La vera forza Pubblicato il 12 December, 2018

Vi è una forza che può operare solo nei limiti della natura, e vi è una forza che li sovrasta completamente. Nella Gheulà, in ogni Ebreo si rivelerà questa forza illimitata, come D-O che, unito in un'unione completa con l'Ebreo, è illimitato. Quando, però, la Gheulà non è ancora rivelata ai nostri occhi, e i limiti che il mondo pone sembrano insormontabili, può l'Ebreo scoprire in sè questa forza e superare tutti i limiti? Impariamo da Yehudà.


QUAL È IL NESSO? 

Qual è il nesso fra l’argomento più attuale, che ci riguarda oggi- la Gheulà – e la parashà Vaygàsh?

A prima vista, il nesso emerge dall’haftaràL’haftarà di questa settimana parla dell’unione del regno di Yehudà con quello di Yosèf, nel futuro a venire, quando il re Moshiach (discendente di Davìd e Yehudà), regnerà su di loro. Qualcosa di simile è descritto nella parashà, là dove il verso – “Si rivolse a lui Yehudà” – esprime l’unione di Yehudà e Yosèf.

Di fatto, però, nella parashà si vede il contrario:

Nella descrizione, che appare all’inizio della parashà, sono espresse la forza, l’autorità di Yosèf, che ha la carica di vicerè, col potere di dominare sull’Egitto, conferitogli dal Faraone, mentre Yehudà si annulla di fronte a lui, essendo costretto a rivolgersi a lui, per ottenere favori e misericordia. Nell’haftarà, invece, il re è proprio un discendente di Yehudà e regna su tutto il popolo (dopo che esso si sarà unificato nella Gheulà)!

Ciò fa sorgere un’altra domanda: apparentemente, l’inizio e la fine della parashà sono in contrasto l’una con l’altra! All’inizio della parashà, Yehudà e i suoi fratelli sono in una condizione di inferiorità, e sono costretti a supplicare Yosèf, in quanto padrone dell’Egitto, mentre alla fine della parashà, essi ricevono in loro possesso, per abitarla, la parte migliore dell’Egitto, il che dimostra la posizione di forza di Yacov e dei suoi figli.

Guardando, però, più in profondità, vediamo che, invero, Yehudà si comportò, all’inizio della parashà, con una forza ed una risolutezza assolutamente non comuni: Yehudà è di fronte al dominatore dell’Egitto, conosce il suo potere e la sua autorità, e, nonostante ciò, gli si rivolge con decisione, senza chiedere il permesso, parlandogli duramente!

Ed è, infatti, una simile fermezza, che dà veramente la forza per lo stabilirsi e l’espandersi nella parte migliore dell’Egitto (come descritto, alla fine della parashà), ed essa rappresenta, inoltre, la preparazione a ciò che è descritto nell’haftarà, riguardo al regno del Re Moshiach, che discende da Yehudà.

 DUE TIPI DI AUTORITÁ

A guardare bene, però, nonostante Yehudà si comporti all’inizio con decisione e ardimento eccezionali, di fatto, quello che i figli di Israele ricevettero, alla fine della parashà, essi lo ricevettero per merito di Yosèf, ed è lui che rappresenta la forza dei figli d’Israele in Egitto! Ma allora, a cosa serve la risolutezza di Yehudà?

E come si accorda ciò, con l’haftarà, nella quale Yehudà è al di sopra di Yosèf?

Di fatto vi sono due tipi di autorità:

1) un’autorità che resta nei limiti e nei confini del mondo (secondo i limiti della Galùt – esilio)

2) un’autorità che si eleva sopra ogni limite, che non considera neppure i limiti, né li cambia – così come agì Yehudà.

Un esempio, che chiarifica molto bene tutto ciò, lo si trova nella Meghillàt Esthèr:

Mordechài l’Ebreo rappresenta l’approccio di: “Non si inchinò, né si prostrò”: quello che dice il re (l’ordine del re Achashveròsh) non conta per niente, e neppure quello che fanno tutti gli altri (“e tutti i dignitari del re si inchinano e si prostrano”), e tanto meno la realtà (esilio e asservimento). Mordechài è dedito e sottomesso interamente e unicamente alla volontà di D-O, tutta la sua realtà è servizio Divino – e tutto ciò che non ha relazione col servizio Divino – è, di fatto, idolatria, e cioè un servizio “estraneo”, che non ha assolutamente alcuna connessione con l’Ebreo.

L’approccio di Mordechài l’Ebreo (“E perché è chiamato Ebreo? Poiché chiunque rinneghi ‘il servizio estraneo’ –l’idolatria- è chiamato Ebreo”) è quello che dice: “In tutte le tue vie Lo conoscerai”, e tutto ciò che non è Torà e mizvòt, è, di conseguenza, un servizio ‘estraneo’.

All’opposto, “Hammàn”, (non nel senso dell’Hammàn stesso della Meghillà, ma come rappresentante di un tipo di approccio nell’ambito dell’Ebraismo, della santità) dice: “è evidente che bisogna osservare la Torà e le mizvòt come si deve, ma, dato che il nostro posto è in questo mondo, e nell’esilio, noi siamo soggetti alle leggi e ai limiti della natura (anch’esse create dal Santo, benedetto Egli sia) – e dobbiamo tenerle in conto – perlomeno nel campo di ciò che è facoltativo, che appartiene alle cose di questo mondo”.

 COSA FARE, ALLORA? 

 È possibile attuare i due approcci contemporaneamente? L’approccio di “Mordechài” (tutto e solo per la santità) e l’approccio di “Hammàn” (nelle questioni facoltative, tenere in considerazione il mondo)?  Sul verso della Meghillà di Esther: “…di fare secondo la volontà di ognuno”, la Ghemarà dice, semplicemente: “di fare secondo la volontà di Mordechài e di Hammàn” – e, cioè, dice che ciò è possibile. Nel Midrash, invece, vengono portate due interpretazioni:

La prima interpretazione dice: è impossibile fare sia la volontà di Mordechài, sia la volontà di Hammàn: essi vogliono due cose opposte alla radice.

La seconda interpretazione dice: nonostante ciò sia impossibile, nel futuro a venire, il Santo, benedetto Egli sia, si comporterà in questo modo, compiendo la volontà di due persone insieme, nonostante le loro volontà siano in contraddizione.

Come D-O farà ciò, in futuro, non si pone per noi come questione, dato che Egli tutto può, ma a noi, oggi, nell’esilio, per come sembrano le cose, sembra appartenere solo la prima interpretazione: o uno, o l’altro! Nonostante l’uomo abbia la libertà di scegliere fra i due approcci, di fatto, per quel che ci appare, egli può essere o in esilio, o comportarsi come Mordechài. Infatti: se D-O ci ha mandati in esilio, noi siamo limitati dall’ordine della natura, dalle leggi dello stato, ecc. (e ancora, non si parla qui di Torà e mizvòt, ma solo di quelle cose che sono facoltative per l’Ebreo). Se, invece, non vi è esilio, non vi è neppure alcuna necessità né posto per l’approccio secondo “Hammàn”.

 LA FERMEZZA DI YEHUDÁ

 Conviene qui, ora, tornare a vedere e ad esaminare la fermezza con cui si comportò Yehudà: egli era in “esilio”, eppure non si piegò in nessun modo ad esso! Vi è qui un forza, una fermezza, che superano i limiti della natura (a differenza di Yosèf, la cui forza deriva da vie naturali – la nomina del Faraone -). Nonostante egli sappia di essere in esilio (motivo per cui ha bisogno di Yosèf, per liberare Beniamino), e conosca il potere di Yosèf (“tu sei al medesimo livello del Faraone”), si comporta, tuttavia, con fierezza e fermezza tale, da costringere Yosèf a rivelarsi ai suoi fratelli: Yehudà si rivolge a Yosèf col termine “mio signore”, e, in apparenza, gli chiede “permetti che ti parli”, definendo se stesso “il tuo servo”. Di fatto, però, il suo tener conto delle limitazioni, che la condizione dell’esilio pone, viene solo al fine di costringere Yosèf ad ascoltare e ad accettare le sue parole!

Come si arriva ad una simile forza? Collegandoci al il Santo, benedetto Egli sia, ed annullandoci completamente davanti alla Sua volontà. In questo modo è possibile, anche nel tempo dell’esilio, comportarsi come “Mordechài” e sovrastare  tutti i limiti del mondo.

Fu proprio questa forza di Yehudà, ciò che veramente rese possibili ed attuabili i fatti successivamente narrati, alla fine della parashà, sulla presa di possesso dei figli d’Israele della parte migliore dell’Egitto ed è ancora essa, a venire espressa nell’haftarà, dato che è da Yehudà (e non da Yosèf) che viene il regno assoluto, il regno del Re Moshiach, discendente di Davìd e di Yehudà. Un regno che non tiene conto di nessun limite e nessuna condizione, che è al di sopra di tutto. “Il Re Moshiach combatterà le guerre di D-O… e vincerà tutte le nazioni intorno a lui…” fino a che tutti chiameranno il Nome di D-O.

COSA CONTRADDISTINGUE LA NOSTRA GENERAZIONE 

 Nonostante la forza e la fermezza di Yehudà a suo tempo, e quella di Mordechài a suo tempo, e quella dei Zadikìm e degli Ebrei in tutte le generazioni, ci furono sempre, in ogni generazione, dei limiti provenienti dall’esterno, da parte delle nazioni del mondo e dei loro decreti contro Israele (che D-O ci protegga), che non sempre permisero loro di agire con tutta la fermezza e la forza. Oggi, però, non vi sono più tutti questi ostacoli, e le nazioni del mondo permettono agli Ebrei di comportarsi secondo la loro volontà, non solo in quei paesi, che furono sempre considerati democratici, ma anche in quei paesi che, fino a poco tempo fa, limitavano le attività  e le espressioni religiose. Oggi la cosa dipende unicamente dalla libera scelta dell’Ebreo.

 

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