Restare noi stessi, pur nell’unione più perfetta Pubblicato il 25 May, 2018

Il nome della parashà - Nassò - significa “Solleva”. Essa evidenzia come la Torà sia un mezzo che consente alla persona di elevarsi al di sopra dei limiti.  

בית המקדשCosa vuol dire ‘elevarsi’?
Il nome della parashà – Nassò – significa “Solleva”. Essa viene sempre letta o subito prima o subito dopo la Festa di Shavuòt, evidenziando come la Torà sia un mezzo che consente alla persona di elevarsi. Essa le permette di elevarsi al di sopra dei limiti a cui è costretta la facoltà di comprensione di un essere mortale, e di relazionarsi a D-O ai Suoi termini. In questo concetto, però, noi troviamo una difficoltà implicita: in genere, quando si parla di trascendere la nostra identità personale, si intende abitualmente un abbandono della nostra individualità, un conformarci al codice di condotta che D-O ci ha dato, rinunciando alla nostra volontà individuale, alla nostra personalità. Questo però non è l’approccio dell’Ebraismo. L’Ebraismo insegna che una persona deve elevarsi al di sopra di se stessa: comportarsi in un modo ‘Divino’, senza per questo dimenticarsi chi egli sia e quali potenzialità gli siano state date, e anzi utilizzando queste potenzialità, ma per uno scopo Divino.

Stesse azioni, intenti differenti
Questa fusione fra lo sforzo individuale e la direzione Divina è riflessa nei versi conclusivi della parashà, che descrivono i sacrifici portati dai capi delle tribù. Leggendoli, non è possibile non restare colpiti dall’apparente ridondanza utilizzata nell’enumerazione dei sacrifici. Ogni capo tribù portò un’identica offerta: lo stesso numero di animali, la stessa quantità di incenso, bacili d’argento della stessa grandezza, eppure, la descrizione dell’offerta fu ripetuta, con le stesse parole, per ciascuno dei dodici capi. Si chiedono i commentatori: se la Torà è così attenta a non usare mai né una parola né una lettera in più, che non sia strettamente necessaria, perché in questo caso ripete l’intero passaggio dodici volte? Non avrebbe potuto enumerare i particolari dell’offerta una sola volta, aggiungendo poi: “Identiche offerte furono portate da ogni capo delle tribù?” La spiegazione è che la Torà di fatto ci sta insegnando che i loro sacrifici furono differenti. Nonostante essi portassero offerte costituite dagli stessi componenti, ognuno di loro lo fece con un intento differente. Ognuno vide la sua offerta come rappresentativa del particolare servizio Divino destinato alla propria tribù. Portando queste offerte, ognuno espresse la particolare missione e natura del proprio retaggio ancestrale, identificandosi con essa. L’azione era la stessa, ma l’impegno spirituale differiva da un capo tribù all’altro.

La vera espressione di noi stessi è un’espressione Divina
Questi concetti riguardano allo stesso modo ognuno di noi. Tutti noi mettiamo tefillìn simili, accendiamo le stesse candele dello Shabàt ed osserviamo tutte le altre leggi universalmente applicabili della Torà. Ciò non implica tuttavia che dobbiamo adeguarci ad un conformismo, che ci renda tutti uguali, come fossimo delle pecore. Al contrario, davanti ad ogni persona si apre un’immensa e variegata gamma di possibilità nel servire D-O, solo che invece di farlo a nostro piacimento, secondo la nostra fantasia, noi lo faremo secondo i termini Divini. In altre parole, se noi seguissimo la nostra ispirazione, uno di noi potrebbe decidere di servire D-O tramite la preghiera meditativa, mentre un altro tramite gli atti di bontà, ed un altro ancora contemplando l’unità che si trova nella natura. L’approccio di ogni persona sarebbe differente. Ognuno si relazionerebbe a D-O come vuole. Lo svantaggio di questo approccio, che sembrerebbe a prima vista così bello, è che in ciò che uno vuole vi è un’enorme dose di soggettività. Ciò che uno vuole ha il difetto di non essere necessariamente ciò che D-O vuole! Quando invece una persona osserva la Torà e le sue mizvòt, fa ciò che D-O vuole. E tuttavia, in questo ambito, essa ha un’ampio, se non infinito, spazio per la propria auto-espressione, poiché l’intento ed il modo dell’osservanza sono lasciati alla sua scelta ed alla sua iniziativa. Quindi, di nuovo, la stessa azione può significare molte cose differenti per molte persone differenti. Questo concetto della diversità in un approccio di unità si rivelerà anche nell’era della Redenzione. L’avvento di Moshiach non vorrà dire la fine dell’individualità e dell’espressione personale. Al contrario, in quell’era sarà evidente come ogni via d’espressione è di fatto Divina ed è stata portata in essere solo per esprimere una particolare dimensione del Suo essere. Il massimo grado di unità comporta infatti il manifestarsi di una entità semplice, in forme numerose. In quell’era, il mondo sarà soffuso dalla rivelazione della luce Divina, ma quella luce non ci accecherà, impedendoci di vedere le caratteristiche individuali di ogni entità. Anzi, essa permetterà alla dimensione positiva di quell’entità di risplendere con ancora maggiore intensità.

(Basato sugli insegnamenti del Rebbe di Lubavich)

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