Purim Pubblicato il 26 February, 2018

Se il mondo riesce a farci dimenticare la Divinità, da cui tutta l'esistenza deriva e dipende e vuole imporsi ai nostri occhi, come realtà separata e indipendente, D-O fa in modo che questa stessa realtà venga a ricordarci e a farci riconoscere Chi è il Padrone del mondo. Quando, allora, noi torniamo a rivolgerci a Lui, iniziamo a vedere come i Suoi miracoli trasformino la natura stessa, cosicchè: "Per gli Ebrei fu luce, gioia, allegria ed onore"!  

   Purim è l’unica festa il cui nome viene da una lingua, che non è quella sacra. “Pur“, infatti, è una parola Persiana, che vuol dire sorte (goràl). Perché, allora, questa festa non è stata chiamata nella lingua sacra: “Goralòt“, come tutte le altre feste? Un altro fatto risulta poco chiaro. Come accade per tutte le altre feste, anche il nome di questa  dovrebbe esprimere la parte positiva della vicenda alla quale essa si riferisce: la salvezza del Popolo Ebraico dal decreto dell’infame Hammàn. “Purim”, invece, si riferisce esattamente al contrario, e cioè alla sorte che Hamàn tirò, per sterminare, D-O non voglia, tutto il Popolo d’Israele. Ancora un dato, che appare come negativo: in tutta la “Meghillàt Estèr“, non viene ricordato neppure una volta il nome di HaShem, quando, in genere, in qualsiasi testo sacro, esso compare più e più volte, e quando, addirittura, esso compare normalmente  persino nel parlare ordinario dell’Ebreo o nelle lettere, che egli scrive nel suo quotidiano e che si aprono con la formula: “con l’aiuto di D-O”. Tutto questo sembra esprimere una condizione di totale occultamento, e ciò emerge persino dal nome stesso della meghillà: “Meghillàt Estèr” (la parola ‘estèr‘, infatti,  ha il significato di ‘nascondimento’). In questo stesso nome, però, compare anche l’opposto dell’occultamento, come la parola ‘meghillà‘, dal significato di ‘rivelazione’ (ghilùi), esprime. Così come il nome “Meghillàt Estèr” esprime due concetti opposti, rivelazione ed occultamento, anche la festa stessa, col suo nome in Persiano ed il suo riferirsi al decreto contro gli Ebrei da un lato e l’incredibile gioia con la quale viene festeggiata dall’altro, esprime gli stessi due opposti.

   La risposta a queste apparenti contraddizioni ci viene dallo svolgimento stesso della vicenda. A quei tempi la condizione degli Ebrei, materialmente, era assai privilegiata. Due suoi rappresentanti, infatti, occupavano posti di grandissima importanza. Estèr era addirittura la regina, moglie del re Achashveròsh, e ‘Mordechài sedeva alla porta del re’.  Quando fu emanato il decreto di Hammàn, la loro stessa posizione avrebbe dovuto essere la chiave, che avrebbe risolto quel momento così difficile. Estèr, che era stata scelta per la sua bellezza, avrebbe dovuto usarla, per sedurre e convincere il re a revocare il decreto. Mordechài, che in passato aveva salvato la vita del re, avrebbe potuto sfruttare questo vantaggio, per cercare di influenzare positivamente la decisione del re. Questo sarebbe dovuto essere il comportamento naturale da adottare, per sconfiggere il pericolo incombente. Mordechài, invece, come prima azione, si vestì dei segni del lutto e chiamò tutto il Popolo a fare teshuvà, e solo in un secondo momento, mandò Estèr a chiedere indulgenza al re. Estèr, dal canto suo, invece di preparare le sue “armi” naturali, non ebbe paura di colpire la propria bellezza, imponendo a se stessa ed a tutto il Popolo un digiuno di tre giorni.  Solo dopo di ciò, e nelle sue condizioni peggiori, essa si presentò al re, che da tempo non l’aveva fatta chiamare e che, secondo la legge, aveva il diritto di condannarla a morte, se essa non avesse trovato grazia ai suoi occhi.

  Tutto questo comportamento esce completamente dalle regole della logica e della natura. Eppure proprio ciò produsse la salvezza. Mordechài ed Estèr sapevano che il vero decreto contro gli Ebrei veniva dall’Alto, come conseguenza del piacere, che gli Ebrei avevano provato all’invito del re al banchetto, piacere per il riguardo che veniva loro dimostrato da un re in carne ed ossa, al quale essi rivolgevano le loro speranze e le loro aspettative per il soddisfacimento dei loro bisogni, invece di rivolgersi ad HaShem, il Re dei re.

  Quando l’Ebreo si sottomette alle regole della natura, alla sua gerarchia ed in ciò cerca riuscita, si allontana da HaShem e dall’essenza della propria  Ebraicità, che lo eleva ad un livello superiore a quello dei limiti della natura, grazie al legame essenziale, che lo unisce al suo Creatore, che è Luce infinita ed illimitata. L’uscire dalle regole della natura, il riconoscere Colui dal quale tutto viene, il pentimento come ritorno a Lui, questo fu ciò che  permise la salvezza dal decreto. E da quel momento la mano di HaShem, dal pieno dell’occultamento, cominciò a dirigere i “casi”, in modo che, un avvenimento dopo l’altro, miracoli vestitisi di una forma naturale, portarono al completo capovolgimento della situazione. Una rivelazione fortissima del Divino, all’interno del più grande nascondimento! Da qui la gioia immensa di questa festa, in cui si può già cominciare ad assaggiare la rivelazione della Gheulà finale e completa, in cui la Luce infinita si rivelerà dentro la natura finita ed il buio stesso comincerà ad illuminare.

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