La settima generazione Pubblicato il 26 January, 2018

Il 10 del mese di Shvàt è l'anniversario della scomparsa del Rebbe precedente, il Rebbe Ha Rayàz (5710), ed è anche il giorno in cui, nell'anno successivo, il Rebbe Menachem Mendel Schneerson, assunse la guida del movimento di Lubavich e di tutto il Popolo Ebraico, in quanto 'Leader della Generazione' (Nassì haDòr).  

Il dieci di Shvàt dell’anno 5710 (1950), è il giorno della scomparsa del Rebbe precedente di Lubàvich, Rabbi Yòsef Yìzchak Schneershon, sesto Rebbe di Lubàvich. Durante tutto l’anno seguente il Rebbe, Menàchem Mèndel Schneershon, genero del Rebbe precedente, rifiutò, nonostante le continue sollecitazioni dei chassidìm, di assumere ufficialmente la guida del movimento chassìdico. Evidentemente egli era ben consapevole della straordinaria importanza di questa missione, dalla quale dipendeva il destino di tutto il Popolo d’Israele, e di quale immensa responsabilità, quindi, si trattasse.
Nella data del primo anniversario della scomparsa del Rebbe precedente, i chassidìm si riunirono, alla presenza del Rebbe, per una itvaadùt chassìdica. Il Rebbe parlò di vari argomenti di Torà, quando, all’improvviso, uno degli anziani fra i chassidìm si alzò e, con voce tremante per l’emozione, si rivolse direttamente al Rebbe: “Rabbi! La folla chiede un maamàr di Chassidùt!” (un maamàr sono parole di chassidùt contenenti innovazioni originali, che vengono declamate in un modo particolare e con una melodia particolare solo dal Rebbe di Chabad, e cioè dalla guida ufficiale del movimento.) Arrivò allora il grande momento: il Rebbe acconsentì, ed iniziò a declamare, con la melodia di rito, il suo primo maamàr di Chassidùt, che inizia col verso dal “Cantico dei Cantici”: “Sono venuto nel mio giardino, sorella mia, o sposa.” (“Bàti le ganì, achotìcallà”)

In questo maamàr è già contenuto tutto il lavoro e la missione unica, che spetta alla nostra generazione, l’ultima generazione dell’esilio e la prima della Gheulà. Per comprendere ciò, il Rebbe, con l’aiuto di un midràsh relativo al verso citato dal Canto dei Cantici, ci chiarisce innanzitutto il ruolo svolto dalle generazioni precedenti. Questo verso, che tratta del ritorno di HaShem al suo giardino (tutto il Canto dei Cantici è una metafora, che descrive il rapporto in costante evoluzione, che lega HaShem al Suo popolo), allude al tempo della costruzione del Tabernacolo, poiché allora la Shechinà (Presenza Divina) riprese a posarsi sul mondo. Il midràsh fa notare che la parola ganì, il mio giardino, suggerisce il senso della parola ghenunì, la mia camera nuziale. Il verso avrebbe quindi il senso di: “Sono venuto nella mia camera nuziale, nel luogo in cui, in passato, la mia essenza era rivelata”. Il midràsh continua: “Inizialmente, l’essenza della Shechinà era palese anche in questo mondo inferiore. Tuttavia, con il peccato dell’Albero della Conoscenza (il peccato originale), la Shechinà si allontanò dalla terra e si innalzò verso i cieli. Più tardi, a causa del peccato di Caino e poi di quello di Enòsh, la Shechinà si ritirò ancora più lontano da questo mondo, innalzandosi dal cielo più vicino al secondo, e poi al terzo. Più tardi, i peccati della generazione del Diluvio Universale la spinsero dal terzo cielo al quarto, e così via… (Ma dopo che i peccati di sette generazioni avevano fatto sì che la Shechinà si ritirasse di sette livelli spirituali dalla sua manifestazione iniziale nel mondo terreno), vennero sette zadikìm il cui servizio di HaShem ricondusse la Presenza Divina in questo mondo. Per merito di Avrahàm la Shechinà discese dal settimo cielo al sesto, per merito di Yizchàk dal sesto al quinto, e così via fino a Moshè, il settimo degli zadikìm, che fece discendere nuovamente la rivelazione della Shechinà nel nostro mondo.” Moshè, che condusse il Popolo d’Israele verso la redenzione dall’Egitto, meritò di portarlo fino al Matàn Torà, là dove la Shechinà discese in modo rivelato, qui in basso, nel nostro mondo, permettendo il rinnovarsi del collegamento fra i mondi superiori e quelli inferiori. È allora che HaShem si rivolse alla “mia sorella, o sposa”, e cioè al Popolo d’Israele, annunciando: “Sono venuto nel mio giardino”…

Nel suo maamàr il Rebbe, a proposito della Shechinà, spiega che, prima del peccato dell’Albero della Conoscenza, quando la Shechinà essenzialmente era qui in basso, si trattava della Shechinà cui la Cabala dà la definizione più elevata: la luce Divina che circonda tutti i mondi. Era infatti volontà di HaShem, nel creare il mondo, che proprio in esso, e non nei mondi superiori spirituali, vi fosse per Lui una dimora, nella quale potesse essere presente in modo completamente rivelato.

     Da ciò emergono due conclusioni:

1) Delle sette generazioni i cui peccati causarono l’allontanamento della Shechinà, l’allontanamento causato dalla prima generazione fu il più grave, dato che si trattò proprio dell’allontanamento di HaShem dalla Sua stessa “dimora”. La gravità dei successivi allontanamenti di cielo in cielo, fu molto meno drammatica, poichè essa non violò la volontà stessa di HaShem, di avere una dimora proprio nel mondo inferiore.

2) Delle sette generazioni di zadikìm, proprio la settima generazione, quella di Moshè Rabeinu, realizzò l’intimo scopo di HaShem nella creazione, e cioè quello di avere una dimora nel mondo inferiore. Moshè, infatti, riportò la Shechinà nella Sua dimora, qui in basso, sulla terra, mentre le sei generazioni di zadikìm, che lo precedettero, riportarono solo la Shechinà da un cielo spirituale ad un altro cielo spirituale.

Dopo di ciò, il maamàr spiega perché proprio Moshè meritò di essere colui, che completò di fatto l’opera. Vi è una citazione dei nostri Saggi, che dice: “Tutti i settimi sono prediletti!” Non si tratta qui di un merito, che abbia una spiegazione logica. È una predilezione priva di logica, che HaShem ha rivolto proprio a chi vive nella settima generazione. Questa predilezione è la forza segreta che consentì a Moshè, guida della settima generazione, di essere colui che completò l’opera. Fu lui a riportare, infatti, la Shechinà di nuovo in basso sulla terra.

A questo punto del maamàr, il Rebbe fa un parallelo fra la successione delle sette generazioni di zadikìm del midràsh e la dinastia dei Rebbe di Chabad, a partire dal primo: Rabbi Shnèur Zàlman di Liyàdi, compilatore del libro del Tanya. Il Rebbe qui non lascia dubbio: la nostra generazione è la settima generazione! E “tutti i settimi sono prediletti”. Secondo le parole del Rebbe: “Questo è quindi ciò che è richiesto da noi, la settima generazione dall’Admòr HaZakèn – e “tutti i settimi sono prediletti”: nonostante sia evidente, che appartenere alla settima generazione non è una nostra scelta, nè il frutto di un nostro sforzo, tuttavia “tutti i settimi sono prediletti”. Noi ci troviamo nell’ “ìkveta deMeshìcha”, il periodo immediatamente precedente alla completa rivelazione, e addirittura nella parte finale di questo periodo, ed il lavoro per noi è quello di finire di attirare la Shechinà, o ancor più precisamente l’essenza stessa della Shechinà, proprio qui giù, nel mondo inferiore! Verso la fine del maamàr viene detto: “Questo tipo di servizio attirerà l’essenza della Shechinà giù, in questo mondo fisico e materiale, ad un livello ancora più grande di quanto non fosse rivelata prima del peccato (dell’Albero della Conoscenza). Ciò in accordo con quanto è scritto a proposito di Moshiach: “Ed egli verrà grandemente esaltato”, più ancora di quanto non lo fosse Adamo, prima del peccato.”

Con questo maamàr, già all’inizio della sua guida, il Rebbe viene a dire in modo chiaro a ciascun Ebreo, che questa è la generazione, che ha il compito di portare a termine l’opera, portare, cioè, di fatto il periodo della presenza di HaShem, in modo rivelato, nel mondo, ossia il periodo dei ‘giorni di Moshiach’. È interessante citare qui una parte di una lettera del Rebbe, in cui egli rivela in minima parte il suo enorme desiderio per la Gheulà, che già emergeva nella sua più tenera età. “…dal giorno in cui cominciai a frequentare il chèder, e anche prima di ciò, incominciò a formarsi nella mia immaginazione il disegno della Gheulà futura, Gheulà del Popolo d’Israele dal suo ultimo esilio. Una Gheulà tale per cui, tramite di essa, saranno comprensibili le sofferenze dell’esilio, i decreti e gli stermini. Come parte di questo futuro luminoso e come parte di questa redenzione “il Nassì sarà Re, e non capo di tribù, e su di lui non regnerà altri che HaShem suo D-O” (Horayoth 11, termine della prima pagina); e tutto sarà in un modo tale, che con tutto il cuore e con una comprensione completa “Si dirà quel giorno, Ti ringrazio HaShem, che ti sei adirato con me…”

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