Non fuggire dal compito Pubblicato il 4 December, 2018

Yosèf il Giusto era ad un livello molto più elevato dei suoi fratelli. Egli era in grado di rimanere collegato a D-O, non soltanto nell’isolamento e nella fuga dalle occupazioni del mondo, ma anche nel turbine della vita attiva di questo mondo. L’elevatezza della via di Yosèf il Giusto è dovuta al fatto che essa rappresenta lo scopo di tutta la Creazione: creare in questo mondo una dimora per D-O.

“E Yosèf riconobbe i suoi fratelli, mentre essi non lo riconobbero” (Shemòt, 42:8)

Cosa deve fare un uomo che ricerca la verità e vuole avvicinarsi a D-O? Egli vede tutta la falsità e la vanità che lo circondano, e desidera solo di uscire dal tumulto del mondo, per collegarsi a valori autentici ed eterni, al Santo, benedetto Egli sia, alla Sua Torà ed ai Suoi precetti. La via migliore, almeno a prima vista, è quella di fuggire in un deserto, restare lì, solo a contatto con la natura, in modo da poter servire D-O senza interferenze. E di fatto, la Chassidùt spiega che proprio per questa ragione le tribù scelsero la pastorizia come propria occupazione, consentendo loro essa di restare lontani dagli altri aspetti materiali della vita. Essi non vollero essere legati a tutto il tumulto di questo mondo. L’occupazione ideale per loro era quella di guardiani di greggi, occupazione che permetteva loro di focalizzare tutta la loro attenzione sul mondo della spiritualità, un mondo di santità e purezza.

Una via impossibile

    Ed ecco, i fratelli di Yosèf scendono in Egitto ed incontrano lì loro fratello, Yosèf, il governatore di tutta la terra d’Egitto, così come viene narrato nella parashà Mikkèz. La Torà descrive così l’incontro: “E Yosèf riconobbe i suoi fratelli, mentre essi non lo riconobbero” (Bereshìt, 42:8). Come ogni cosa nella Torà, anche questo verso, al di là del suo significato semplice, ne nasconde in sè uno più profondo. Le tribù, i fratelli di Yosèf “non lo riconobbero”, non venne loro neppure in mente che un uomo come quello, sul quale pesavano tutte le preoccupazioni del governo e dal quale dipendevano tutte le decisioni, potesse essere il loro fratello. Essi non poterono neppure immaginare che un uomo, così impegnato e coinvolto in modo pratico ed attivo nelle questioni materiali di questo mondo, possa rimanere allo stesso tempo attaccato alla santità e a D-O. Per quello che ne sapevano, una via così era impossibile. Per questo essi erano certi di trovarsi davanti ad un egiziano.

Santificare il mondo

   La verità, però, era che Yosèf il Giusto era ad un livello molto più elevato dei suoi fratelli. Anche nella sua funzione di governatore dell’Egitto, quando tutto l’onere del comando pesava su di lui, occupandolo completamente nel compito di dirigere il paese, egli era rimasto sempre Yosèf il Giusto, un Ebreo legato al suo Creatore. Egli era in grado di rimanere collegato a D-O, non soltanto nell’isolamento e nella fuga dalle occupazioni del mondo, ma anche nel turbine della vita attiva di questo mondo. Per questo i suoi fratelli “non lo riconobbero”. Essi non conoscevano e non avevano alcuna possibiltà di afferrare un simile livello. Secondo il loro concetto, non era possibile collegarsi a D-O, se non nell’isolamento, pascolando il gregge.

Yosèf dà la forza

  L’elevatezza della via di Yosèf il Giusto è dovuta al fatto che essa rappresenta lo scopo di tutta la Creazione. D-O ha creato il mondo perchè l’Ebreo introduca in esso la luce della Santità. Se l’Ebreo si rinchiude nel suo piccolo ambito privato o si isola in una grotta sperduta, nonostante egli crei così per se stesso le migliori condizioni per servire D-O, senza che nulla venga a disturbarlo o a distrarlo, il mondo in questo modo non viene però santificato, nè può collegarsi alla Santità Divina. Al contrario, quell’Ebreo, con un simile comportamento, rafforzerà l’impressione che D-O ed il mondo siano due cose che si escludono l’un l’altra. Quando invece l’Ebreo vive nel mondo, con tutti i disturbi che esso comporta, e tuttavia vive come un Ebreo, senza compromessi, senza rinunciare neppure ad una virgola, egli introduce così la luce Divina in questo mondo. In questo modo, egli prova che è possibile gestire un’impresa onestamente, rispettando il Sabato e le Festività e dedicando tempi fissi allo studio della Torà. Egli rende evidente a se stesso e a tutti coloro che lo circondano, che è possibile occuparsi di attività pubbliche, in modo da servire il pubblico con rettitudine e fedeltà, così come la Torà richiede. E così, riguardo ad ogni tipo di occupazione. Un simile Ebreo ‘introduce’ D-O nel mondo, e questo è il compimento necessario alla perfezione. Non si tratta di un compito facile, ma il popolo d’Israele, nel suo insieme, è chiamato talvolta con il nome di Yosèf, poichè proprio da lui esso ricava la forza per riuscire in questa missione: non lasciarsi travolgere e non soccombere davanti al tumulto del mondo, ma adempiere piuttosto alla propria missione Divina di illuminare il mondo, con la luce della Torà e dei suoi precetti.

(Likutèi Sichòt, vol. 1, pag. 88)

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