Ki Tissà Pubblicato il 26 February, 2018

In tre fasi si esprime qualsiasi processo nel mondo, e noi entriamo, ora, nella terza, nella Ghimmel della Gheulà.  


 

   La parashà KiTissà descrive concetti che spaziano in uno spettro molto vasto, e vanno da un estremo all’altro, comprendendo le Prime Tavole della Testimonianza, il peccato del Vitello d’Oro, la distruzione delle Tavole, la preghiera di Moshè per ottenere il perdono, la visione di Moshè della gloria di D-O, le Seconde Tavole e il risplendere del volto di Moshè. Nasce qui una domanda. La Torà non è un racconto storico. Quindi, nonostante questi eventi siano accaduti in  prossimità cronologica l’uno con l’altro, noi dobbiamo cercare di capire, perchè la Torà menzioni dei concetti così diametralmente opposti, uno vicino all’altro.

  Le Prime Tavole, infatti, rappresentano un livello spiritualmente estremamente alto: le Tavole erano opera di D-O e la scrittura era scrittura di D-O. La distruzione delle Prime Tavole (a causa del peccato del Vitello d’Oro), rappresenta, invece, una discesa molto grande. D’altro lato la visione di Moshè della gloria di D-O rappresenta un livello spirituale estremamente elevato, mentre le Seconde Tavole rappresentano un ulteriore cambiamento, data la loro differente natura rispetto alle prime (ad es.: esse non furono opera di D-O, ma furono intagliate da Moshè). Nonostante la polarità di tutti questi concetti, il fatto che essi vengano riportati in un’unica sequenza nella Torà, indica che un fattore comune  li collega.

   Tutto ciò emerge anche dal titolo stesso della parashà: “Ki Tissà”, letteralmente “Quando solleverai”. Nel suo contenuto la parashà parla del peccato più grande del quale il Popolo d’Israele si sia macchiato. Dopo che l’impurità, derivata dal peccato dell’Albero della Conoscenza, era stata finalmente allontanata con il Matàn Torà, essa ritornò con il peccato del Vitello d’Oro, un peccato in cui hanno radice tutti i successivi peccati e le successive punizioni del Popolo Ebraico. Come può quindi alludere ad un’elevazione del popolo il titolo di una parashà, che contiene una discesa così evidente?

  Una risposta a queste difficoltà viene dalla spiegazione di un unico fenomeno, presente in questa parashà. D-O ha stabilito per il mondo il seguente modello: l’inizio, la testa, che riflette e contiene lo scopo di tutto l’insieme. A ciò segue la parte intermedia, nella quale si svolge il processo, che conduce al raggiungimento dello scopo. Infine vi è la conclusione, in cui lo scopo vede la sua realizzazione. Questi tre stadi possono essere definiti come: 1) La Torà, l’inizio del cammino, che precede la creazione del mondo, e che comprende dentro di sè lo scopo della creazione. 2) La creazione stessa, attraverso la quale il mondo viene fatto esistere e riceve la possibilità di portare a compimento il suo scopo. 3) La Redenzione, lo scopo ultimo dell’esistenza del mondo. A questi tre stadi alludono anche le prime tre lettere dell’alfabeto Ebraico. La Alef è la prima lettera dei Dieci Comandamenti e comprende in sè tutti i Dieci Comandamenti. La Bet è la prima lettera della parola Bereshìt, con la quale la Torà inizia la narrazione della creazione. La terza lettera, la Ghimmel, è la prima lettera della parola Gheulà (Redenzione). In terminologia Cabalistica, queste tre fasi possono essere descritte come: 1) la Luce Infinita (Or Ein Sof) che comprende tutta l’esistenza. 2) Il Zimzùm, il processo di auto-contrazione Divina, che lascia uno spazio vuoto. 3) La rivelazione dell’Or Ein Sof nel vuoto creato dal Zimzùm.

   Queste tre fasi si trovano espresse nella nostra parashà. Le Prime Tavole si riferiscono alla Torà nel suo trascendere il mondo (perciò esse iniziano con la Alef). La discesa nel contesto materiale del mondo si riflette nel peccato del Vitello d’Oro. Le Seconde Tavole riflettono, invece, l’elevazione finale, che viene dopo questa discesa. Per spiegare meglio: i nostri Saggi interpretano le parole finali della Torà, “agli occhi di tutto Israele”, riferite a Moshè, che rompe le Tavole davanti a tutto il Popolo Ebraico. Essi continuano, spiegando che D-O riconobbe la dimensione positiva dell’atto di Moshè, ed addirittura si congratulò con lui. Quale fu lo scopo positivo della distruzione di queste Tavole? La Chassidùt spiega che la rottura delle Tavole permise la rivelazione di una dimensione più elevata della Torà. Attraverso il processo del peccato e della teshuvà (ritorno, pentimento), gli Ebrei furono elevati ad un livello spirituale più alto, come dicono i nostri Saggi: “Nel posto dove stanno i baalèi teshuvà, i giusti completi non possono stare”. Questo livello superiore si riflette in un aumento della conoscenza della Torà. Per questo i nostri Saggi dicono che, se Moshè non avesse distrutto le Tavole, noi avremmo ricevuto solo i cinque libri della Torà ed il libro di Yehoshùa. Le altre dimensioni dello studio della Torà ci sono state concesse solo dopo la rottura delle Tavole.

    Il vantaggio delle Seconde Tavole emerge anche dal contrasto che esiste fra le Prime Tavole e le Seconde Tavole, e cioè, come abbiamo già detto, le Prime Tavole erano “opera di D-O”, mentre le Seconde Tavole furono intagliate da Moshè. È vero che le Prime Tavole rappresentavano un livello superiore di rivelazione, ma il vantaggio delle Seconde Tavole sta nel fatto, che la loro santità permeò il mondo nella sua dimensione materiale. Per questo le Prime Tavole poterono essere rotte, perchè l’esistenza materiale del mondo rappresentava  un contrasto, e perfino un conflitto con la loro santità. Le Seconde Tavole, invece, rappresentano la fusione della santità con l’esistenza materiale. Questo livello si riflette nel compimento finale, che il Popolo Ebraico vivrà nella Gheulà, e che seguirà alla teshuvà del Popolo Ebraico. A quel tempo sarà rivelato come la dimensione materiale del mondo si fonderà col suo scopo spirituale finale.

    Questo processo in tre fasi, che troviamo nella parashà Ki Tissà, è una sequenza stabilita da D-O, e per raggiungere il terzo stadio è necessario passare dalla discesa del secondo. Questa discesa è, però, solo un mezzo, per arrivare ad un’elevazione maggiore. Questo modello è espresso nella Gheulà finale, prima della quale abbiamo dovuto scendere in un esilio così lungo e duro, ma solo per potere ora giungere alla grande ed eterna elevazione della Redenzione finale, “una Redenzione che non sarà seguita più da nessun esilio”. Tutto ciò è rilevante soprattutto per la generazione attuale, l’ultima generazione dell’esilio e la prima della Gheulà. Le generazioni precedenti hanno completato l’opera di purificazione del mondo ed alla nostra generazione spetta il compito di portare in atto la terza fase del processo, la Ghimmel della Gheulà.

     Un aiuto ci viene dall’inizio della nostra parashà, il comando di “sollevare la testa” dei Figli d’Israele. Questo comando era stato rivolto a Moshè, ed è Moshè e, allo stesso modo, l’estensione di Moshè, che esiste in ogni generazione, che infonde agli Ebrei la forza spirituale di percorrere questo triplice processo di elevazione. Allo stesso modo, il processo di ascesa viene compiuto grazie alla scintilla di Moshè, che esiste in ciascun Ebreo, scintilla che si identifica con la forza dell’auto-sacrificio, del desiderio e della volontà di ogni Ebreo di dare tutto se stesso per D-O. Possa la gioia del mese di Adàr rompere tutte le barriere e permetterci di passare dalla redenzione di Purim alla Redenzione ultima e completa, oggi, subito.

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