Cosa ci insegna la morte dei figli di Aharòn? Pubblicato il 19 April, 2018

Riguardo Nadàv e Aviàhu, la Torà parla di un peccato, al seguito del quale essi persero la vita. Di fatto, dietro questo 'peccato', c'è un insegnamento profondo e fondamentale, che riguarda ogni Ebreo.  


                                                                                  Acharè (a)

        All’inizio della nostra parashà, noi impariamo: “Dopo la morte dei due figli di Aharòn, che si erano avvicinati alla presenza dell’Eterno ed erano morti”.
Perché morirono i figli di Aharòn?
La Chassidùt spiega che il peccato dei figli di Aharòn non fu un peccato, nel senso semplice del termine. Nadàv e Avìhu erano dei giusti, essi avevano un eccezionale attaccamento verso D-O, e volevano avvicinarsi a Lui sempre di più. Il loro peccato fu dovuto al fatto, che essi lasciarono che il loro grande attaccamento li portasse al punto in cui, semplicemente, l’anima uscì dal corpo. La loro anima se ne fuggì, per la forte vicinanza e l’intenso desiderio per il Divino. “Che avevano presentato un’offerta alla presenza dell’Eterno” – si erano avvicinati così tanto al Santo, benedetto Egli sia, che morirono – “ed erano morti”.

        Nonostante Nadàv e Aviàhu avessero raggiunto un livello eccezionalmente elevato, questo fu considerato un peccato. Un Ebreo deve aspirare e sforzarsi di servire D-O, senza tenere in nessuna considerazione la materialità, mentre, allo stesso tempo,  gli è richiesto di fare  una dimora per  D-O benedetto, proprio qui, in basso, e cioè, di servire D-O proprio in questo mondo, nella materialità. Il fine del servizio viene raggiunto, quando ad eseguirlo è l’anima, che si trova dentro al corpo, e non quando si tratta di un servizio unicamente spirituale. Questo fu il peccato di Nadàv e Avìhu, il loro voler servire D-O con le loro anime soltanto, senza nessun coinvolgimento del corpo, fino a che morirono.

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       Tutti i racconti della Torà costituiscono un insegnamento per ogni Ebreo.
Il racconto a proposito di Nadàv e Avìhu,  l’elevatezza del loro servizio e la loro morte a seguito di ciò, non ci sembrano, però, un insegnamento adatto a chiunque. Sembrano, piuttosto, un insegnamento per pochi eletti, persone speciali, che si trovano ad un livello così elevato, che la loro anima, quasi se ne esce dal corpo, tanto è intenso il loro desiderio verso D-O. Tuttavia, cosa imparano da ciò, la maggioranza dei Figli d’Israele, la gente semplice, o addirittura coloro che si trovano ai livelli più bassi?
Ogni Ebreo ha dei momenti particolari, nei quali la sua anima si risveglia, e viene a trovarsi ad un livello più elevato e più puro. In particolare, in quei momenti che sono un “tempo favorevole” (concesso) dall’alto, nei Sabati e durante le Feste, l’Ebreo si risveglia. Nei dieci giorni di pentimento, ed in particolare a Capodanno e a Yom Kippùr, ogni Ebreo ha un risveglio e si avvicina maggiormente a D-O.
Quando l’Ebreo, in un dato momento, si risveglia, avvicinandosi, così, di più a D-O, egli deve ricordare che non esiste un avvicinamento a D-O, che possa essere grande e positivo, senza che esso sia seguito da un ritorno a questo mondo materiale. Quando un Ebreo si trova ad un livello elevato, egli deve prendere subito delle buone decisioni, riguardo le azioni del suo vivere quotidiano. Egli deve approfittare del grande risveglio di Yom Kippùr, affinchè esso influenzi la sua vita normale di tutti i giorni. Il risveglio e l’elevazione dovranno avere un effetto pratico, sul mondo materiale.

(Riassunto da ‘Likutèi Sichòt’, parte 3, pag.987-993)  

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