“Fare” la Festa di Shavuòt Pubblicato il 16 May, 2018

Il Giorno Festivo è indicato nella Torà come mikrà kodesh, una sacra assemblea. Il termine mikrà, secondo l’interpretazione dello Zohar, ha la connotazione di ‘convocazione’ che, in senso più profondo e spirituale, significa ‘richiamare’ il sacro, facendolo discendere e penetrare nel profano, ed elevare il profano alla santità.

shavuotLa prerogativa del Sabato
Una volta, l’Admòr HaZakèn, il primo Rebbe di Chabad, interpretò così il verso “E farai la Festa di Shavuòt”: shavuòt ha il significato di ‘settimane’, che comprende in sé il senso di secolarità, dei giorni feriali che si contrappongono alla santità di quelli festivi. E le ‘settimane’ vanno convertite in ‘festività’ (“E farai la Festa di Shavuòt”: farai delle ‘settimane’, ‘festività’). La differenza che distingue il Sabato dai giorni festivi è che di Sabato tutti i lavori sono proibiti. Non solo il lavoro di per sé è proibito, ma anche ogni azione attinente ai giorni feriali. Il fatto stesso che un atto si identifichi con i giorni della settimana, con il secolare ed il profano, lo rende proibito di Sabato. Il Sabato trascende il secolare. Come l’Onnipotente riposa il Sabato dall’opera della creazione, così deve fare anche l’Ebreo. Agli Ebrei infatti è assegnato l’appellativo di ‘adàm’ (uomo), un idioma per ‘edamè leElyòn’, ‘io sono comparato al Supremo (a D-O)’. Di Sabato, anche il parlare deve essere differente, come è detto: “il tuo parlare di Sabato non deve essere simile al tuo parlare durante la settimana”; questo, poiché l’universo fu creato per mezzo della parola, e la parola del Santo, benedetto Egli sia, equivale ad un’azione. Il riposo di D-O dalla parola, per mezzo della quale fu creato il mondo, deve riflettersi quindi anche nella nostra facoltà di parlare. Questo, in termini di legge stretta. Altri testi, però, che si occupano del perseguimento di un tipo di devozione più profonda, che va al di là del minimo richiesto dalla legge, dicono che anche il pensare a cose che riguardano il campo del quotidiano e del profano è proibito di Sabato. In Alto, infatti, vi fu una cessazione anche del pensiero, poiché anche il pensiero Divino produce degli effetti. Nella creazione, la parola Divina ha dato esistenza al mondo manifesto, mentre il pensiero Divino a quello nascosto. Tutto ciò, in riferimento al Sabato.

La prerogativa della Festa
Per quel che riguarda invece i Giorni Festivi, le cose stanno diversamente. Il lavoro di per sé è proibito anche nel Giorno Festivo, ma per la preparazione del cibo, è permesso. Questo, poiché di festa ci si deve occupare anche del mondo materiale, così da infondere santità anche in ciò che riguarda i bisogni materiali: il cibo e le attività secolari (che servono alla preparazione del cibo). Rispetto al Sabato, è detto: “essi prepareranno (per il Sabato) il sesto giorno”, poiché il Sabato trascende il profano, le normali occupazioni settimanali. Il Giorno Festivo, invece, è indicato come mikrà kodesh, una sacra assemblea. Il termine mikrà, secondo l’interpretazione dello Zohar, ha la connotazione di ‘convocazione’ che, in senso più profondo e spirituale, significa ‘richiamare’ il sacro, facendolo discendere e penetrare nel profano, ed elevare il profano alla santità. Per questo, “non può esservi gioia senza carne… e non può esservi gioia senza vino”, cosa che, secondo il Shulchàn Arùch dell’Admòr Hazakèn, è da considerarsi anche oggi un obbligo della Torà. Avendo infatti il Giorno di Festa il significato di mikrà kodesh – santificare il profano – esso è legato a cose materiali, come la carne e il vino. Il Sabato trascende completamente la materialità. Gli aspetti fisici del Sabato sono sublimati, essi perdono il loro materialismo. Nel Giorno di Festa, invece, è compito dell’uomo convertire il profano in santità. Questo è quindi il significato dell’insegnamento dell’Admòr Hazakèn “E farai la Festa di Shavuòt”: cambiare il feriale, il profano in Giorno di Festa. Tutto lo scopo della Torà è infatti santificare il profano.
(Shavuòt 5715)

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