Prendere D-O come socio Pubblicato il 3 May, 2018

Quando un Ebreo sa che il proprio servizio Divino esercita un effetto sui regni spirituali, questa consapevolezza conferisce ai suoi sforzi energia e soddisfazione, dandogli la forza di superare gli ostacoli che l’istinto del male gli pone davanti.

prestito a interesseAccettare il giogo Divino
Nella parashà Behàr è citata fra le altre la legge che vieta il prestito ad interesse. Alla fine del verso che la riporta, è scritto: “Io sono il Signore tuo D-O che ti ha condotto fuori dalla terra d’Egitto… per essere il tuo D-O.” Commenta il Sifra: ‘Da questo verso (si può derivare il principio): Chiunque accetti il giogo (della proibizione) dell’interesse, accetta il giogo del Cielo. Chiunque scuota da sé il giogo (della proibizione) dell’interesse, scuote da sé il giogo del Cielo… Poiché chiunque riconosce il precetto riguardante l’interesse, riconosce l’esodo dall’Egitto. Chiunque nega il precetto sull’interesse, è come se negasse l’esodo dall’Egitto.’ Viene naturale chiedersi: perché la proibizione riguardante l’interesse è così strettamente legata all’esodo dall’Egitto e all’accettazione del giogo del Cielo? Accettare il giogo Divino, così come si esprime nell’osservanza dei precetti, implica l’assunzione da parte di D-O di un ruolo attivo nel nostro servizio Divino. Ciò è alluso anche nella benedizione che noi recitiamo prima del compimento di un precetto, quando lodiamo D-O “Che ci ha santificati con i Suoi precetti”, nel senso che i precetti che noi osserviamo sono i Suoi precetti, i precetti che anche Lui osserva. Vi sono due dimensioni nel compimento dei precetti da parte di D-O. 1) Esso precede il nostro compimento dei precetti, così come dicono i nostri Saggi: “Ciò che Egli fa, Egli comanda ad Israele di fare.” 2) Il Suo compiere i precetti è in risposta alla nostro, così come dicono i nostri Saggi: “Ogni qualvolta una persona studia Torà, il Santo, benedetto Egli sia, studia di fronte a lui.” Ciò non significa certo che noi abbiamo, in modo indipendente, la capacità di determinare le azioni di D-O. È semplicemente D-O Stesso a desiderare che noi Lo influenziamo con le nostre azioni, per così dire. Ciò richiede una spiegazione. Perché D-O vuole che il servizio Divino di noi, semplici mortali, influenzi i regni spirituali? La prima fase della dinamica, quella nella quale il Suo osservare i precetti induce il nostro, è facilmente comprensibile: le Sue azioni ci forniscono la forza necessaria ad agire. Ma qual’é la spiegazione alla seconda fase, quella nella quale siamo noi che, osservando i precetti, induciamo D-O ad osservarli?

Il ‘pane della vergogna’
Per arrivare a comprendere ciò, è necessario rispondere prima ad una domanda di base: perché, in senso lato, è necessario il servizio Divino? Non potrebbe D-O darci ogni cosa, come riflesso della Sua benevolenza? Ci è stato insegnato che il mondo è stato creato per l’iniziativa Divina “di agire con benevolenza verso le Sue creature”. Dato che D-O è il bene assoluto, ed “è nella natura del bene dispensare il bene”, perché non dovrebbe Egli fornire alle Sue creature tutto ciò di cui esse hanno bisogno, senza chiedere loro nulla in cambio? La Chassidùt spiega che la massima espressione del bene è fare sì che chi è destinato a riceverlo, lo guadagni. Un regalo dispensato gratuitamente, senza sforzo da parte del ricevente, è visto come “pane della vergogna”. D-O desidera dare all’Ebreo il bene più elevato, e per questo ha strutturato il mondo in modo tale, che questi debba guadagnarsi l’abbondanza che D-O è pronto a dargli. Ora possiamo comprendere perché il servizio Divino dell’Ebreo influenzi i mondi spirituali. Se una persona venisse pagata per un lavoro dal quale il suo principale non ricavasse alcun beneficio, il suo compenso sarebbe in qualche modo viziato. Quando infatti un lavoro non porta ad alcun risultato, il compenso che se ne riceve viene sentito come non meritato, come se non lo si fosse veramente guadagnato. Per questo motivo, D-O ha organizzato l’esistenza in modo tale che il servizio Divino dell’Ebreo abbia un’influenza sui mondi spirituali; che esso generi, cioè, dei risultati spirituali, così come un’azione produce un effetto sulla terra. Ed è così che la ricompensa che l’Ebreo riceve non è “pane della vergogna”, ma il pagamento ottenuto per aver fatto qualcosa di valore per il suo Datore. Questo concetto ha un’ulteriore dimensione. Quando un compito non è produttivo, il lavoratore che lo esegue non trarrà alcuna soddisfazione dalla propria fatica. Anche se il suo compenso sarà elevato, egli lavorerà, ma senza energia o piacere. Il compito sarà per lui oneroso e, alla fine, insopportabile. Vi è un’analogia narrata dal Rebbe Rayàz, che illustra bene questo concetto. Un proprietario terriero chiamò una volta un contadino, chiedendogli di lavorare per lui. Il contadino avrebbe dovuto “mietere” del grano, ma invece di farlo nel campo, avrebbe dovuto soltanto far oscillare la propria falce nel salotto del proprietario. Per questo “lavoro” gli fu promessa una lauta paga. All’inizio, il contadino accettò con entusiasmo, ma ben presto chiese di essere esentato, spiegando di non aver niente da mostrare, come frutto del suo lavoro. Quando un Ebreo sa che il proprio servizio Divino esercita un effetto sui regni spirituali, questa consapevolezza conferisce ai suoi sforzi energia e soddisfazione, dandogli la forza di superare gli ostacoli che l’istinto del male gli pone davanti.

“Il Santo, benedetto Egli sia, studia di fronte a lui.”
Tutta l’influenza Divina che noi percepiamo in questo mondo, dipende dal nostro servizio Divino. Ogni precetto ha la sua particolare influenza, poiché l’espressione di un determinato precetto nei regni spirituali dipende dal fatto che quello stesso precetto è compiuto qui, da noi. Non solo, la possibilità di influenzare i mondi spirituali è una funzione stessa del nostro servizio Divino, e ciò è riflesso nel precetto che proibisce l’interesse. Cosa si intende per interesse? Interesse è quando una persona presta del denaro, e pretende di ricavarne un profitto, per il solo fatto che quel denaro, in precedenza, gli è appartenuto. Una persona, prestando del denaro ad un altro, gli offre la possibilità di ricavarne dei guadagni, e ciò è ritenuto da lui una ragione sufficiente per esigere il pagamento di un interesse. Osservare invece la proibizione dell’interesse, rispetta la legge per cui una persona può trarre profitto solo da quello che possiede al momento, come è provato dal caso specifico, chiamato heter iskà, in cui, nel passaggio di mano di una somma dall’uno all’altro, si stabilisce che una parte del denaro resti di proprietà di chi ha dato il prestito, una parte che viene, cioè, solo ‘affidata’ all’altro. In questo caso, quando l’investimento dei fondi prestati produce un guadagno, parte di esso deriva dalla somma che di fatto continua ad appartenere a colui che ha concesso il prestito. Non si tratta più quindi di interesse, ma di guadagno derivante da ciò che di fatto la persona continua a possedere. La relazione dell’Ebreo col suo prossimo rispecchia la sua relazione con i regni spirituali. Se egli trasgredisce alla proibizione contro l’interesse, ottenendo profitto da risorse, solo per il fatto che in precedenza gli sono appartenute, un modello simile si attiva per lui anche nei regni spirituali. Sul suo servizio Divino non viene fatto alcun investimento dall’Alto. Prima di iniziare il proprio servizio Divino, gli vengono concesse le risorse (i precetti compiuti nei regni spirituali), che gli danno la forza di agire, ma niente più di questo. Quando invece un Ebreo osserva il precetto che proibisce l’interesse, D-O investe su li lui. Non solo gli dà la forza necessaria prima di cominciare il suo servizio Divino, ma, anche dopo, D-O resta suo socio attivo. “Il Santo, benedetto Egli sia, studia di fronte a lui.” Ora ci è possibile anche comprendere la connessione fra la proibizione dell’interesse e l’accettazione del giogo del Cielo e l’esodo dall’Egitto. La proibizione contro l’interesse ha un significato generale; esso riflette cioè il rapporto di collaborazione attiva di D-O nel servizio Divino, un’espressione dell’accettazione del giogo Divino. E stabilendo una simile connessione con D-O, l’Ebreo trascende tutti i limiti: un corrispettivo spirituale dell’esodo dall’Egitto.
(Da un discorso di parashà Behàr – Bechukkotài, 5710)

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