‘Finito’ ed ‘Infinito’ Pubblicato il 8 March, 2018

La vera gioia deriva dalla possibilità di unire gli opposti, una dimensione dove 'finito ' ed 'infinito' possono coesistere, la rivelazione del Divino nel mondo e nella nostra vita di tutti i giorni. È questo il compito che ci aspetta, e la gioia che lo accompagna viene a dirci che siamo sul giusto cammino.  


     La parashà Pekudè, inizia con il resoconto delle offerte che furono portate per il Tabernacolo (Mishkàn) nel deserto, e allude chiaramente ai due Sacri Templi, che sarebbero stati ‘portati via’, temporaneamente (MashkònPikadòn – ‘pegno’), fino all’arrivo di Moshiach. Il termine ‘pakàd‘ ha due significati opposti: visitare, essere presente e mancare, essere assente. Questi due opposti contengono l’essenza della Torà, ed il significato interiore della realtà. Come in natura, prime di crescere, un seme deve decomporsi, così, prima della sapienza, ci deve essere un’ammissione di ignoranza (e più vi è sapienza più cresce la  consapevolezza della propria ignoranza); prima di una vera gioia e appagamento, vi deve essere un cuore vuoto o un cuore spezzato (e la gioia porta ancora di più alla possibilità di creare questo vuoto ed al conseguente sforzo verso una meta più elevata).

     Anche la Torà è allo stesso tempo ‘finita’ ed ‘infinita’. La Torà è, apparentemente, un libro ‘finito’, materiale, limitato: lettere d’inchiostro scritte su carta, piene di leggi dettagliate e di proibizioni. D’altro canto, essa è, di fatto, la  volontà Divina stessa, l’Infinto’, la rivelazione di D-O Stesso. La Torà è l’unica vera via che porta alla crescita, alla sapienza ed alla vera gioia, poichè essa è insieme ‘finita’ ed ‘infinita’. Il Talmùd ci insegna che la Torà che era posta nel Santo dei Santi ed il suo contenitore, nonostante fossero fatti di normale materia e avessero una misura precisa, di fatto, non occupavano alcuno spazio. Allo stesso modo, la Torà ci insegna e ci permette di essere e di non essere, allo stesso tempo. Questo è il segreto dell’Ebraismo ed il segreto della vita. Ognuno di noi deve cercare di essere al suo meglio e di utilizzare a pieno ogni suo potenziale e, allo stesso tempo, sentire di essere un ‘nulla’. Noi dobbiamo combattere battaglie, esercitare sforzi tremendi e, dopo aver vinto, sentire che tutto appartiene a D-O.

     Quest’attitudine è necessaria soprattutto nel precetto, che ci comanda di amare il prossimo come se stessi. Noi dobbiamo, da un lato, negare completamente tutte le nostre sensazioni e non dare alcun peso alle mancanze altrui, ed allo stesso tempo, noi dobbiamo risvegliare i nostri sentimenti ed il nostro amore verso l’altro, nel modo in cui questo vorrebbe essere amato. Questo è ciò che ogni Ebreo provava, tre volte all’anno, quando egli si recava al Tempio, in ognuno dei giorni festivi. Egli provava una particolare gioia (vesamachta bechaghècha – e ti rallegrerai nelle tue feste), che gli derivava dalla percezione di questi due opposti: il mondo non è un’entità dotata di esistenza indipendente (D-O, infatti, lo ricrea di nuovo, ad ogni istante) e, allo stesso tempo, ogni cosa creata e, soprattutto, ogni Ebreo è di primaria importanza. Questo è il punto centrale della parashà.

     Se vogliamo fare di noi stessi un Sacro Tempio, un luogo in cui la Presenza Divina possa risiedere e rivelarsi, la via è una sola: Pekudè. Dobbiamo, cioè, abbandonarci completamente al Creatore, annullando noi stessi, e, allo stesso tempo, usare tutte le nostre risorse e qualità personali per servirLo. D-O ci mostrerà, allora, che i Templi non sono stati veramente distrutti, e che gli Ebrei sono una nazione Divina. In realtà, infatti, i Templi sono stati presi solamente in pegno da D-O, e verranno restituiti, al momento della rivelazione di Moshiach, insieme alla rivelazione della vera identità Ebraica. Noi vediamo già l’inizio di questo processo oggi e, come il Rebbe ha detto anni fa, noi dobbiamo solo aprire i nostri occhi e vedere, aprire i nostri cuori e desiderare l’arrivo immediato di Moshiach, adesso!

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