Il lavoro dei “mattoni” dell’Ebreo Pubblicato il 29 December, 2018

In ogni particolare nella Torà si trovano necessariamente nascosti dentro significati interiori più profondi. Cosa nasconde il fatto che l'inizio della schiavitù sia passato in particolare attraverso la fabbricazione di mattoni? Cosa vi è di speciale nella fabbricazione di mattoni rispetto ad altri lavori?

“Essi amareggiarono la loro vita con lavori gravosi di malta e mattoni, e con ogni genere di attività agricola”
Il lavoro gravoso della schiavitù dei figli d’Israele in Egitto cominciò con la fabbricazione di mattoni. È detto infatti nella Torà: “Essi amareggiarono la loro vita con lavori gravosi – di malta e di mattoni, e con ogni genere di attività agricola”. La spiegazione della Ghemarà a ciò è: “All’inizio – malta e mattoni, ed alla fine – ogni genere di attività agricola”. Anche il Midràsh, che si dilunga sulla descrizione dell’inizio della schiavitù, collega la schiavitù dell’Egitto alla fabbricazione dei mattoni. All’inizio il faraone persuase i figli d’Israele ad intraprendere quel lavoro di propria volontà. Egli prese “canestro e rastrello” e fabbricò lui stesso mattoni, dicendo ai figli d’Israele: “Lavorate con me oggi, così da farmi cosa gradita”. Gli Ebrei, che videro il re stesso impegnato nella fabbricazione di mattoni, si unirono a lui e lavorarono con tutte le loro energie, ed allora, alla fine del giorno, il faraone ordinò: “Così voi farete ogni giorno.”

Una nuova realtà
In ogni particolare nella Torà si trovano necessariamente nascosti dentro significati interiori più profondi. Cosa nasconde il fatto che l’inizio della schiavitù sia passato in particolare attraverso la fabbricazione di mattoni? Cosa vi è di speciale nella fabbricazione di mattoni rispetto ad altri lavori? In generale, il lavoro dell’Ebreo nel mondo è quello di costruire una casa per il Santo, benedetto Egli sia – “Fare per Lui benedetto una dimora nei mondi inferiori”. Una casa può essere fatta di pietre, come il Tempio che dovette essere una costruzione in pietra, ma può essere anche fatta di mattoni. La differenza fondamentale fra pietre e mattoni, è che le pietre sono una creazione del Cielo, mentre i mattoni sono il risultato dell’opera umana. Per quanto riguarda le pietre, la creazione delle pietre stesse è di origine Divina, mentre la mano dell’uomo si limita a plasmarle ed a squadrarle, ma nona crearle. Per qualche riguarda i mattoni, invece, quando l’uomo prende l’argilla, la impasta con la paglia e la cuoce nel forno, egli crea una realtà nuova: il mattone.

Un livello più alto
Anche nel servizio spirituale dell’uomo esistono questi due aspetti: quando l’uomo utilizza le cose del mondo che D-O ha creato allo scopo di servirLo, egli produce una ‘casa di pietre’ per il Santo, benedetto Egli sia. Egli prende le ‘pietre’ (le cose del mondo) che D-O ha creato e fa di esse un ‘Tempio’. Vi è però un livello più elevato nel servizio Divino: l’uomo non si accontenta dell’utilizzo di ciò che la creazione stessa offre, per gli scopi della santità, ma egli crea una realtà nuova nel contesto del mondo, egli trasforma il male in bene, il buio in luce. Egli crea ‘mattoni’: una realtà nuova nel mondo, che prende esistenza dal lavoro dell’uomo.

La preparazione del mondo
Questo è il significato spirituale compreso nei ‘mattoni’, con i quali iniziò l’esilio dell’Egitto. La Torà allude con questo al fatto che il lavoro essenziale pertinente l’esilio si esprime nella fabbricazione di ‘mattoni’: nella trasformazione, cioè, del male in bene e del buio in luce. Questa è la preparazione adeguata per arrivare alla Gheulà, nella quale la realtà di questo mondo verrà trasformata. Nonostante oggi il mondo sia un luogo di oscurità e di kelipòt (scorze che nascondono), nel futuro a venire, proprio qui, in basso, risiederà il Santo, benedetto Egli sia, Egli Stesso ‘in persona’  e “il la notte illuminerà come il giorno”. E tutto questo sarà fatto grazie al lavoro di “malta e mattoni” oggi, come preparazione all’avvento del nostro Giusto Moshiach di fatto, al più presto.

(Likutèi Sichòt vol. 6, pag. 13)

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