L’unione, come condizione per la Redenzione Pubblicato il 4 January, 2018

La divisione e la discordia colpiscono l’essenza stessa del popolo d’Israele. Quando i figli d’Israele tornano ad essere uniti, guadagnano il merito della scelta eterna di D-O e la Redenzione vera e completa.  

“E disse a quello malvagio: ‘Perchè percuoti il tuo compagno?’” (Shemòt 2, 14)
Racconta la Torà che quando Moshè, cresciuto, uscì verso i suoi fratelli, vide un egiziano colpire uno dei suoi fratelli Ebrei e ucciderlo. L’indomani, Moshè vide due Ebrei che litigavano, “e disse a quello malvagio: ‘Perchè percuoti il tuo compagno?’” Al che gli rispose l’Ebreo: “Intendi forse uccidermi come hai ucciso l’egiziano?” Dal seguito si comprende che quei due Ebrei avevano fatto la spia al Faraone, rivelandogli l’uccisione dell’egiziano per mano di Moshè. Ed allora “Moshè ebbe timore e disse: ‘La cosa si è quindi risaputa!’” Il Midràsh spiega che Moshè non si preoccupò semplicemente per il proprio destino, ma per quello di tutto il popolo Ebraico: “Vi è tra di voi maldicenza e come potete essere meritevoli della redenzione”. Un altro Midràsh spiega che, con questo avvenimento, Moshè comprese perchè Israele fosse stato reso schiavo: “Moshè si stava chiedendo in cuor suo: ‘In cosa Israele ha peccato tanto da divenire schiavo fra tutti i popoli?’ Poichè sentì le sue parole, disse: ‘tra di loro vi è maldicenza, come potranno essere meritevoli della redenzione’”.

La gravità della divisione
Quanto detto provoca un certo stupore. Non è forse noto che nell’esilio dell’Egitto vi furono, tra il popolo d’Israele, degli idolatri? Eppure Moshè non vide in ciò un ostacolo alla redenzione. Anzi, egli si chiese con meraviglia: “Che peccato ha commesso Israele, per essere divenuto schiavo fra tutti i popoli?” Può essere che il peccato della maldicenza sia più grave di quello dell’idolatria, tanto da costituire proprio esso la causa del perpetuarsi dell’esilio? La soluzione di ciò si trova nel significato stesso dell’esilio dell’Egitto. Il Rambam, descrivendo le origini del popolo d’Israele, dice che i Patriarchi lasciarono in eredità ai loro figli la fede in D-O, divenendo così esso “un popolo che riconosce D-O”. Eppure, in seguito, “si prolungarono i giorni di Israele in Egitto ed essi tornarono a prendere esempio dal loro comportamento e ad adorare le stelle, come facevano loro (gli egiziani)”. Ed allora venne il Santo, benedetto Egli sia, “e D-O scelse Israele come sua eredità, incoronandoli di mizvòt, ecc.”.

Una scelta al di là della logica
Da qui noi vediamo che, prima dell’uscita dall’Egitto, la definizione che veniva data del popolo dipendeva dalle sue azioni e dal fatto che fosse “un popolo che riconosce D-O”. Ciò si annullò con l’esilio dell’Egitto, quando esso tornò all’idolatria. Solo che allora si creò un fatto nuovo: D-O scelse come Suo, il popolo d’Israele. La scelta del popolo non dipese dalle sue azioni o dalle sue qualità (l’essere tornati all’idolatria, infatti, non li aveva resi meritevoli di essere redenti), ma fu una scelta al di là della logica, operata da D-O Stesso. Per questo non fu di disturbo il fatto che gli Ebrei servissero gli idoli, e ciò non ostacolò la redenzione.

Tornarono ad essere uniti
Quando invece Moshè vide che fra il popolo d’Israele vi era maldicenza, indice di divisione e discordia, egli ebbe timore. La divisione e la discordia colpiscono l’essenza stessa del popolo d’Israele in quanto popolo uno ed unito. Dato che la scelta di D-O cadde sul popolo intero ed unito, la divisione poteva far perdere loro questo attributo e con esso il merito di venire redento. La mancanza di unione fu riparata dalle sofferenze della schiavitù, che infransero il loro orgoglio ed ebbe come conseguenza l’annullamento della discordia che regnava fra di loro. Quando i figli d’Israele tornarono ad essere uniti, guadagnarono il merito della scelta eterna di D-O, e da allora essi non possono più essere annientati come popolo, essendo diventati un popolo eterno, fino alla Redenzione vera e completa, possa essere essa al più presto e di fatto.
(Likutèi Sichòt, vol. 31, pag. 8)

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