Offrire l’essenza Pubblicato il 17 April, 2018

Al tempo di Moshiach, noi saremo consapevoli della Volontà dell’Eterno e l’adempiremo come cosa ovvia e naturale, dato che i precetti, allora, non esprimeranno il semplice rapporto del popolo d’Israele con D-O, ma piuttosto la loro essenza unificata.

Servizio esteriore, servizio interiore
Nei Giorni di Moshiach, “la terra sarà piena della conoscenza del Signore, così come le acque coprono il fondo del mare.” Per il momento, può essere difficile concepire in qual modo le nostre percezioni cambieranno ai tempi di Moshiach. Ciò che dobbiamo realizzare, però, è che il cambiamento sarà solo un fatto di prospettiva e di priorità. Per ora noi ci colleghiamo a D-O volontariamente, cercando di adempiere ai Suoi precetti con il pensiero, la parola e l’azione. Al tempo di Moshiach, invece, il collegamento sarà innato ed automatico: come cosa ovvia e naturale, noi saremo consapevoli della Volontà dell’Eterno e l’adempiremo, dato che i precetti, allora, non esprimeranno il semplice rapporto del popolo d’Israele con D-O, ma piuttosto la loro essenza unificata. Non si tratta qui di due diversi approcci al servizio Divino, o di due differenti espressioni del nostro rapporto con D-O. Si può dire piuttosto, che quello volontario è un tipo di servizio esteriore, mentre quello intuitivo è un tipo di servizio interiore. Oggi, tranne che in alcuni momenti particolari, come Yom Kippùr, il servizio di tipo esteriore è quello dominante. Noi adempiamo ai precetti Divini in quanto individui, dotati di identità separata. Il servizio è esteriore, quando l’individuo ed il precetto, e quindi Colui che lo impone, rimangono due cose separate. Esiste però anche un tipo di servizio interiore, nel quale il precetto è adempiuto in modo tale che l’individuo aderisce al Creatore fino a diventare con Esso un’entità unica. Questa sarà la norma, al tempo di Moshiach, mentre adesso è un qualcosa che noi possiamo sperimentare, in parte, solo a Yom Kippùr.

Due tipi di offerte
Questi due modi di servire l’Eterno, corrispondono ai due tipi di offerte che venivano portate al Tempio. I sacrifici corrispondono al servizio esteriore. Essi venivano offerti sull’altare esterno ed il loro compimento non produceva un’unione assoluta con il Creatore. Il secondo tipo di offerte era costituito dall’incenso. Esso veniva offerto sull’altare interno e corrispondeva al servizio di tipo interiore. Quest’offerta raggiungeva un’unità fra il Creatore ed il popolo Ebraico. Nella parashà di Acharè Mòt si possono ritrovare tutti questi concetti. La parashà inizia con: “E D-O parlò a Moshè, dopo la morte dei due figli di Aharon, che avevano presentato un’offerta alla presenza dell’Eterno ed erano morti.” Il termine usato per “presentare un’offerta” significa anche “avvicinarsi”. La loro morte era connessa ad un loro tentativo di avvicinarsi a D-O. Da questa prospettiva, essi appaiono ammirevoli e degni di lode. Per realizzare il loro attaccamento a D-O, essi furono pronti ad abbandonare questo mondo. Le loro anime spirarono non a causa di un peccato, ma a causa del loro grande desiderio di sperimentare direttamente il Divino. Eppure, la Torà descrive diversamente la loro morte, narrando come essi morirono per aver messo dell’incenso nei loro bracieri, offrendo un fuoco che D-O non aveva nè autorizzato, nè richiesto. Da questa descrizione essi risultano colpevoli.

Meritevoli o colpevoli?
Dalla Torà si possono ricavare entrambe le interpretazioni: il merito di essersi voluti avvicinare a D-O ed il peccato di aver trasgredito alla Sua volontà. Qual’è la verità? Le parole di Moshè, nella parashà di Sheminì, sembrano avvalorare la prima ipotesi. Moshè spiega ad Aharon: “Questo è ciò di cui parlò l’Eterno, dicendo così: ‘Io sarò santificato tramite quelli che Mi sono vicini’”. Dato che l’incidente avvenne durante l’inaugurazione del Tabernacolo, Moshè intende evidentemente dire che la loro morte ha santificato il Tabernacolo. Il loro avvicinamento a D-O, tramite un “fuoco non autorizzato”, va visto quindi come un catalizzatore per la santificazione del Tabernacolo. L’affermazione secondo la quale essi offrirono “un fuoco non autorizzato, che D-O non aveva loro comandato”, costituirebbe in questo caso una lode e non una critica: essi andarono “al di sopra ed oltre” ai limiti del comando. Essi letteralmente offrirono se stessi, tanto fu grande il loro desiderio di una rivelazione Divina. Per questo la Torà enfatizza il tipo di servizio da loro scelto: l’offerta d’incenso. Vi è infatti un legame profondo fra l’incenso e l’avvicinamento a D-O. Come abbiamo visto, l’altare esterno aveva un effetto sulla parte più esteriore della persona, e cioè sul pensiero, la parola e l’azione, che sono descritte come le “vesti” dell’anima. Tramite i sacrifici su questo altare, la persona arrivava ad un completo ed adeguato compimento dei precetti nel pensiero, nelle parole e nelle azioni. Vi è però un livello più profondo e primario dell’anima che deve rivelarsi, per raggiungere un vero attaccamento a D-O.

Un collegamento automatico
Quando si ha una simile rivelazione, automaticamente anche le “vesti” dell’anima ne sono influenzate. Allora, piuttosto che osservare i precetti per obbedire ad un comando Divino, l’Ebreo si ritrova ad osservarli in modo naturale, come diretta conseguenza di questa rivelazione. Ciò è rappresentato dall’offerta dell’incenso sull’altare. Il termine Ebraico stesso per ‘incenso’ deriva dalla radice che significa “attaccamento”, “unione”, e non solo “avvicinamento”, come avviene per il termine Ebraico “sacrificio”. A questo livello, l’Ebreo diviene “uno” con l’essenza di D-O Stesso. I figli di Aharon sperimentarono un’aperta rivelazione dell’aspetto più interiore della loro anima, ed a questo livello essi non ebbero bisogno di alcun comando per adempiere alla volontà Divina. Essi si sentirono così uniti a D-O, da offrire automaticamente sull’altare l’”incenso”, il loro stesso essere e la loro stessa essenza. Questa è anche la natura del servizio di Yom Kippur: elevare l’anima fino alla rivelazione della sua essenza ed unità con il Divino. In quel giorno, il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi per offrire l’incenso. Yom Kippur è il giorno dell’espiazione poichè al livello dell’incenso, al livello dell’essenza, l’Ebreo non è un’esistenza separata da D-O. Per questo, non vi è posto nè per il peccato, nè per un indebolimento della connessione col Divino. E questo sarà il livello di ogni Ebreo, nei giorni di Moshiach.
(Likutèi Sichòt, vol. 32, pag. 98 – 105)

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