‘Ed io non sono che polvere e cenere’. Pubblicato il 23 October, 2018

La grandezza dell'attributo di benevolenza di nostro Padre Avraham proviene dalla consapevolezza della sua nullità. Impariamo da questa condotta di nostro Padre Avraham.  


  
Vayerà (d)

    Nostro Padre Avraham disse di se stesso: “Ed io non sono che polvere e cenere”. Dissero i nostri Saggi: come ricompensa a ciò, i suoi figli meritarono due mizvòt: la cenere della ‘mucca rossa’ (Bemidbàr, 19) e la polvere della donna ‘sotà‘ (colei che si è discostata dalla retta via, la sospetta adultera) (Bemidbàr, 5:11-31).
Il Santo, benedetto Egli sia, ricompensa misura per misura. Il collegamento fra il comportamento di Avraham, ‘polvere e cenere’, e le due mizvòt della mucca e della sotà non si limita alle parole ‘polvere’ e ‘cenere’, ma riguarda anche il contenuto.

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   L’attributo di nostro Padre Avraham fu quello della benevolenza. Egli fu chiamato ‘l’amorevole Avraham’, ed era generoso nel donare sia col denaro, sia con l’aiutare il prossimo con tutto se stesso, corpo ed anima.
L’attributo della benevolenza ha due diversi aspetti:
Vi è una benevolenza che deriva dalla grandezza di chi dona: un grande re o un ministro importante e ricco, la cui grandezza risveglia in lui l’atto di benevolenza. Sentendosi egli superiore agli altri, il suo cuore si apre generosamente per donare agli altri.
La benevolenza di Avraham deriva invece proprio dal suo annullamento, dal suo sentirsi privo di alcuna importanza e superiorità, ‘polvere e cenere’. Proprio perchè nostro Padre Avraham  si sentì inferiore a tutti gli altri, egli potè elargire benevolenza a tutti.
Il grado di benevolenza di Avraham è più elevato. Chi fa del bene da una posizione di grandezza e superiorità, lascia la parte principale per se stesso. Chi fa del bene da una posizione di annullamento e di inferiorità, dà tutto quello che ha da dare, ed a lui restano solo gli avanzi. Egli sente che tutti sono più elevati di lui, e per questo dona loro, elargendo ogni bene. Una benevolenza di questo tipo è elevata al punto tale da indurre la persona che dà, a continuare nei suoi atti di bontà anche quando questi gli procurano un danno.
Così si comportò nostro Padre Avraham. Per liberare dei prigionieri egli mise in pericolo la propria vita, uscendo in guerra contro i re. Avraham non mise in pericolo solo la propria incolumità fisica, ma fu pronto a sacrificare anche la propria spiritualità per occuparsi di opere di bene.
Quando il Santo, benedetto Egli sia, venne a visitare Avraham, questi, mentre era intento ad accogliere la Presenza Divina, fu pronto ad abbandonare tutto ed a rinunciare alla propria spiritualità, per ricevere degli ospiti. E chi erano, poi, quegli ospiti? Tre arabi idolatri. Addirittura per gente come quella, Avraham lasciò da parte la propria elevata spiritualità, e si affrettò a sostenere il suo prossimo con un aiuto materiale.
Questa è la condotta di Avraham che si esprime nelle parole ‘polvere e cenere’.

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     La mucca rossa purifica l’uomo che si è reso impuro a causa di un morto. Tutti coloro che si occupano della mucca rossa divengono impuri. Il Sacerdote, che è tutto santità e purezza, ed il cui compito è quello di servire nel Tempio, ha il dovere di occuparsi della mucca rossa e divenire impuro, dovendo astenersi così, per tutto il tempo della sua impurità, dal servizio del Tempio. E tutto ciò per cosa? Per la purificazione di un altro Ebreo. Per il prossimo. Per un uomo che è immerso nella più grave delle impurità. ‘Polvere e cenere’: rinunciare al proprio bene personale spirituale, per il prossimo.
La donna sotà si è comportata in modo opposto a quello consentito dalla modestia. Tuttavia, pur di mettere pace fra marito e moglie, il Santo, benedetto Egli sia, disse di cancellare il proprio Nome nell’acqua. Cancellare il Nome di D-O è una dissacrazione molto grave; eppure, per il bene di marito e moglie, per la pace famigliare, è un comando della Torà che il nome di D-O venga cancellato nell’acqua.

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    Grazie al comportamento di nostro Padre Avraham, che sacrificò persino la propria spiritualità per il prossimo, abbiamo meritato due mizvòt, che esprimono anch’esse questa condotta.
(Riassunto da ‘Likutèi Sichòt’ vol. 25, pag. 79-83)

 

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