Yud-Tet Kislèv e la Gheulà Pubblicato il 6 December, 2017

Il processo che porta alla Gheulà, tramite la diffusione della Chassidùt, ha inizio nella sua forma più vasta e generale, con i fatti collegati alla festa di Yud-Tet Kislèv. Il termine di questo processo noi lo stiamo vivendo ora, quando ciò che resta solo ormai è "aprire gli occhi" e riconoscere già oggi la luce della Gheulà.

La liberazione dell’Admòr HaZakèn

La festa di Yud-Tet (19) Kislèv contiene un messaggio vitale e molto profondo. In questo giorno, più di duecento anni fa, l’Admòr HaZakèn (primo Rebbe di Lubavich) fu rilasciato di prigione. In questo giorno, il significato della vita fu rivelato al mondo. Ecco in breve i fatti: nell’anno 1799, il giorno dopo Simchàt Torà, il governo zarista incarcerò il Rebbe sotto l’accusa di alto tradimento. Ebrei religiosi molto ‘coscienziosi’, che odiavano l’Admòr HaZakèn per la sua devozione agli insegnamenti del Baal Shem Tov, furono i fautori di queste false accuse. Una generazione prima, il Baal Shem Tov aveva insegnato che ogni Ebreo è santo, al di là dei suoi conseguimenti, e che una buona azione in questo mondo è più importante dei premi spirituali del Mondo a Venire. Queste ed altre idee simili, insieme all’enfasi posta sul Moshiach, rappresentavano la completa antitesi della filosofia d’elìte normalmente accettata allora, comune agli studiosi di Torà di quel tempo. L’Admòr HaZakèn andò anche oltre: basandosi sulla propria eccezionale conoscenza della Cabala, del Talmùd e delle leggi Ebraiche, egli ampliò e codificò queste idee, applicandole ad ogni aspetto della Torà e della vita. Egli insegnò che il Popolo Ebraico può affrettare la venuta di Moshiach, portare alla rivelazione dello scopo per cui D-O ha creato il mondo, e portarvi pace e benedizione. Egli spiegò come ogni Ebreo può usare tutta la propria personalità – intelletto, emozioni, parola ed azioni – in sintonia con la volontà Divina, seguendo la Torà in uno spirito di vera gioia, e produrre così, di fatto, un cambiamento massivo e generale verso il bene, nel mondo intero. Quando la sua opera fu terminata e nessuna domanda fu lasciata senza risposta, centinaia fra le menti di maggiore spicco dell’Ebraismo russo del tempo, decisero di abbandonare la loro opposizione, per diventare suoi discepoli. Ma la sua logica senza difetti ed il suo successo non fecero altro che incrementare l’odio dei suoi nemici: essi erano certi che egli costituisse una minaccia per l’intero edificio dell’Ebraismo. Da qui la  decisione, che non restava altra scelta che falsificare documenti allo scopo di provare che l’Admòr HaZakèn complottava con i Turchi per rovesciare il governo dello Zar. La losca trama diede i suoi risultati, e l’Admòr HaZakèn fu rinchiuso in carcere per 53 giorni, con una condanna a morte pendente sulla sua testa. Egli fu sottoposto ad innumerevoli interrogatori, e da tutti risultò non solo la sua innocenza, ma anche come egli  fosse un uomo santo ed unico. Ufficiali di grado sempre più elevato vennero a porgli domande o anche solo a vederlo, fino a che lo Zar in persona, travestito da semplice soldato, venne a visitarlo. Fu allora che l’Admòr HaZakèn si alzò in piedi, recitando la benedizione relativa alla vista del re, e spiegando poi al monarca attonito, come lo avesse riconosciuto. Dopo il suo miracoloso rilascio, il 19 di Kislèv, l’Admòr HaZakèn rafforzò la sua opera, pubblicizzando la Chassidùt più di quanto mai non avesse fatto fino ad allora.

Una visita particolare
Si racconta che durante la sua prigionia, l’Admòr HaZakèn ricevette la visita del Baal Shem Tov e del Magghid di Mezritch. “Perché mi accade tutto ciò? Perché mi tocca di sedere in prigione?” chiese l’Admòr HaZakèn ai suoi santi predecessori. Essi gli dissero allora che un’accusa celeste incombeva su di lui, per aver pubblicizzato la Chassidùt senza scrupoli. “Quando sarò scarcerato, dovrò, allora, smettere di diffondere la Chassidùt?”, chiese l’Admòr HaZakèn. “No,” essi risposero, “dal momento che hai cominciato, non desistere. Al contrario, quando sarai libero, dovrai insegnare la Chassidùt ancora di più.” A proposito di questa storia, il Rebbe, una volta, raccontò il seguente episodio: Nell’estate del 1911, il Rebbe Precedente ebbe l’opportunità di visitare la prigione dove l’Admòr HaZakèn era stato rinchiuso. Quando ritornò da suo padre, il Rebbe Rashab, questi gli pose varie domande a proposito delle dimensioni della cella. Il Rebbe Precedente descrisse quanto meglio potè la forma e le misure della cella, esprimendo poi la sua meraviglia per il tipo di domande che gli erano state poste. Il Rebbe Rashab, allora, disse: “Io voglio sapere se la cella è abbastanza spaziosa da contenere tre uomini in piedi, poiché il Baal Shem Tov ed il Magghid di Mezritch vennero a visitarlo durante il suo confinamento.” Il commento del Rebbe a questo episodio fu che la curiosità del Rebbe Rashab sta ad indicare chiaramente come gli ospiti dell’Admòr HaZakèn fossero venuti come anime vestite dei loro corpi, corpi che occupano uno spazio fisico. Il Rebbe, in un’altra occasione, spiegò anche perché ciò fu necessario. Nonostante fosse bastata la loro apparizione  in quanto anime, perchè l’Admòr HaZakèn potesse percepirle e conversare con loro, come frequentemente accadeva ai Rebbeim, che comunicavano con i loro predecessori, dopo la loro scomparsa, in questo caso vi fu una ragione perché le cose si svolgessero diversamente. D-O, infatti, non fa miracoli invano. L’Admòr HaZakèn cercava da loro approvazione ed istruzioni riguardo alla diffusione della Chassidùt nel mondo. Ciò rappresentava un Psak Din, una legiferazione halachica che solo un Rav in carne ed ossa poteva decretare, come afferma la Torà: “La Torà non è nei cieli!” Una proclamazione celeste, un angelo o anche un’anima dei mondi superiori non può decidere un’halachà, che riguarda il mondo fisico. La cosa più stupefacente, concluse il Rebbe, fu che le guardie non si accorsero della presenza dei due visitatori, nonostante si trattasse di una prigione di massima sicurezza.

Aprire gli occhi
Da qui risulta evidente, che qualcosa può esistere nel mondo fisico, può stare direttamente davanti a noi, pur rimanendo noi completamente ciechi alla sua presenza. Il Rebbe ha dichiarato che Moshiach è qui, ma che la gente non vi presta attenzione! “Tutto ciò che ci resta da fare è aprire gli occhi e vedere come tutto è pronto per la Gheulà” ha annunciato il Rebbe, “e che noi sediamo già al tavolo insieme al nostro giusto Moshiach.” “Aprire gli occhi”, spiega il Rebbe, significa studiare e meditare su di ciò, in un modo che ci porti a riconoscere ed a sentire che egli è di fatto già qui, nel mondo fisico. Il 19 di Kislèv, la festa che celebra il penetrare della Chassidùt nel mondo fisico, può aiutarci a sentire questa presenza ed a riconoscere già oggi la luce della Gheulà, possa essa rivelarsi completamente, subito!

Lascia un commento

Devi essere registrato per pubblicare un commento.