò, quartiere alla periferia di Gerusalemme. Con l’avvicinarsi delle feste, rav Haviv pensò a come meglio adempiere alla volontà del Rebbe, che chiede agli alunni, durante i giorni di vacanza dallo studio, di non perdere il contatto con il significato profondo della Torà e delle mizvòt, che devono riempire ed illuminare la vita dell’Ebreo. Ecco la storia raccontata da rav Haviv stesso.

      “Prima dell’inizio delle feste, parlammo in classe dell’importanza di occupare il nostro tempo a vantaggio di chi ci circonda e prendemmo così una buona decisione. Durante la festa di Succòt, avremmo organizzato una ‘campagna’ (mivzà), secondo le istruzioni del Rebbe, per portare le mizvòt di Succòt alla portata di coloro che, altrimenti, non avrebbero avuto, forse, l’occasione di compierle. Detto, fatto. Cominciammo ad organizzare i preparativi. Bisognava procurarsi una Succà, che fosse facile sia da trasportare, che da montare, non occupasse troppo spazio e rispettasse tutti i criteri dell’halachà. Servivano poi più di un set delle “quattro specie”, con cui fare la benedizione del lulàv, dolciumi e bibite da offrire a chi, entrando nella Succà, volesse farvi la benedizione, e, naturalmente, anche un piccolo tavolo e delle sedie portatili. L’impresa non era da poco, ma l’entusiasmo non mancava.

     Per il primo giorno di mezza festa di Succòt, avevamo già tutto. Andai a prendere gli alunni della mia classe, e cominciammo, tutti insieme, a darci da fare, davanti all’entrata di un centro commerciale, molto frequentato. Montammo la Succà, tetto compreso, disponemmo dolci e bibite in modo invitante sul tavolo, fogli stampati e colorati con la spiegazione degli usi di questa festa, le relative benedizioni ed un po’di approfondimento sul suo significato interiore, e cominciammo ad invitare i passanti ad entrare. Già il solo fatto di essere invitati a bere qualcosa di fresco, in quella calda giornata, venne preso da tutti come un’idea piacevole e simpatica e, praticamente, non ci fu chi rifiutò.

    Parte degli allievi, fuori dalla Succà, offrivano ai numerosi visitatori del centro commerciale, l’occasione di fare la mizvà del lulàv, prima che essi entrassero nel centro stesso o alla loro uscita. Praticamente tutti quelli che passavano, furono ben felici della proposta. L’atmosfera che si era creata era positiva e calorosa. Perfino la polizia, che avrebbe potuto ostacolare quell’azione, non preventivamente concordata, chiuse un occhio, guardando i ragazzini con simpatia. Sentivamo che la benedizione del Rebbe ci accompagnava. Mentre mi trovavo all’interno della Succà, sentii all’improvviso alzarsi una voce concitata ed adirata. Uscii per vedere cosa accadeva. Un signore di mezza età, rosso in volto dall’ira, gridava verso uno degli allievi, che gli si era rivolto, per proporgli di adempiere alle mizvòt della festa: “ A me venite a chiedere questo, voi religiosi, parassiti? Proprio a me? Cosa state qui a disturbare, in mezzo al passaggio! Toglietevi di torno!” Il ragazzino, costernato, stava per piangere. Lo guardai con aria rassicurante e gli dissi di entrare nella Succà. Ci avrei pensato io. Mi rivolsi allora a quel passante, chiedendogli perché avesse aggredito così in malo modo quel ragazzino. Egli rivolse allora tutta la sua rabbia contro di me. “A me venite a fare queste proposte? Proprio a me? Ma sapete chi sono io?” Si levò quindi in tutta la sua imponenza e con massimo orgoglio dichiarò: “Io sono quello che mangia a Yom Kippùr!” Non mi lasciai impressionare dalla sua affermazione. “Non mi sembra un buon motivo per alzare la voce contro un ragazzino di dieci anni, che in fondo non vi ha invitato che a bere una bevanda fresca nella Succà. Questo bambino ha rinunciato ad una parte della sua vacanza, ai suoi giochi, per venire qui ad offrirvi qualcosa di buono. Cosa vi importa di accettare la sua offerta? Perché ve la prendete con lui?”

     A quel punto, quando ormai un po’di persone si erano fermate a vedere cosa succedeva, l’uomo cominciò a sentirsi in imbarazzo e decise di scusarsi e di accettare l’invito. Entrò quindi nella Succà, si scusò e prese il bicchiere, che il bambino gli porgeva. Uno degli allievi era già pronto a porgergli una kippà, per coprirsi la testa e fare la benedizione, quando gli feci segno di lasciar perdere. ‘Quello che mangia a Yom Kippùr’ non doveva essere disturbato, adesso. L’uomo bevve, mangiò qualche biscotto e poi si alzò per uscire. Qualcosa, però, in lui era cambiato. Non era lo stesso uomo che, pochi istanti prima era entrato nella Succà. Prima che si dirigesse verso il centro commerciale, mi rivolsi di nuovo a lui e gli chiesi, se non volesse compiere la mizvà del lulàv. Questa volta mi guardò e mi disse: “Va bene, sono disposto, ma solo ad una condizione: che mi si spieghi il perché di questa mizvà. Se capirò e sarò convinto, farò quel che mi direte.” Gli risposi affermativamente con entusiasmo, lo condussi nuovamente nella Succà, gli misi una kippà sulla testa e il lulàv nelle mani. Confuso e coinvolto dal mio entusiasmo, l’uomo ripetè dopo di me le parole delle benedizioni attinenti alla mizvà e, con il mio aiuto, scosse le “quattro specie” nelle cinque direzioni, secondo le regole dell’halachà.

     A quel punto, come risvegliandosi da un sogno, mi si rivolse e mi disse: “Mi avete imbrogliato! Non mi avete spiegato niente!” Lo rassicurai e iniziai prontamente ad illustrargli il significato della mizvà, secondo quanto dice il Midràsh e cioè che il lulàv rappresenta l’uomo che essenzialmente studia la Torà, ma non si occupa troppo delle mizvòt, il mirto, con il suo profumo,  rappresenta quello si dedica ad opere di bene, ma non impiega il proprio tempo nello studio, il cedro, con il suo sapore ed il suo profumo, rappresenta quello che dà importanza sia allo studio della Torà, che all’adempimento pratico delle mizvòt, mentre il salice, senza gusto e senza odore,  rappresenta quello che non ha né Torà, né mizvòt. Gli spiegai, poi, come la Torà chieda a tutto il popolo d’Israele, senza eccezione, di essere unito, e come ciò sia sentito soprattutto a Succòt, festa in cui tutti sono invitati ad entrare nella Succà, e nessuno deve restarne fuori, perché per questa unione è indispensabile che ci siano tutti, anche chi ha più Torà che mizvòt, anche chi ha più mizvòt che Torà e anche chi non ha nulla, perché senza di lui, Israele non è completo.

    Dopo questa spiegazione, vidi d’un tratto, che l’uomo davanti a me, che reggeva ancora il lulàv nelle sue mani, aveva gli occhi pieni di lacrime. Mi guardò un lungo istante in silenzio e poi mi disse: “Sapete chi sono io?” Una lunga pausa, mentre le lacrime ormai scorrevano sul suo volto. “Io sono il salice, senza Torà e senza mizvòt.” A quel punto mi ringraziò, mi restituì la kippà ed in silenzio si allontanò, fino a sparire alla nostra vista, senza più entrare nel centro commerciale.

    Ogni Ebreo, nel suo profondo ha una scintilla Divina, ma questa è coperta e nascosta da uno strato di polvere e di incrostazioni. A volte, basta una mizvà, per liberare questa scintilla, ed allora quell’anima si accende e l’Ebreo ricorda il suo legame con il Creatore.”

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