Shemòt Pubblicato il 1 January, 2018

Il nome di una persona serve alla sua comunicazione col prossimo: un dato 'esteriore' che serve a farsi riconoscere ed a relazionarsi con gli altri. Eppure, il nome ha un aspetto molto più profondo, quello dell'essenza stessa dell'anima...


    Shemòt (nomi) è la parashà, che apre il secondo dei cinque libri della Torà (Chumàsh). Il contenuto della parashà parla delle sofferenze del Popolo d’Israele, della storia di Moshè Rabèinu, della sua missione. Tutto ciò sembra non aver alcun nesso con il nome stesso della parashà. Inoltre, i nomi degli Ebrei, che erano scesi in Egitto, erano già stati citati precedentemente. Perché allora questo titolo? Perché ora, dopo la morte di Yosèf, questi nomi vengono ripetuti?

       Per capire il significato  interiore di tutto ciò, sarà utile spiegare che cosa il nome comporta per la persona. Vi sono due aspetti collegati al nome, che si riferisce ad una persona. Il primo è il livello più esteriore. Possono esserci persone diversissime, sotto tutti gli aspetti, che pur tuttavia hanno lo stesso nome. A questo livello non si vede un nesso fra il nome e l’essenza della persona stessa. In questo caso il nome è principalmente ciò che permette di comunicare con il prossimo. La persona che vivesse in modo del tutto isolato dal suo prossimo, semplicemente non avrebbe bisogno del nome. 

        Il secondo livello ha un carattere opposto, ed è un livello infinitamente più interiore. A questo livello il nome dell’uomo è direttamente collegato alla sua anima. I genitori, alla nascita del loro figlio, ricevono come una piccola possibilità di profezia. E’ lo Spirito Santo (Ruach haKòdesh), che indirizza la loro scelta del nome, in modo che questo divenga un canale capace di far arrivare abbondanza e vitalità dall’Alto. Si sa, inoltre, che, in caso di malattia grave, è uso cambiare il nome della persona, in modo che ciò determini un cambiamento nel destino della persona stessa. Altro fenomeno conosciuto è quello di chiamare per nome una persona, che perde i sensi, affinché torni in sé, e questo proprio perché il nome è connesso all’essenza più profonda della sua anima. E’ possibile dire, che nel nome stesso c’è l’essenza dell’uomo.

        La discesa dell’anima dell’uomo nel mondo materiale, nel corpo fisico, rappresenta per l’anima stessa una discesa nell’esilio. Dall’unione totale con HaShem, dalla Luce infinita, essa passa all’oscurità della materia, che nasconde il Divino, e viene ad incontrare qui tutte le difficoltà, tutte le prove possibili. A volte l’uomo sembra incontrare ostacoli e sofferenze che si ripetono, che non riesce a superare e dalle quali pensa, che gli sia impossibile uscire. Eppure questa non è la verità. Ad ognuno di noi appartiene una parte interiore, che non è attaccabile da sventure ed esperienze. Una parte libera ed inattaccabile, una parte di D-O stesso. Il fatto che gli Ebrei in Egitto, nonostante tutte le difficoltà, non abbiano cambiato i loro nomi, la loro lingua, il loro vestire è il segno che questa parte interiore dell’anima, la sua essenza, la parte che corrisponde al secondo livello del nome, non è stata toccata ed è proprio ciò, che li ha salvati.

         Solo la parte più esteriore dell’anima, quella che corrisponde al livello esteriore del nome, scende in esilio, quando viene a vestirsi di un corpo fisico in questo mondo. L’essenza dell’anima, quella parte che viene chiamata Iechìda e che è tutt’uno con HaShem, resta in una condizione che viene chiamata makìf, e cioè ‘avvolgente’, ossia nascosta ed inafferrabile alla percezione dell’uomo. Ogni volta che ci si collega a questa parte, all’essenza, l’esilio, l’oscurità, le prove, le difficoltà non hanno più nessun potere, non  esistono; la Gheulà si rivela.

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