La voce dello Shofàr Pubblicato il 6 September, 2018

Un re mandò il proprio figlio lontano, ad apprendere nuove conoscenze. Il figlio, però, non fece esattamente quel che il padre si aspettava da lui, tanto che...    

       Vi è una storia che il Baal Shem Tov (primo grande iniziatore del chassidismo) racconta, dalla quale è possibile intendere “cosa dice” lo Shofàr, col suo suono particolare, nel giorno di Rosh HaShanà. Ecco la storia.

      Un re, molto potente, aveva un solo figlio, grandemente istruito, e a questo unico figlio il re voleva un bene immenso. Il re voleva che il figlio acquistasse nuove conoscenze, e per questo lo mandò a studiare in paesi lontani, fornendolo di tutto il necessario, compreso un cospicuo ammontare di denaro e un vasto seguito di ministri e di servitori.

    Col passare del tempo, però, il figlio sperperò tutto quello che il padre gli aveva dato, rincorrendo solo  piaceri vani, finché, costretto a vendere tutto, restò senza niente. Oltre a ciò, non diventò neppure più sapiente, come avrebbe dovuto, ma dimenticò persino ciò che aveva appreso in casa di suo padre.

       A quel punto egli decise di tornare al suo paese, a vivere di nuovo in casa del re, suo padre. Con sua sorpresa, però, al suo ritorno, nessuno lo riconobbe.

     Arrivato al palazzo, infatti, volle farsi riconoscere per entrare, ma si accorse di aver dimenticato persino la sua lingua. I custodi non capivano il suo gesticolare, e mai più si immaginavano che quello fosse il figlio del re, per cui cercarono in tutti i modi di scacciarlo.

      Il figlio cominciò allora a gridare, e a gridare, con tutte le sue forze e dal più profondo del suo cuore, per farsi sentire dal re, così che riconoscesse la sua voce. Il re, infatti, sentì la voce del suo unico figlio e, commosso, gli corse incontro, lo abbracciò, lo invitò ad entrare e gli perdonò tutti i suoi errori.

     L’anima dell’Ebreo è il figlio del re. Essa è scesa nel mondo, in un corpo fisico per faremizvòt e buone azioni. Davanti alle molte tentazioni, però, l’anima si dimentica dello scopo del suo viaggio, e anche di suo padre, il Re, HaShem e della sua lingua, la preghiera.

    L’anima vuole tornare ad HaShem e riconoscerlo di nuovo come suo Re, perciò comincia a gridare, un grido che comprende il rimorso per il passato e un nuovo impegno per il futuro. Questo grido interiore è il suono dello Shofàr, un suono capace di risvegliare il Re, HaShem che, pieno di amore per il suo figlio unico, il Popolo d’Israele, è pronto ad abbracciarlo ed a riaccoglierlo.

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