Teshuvà con gioia Pubblicato il 13 September, 2018

Quando un Ebreo torna a D-O e si attacca a Lui, ne deriva da ciò una gioia ed una felicità senza limiti.

teshuvàShabàt Shuva
Nello Shabàt che precede Yom Kippùr, Shabàt Shuva, emergono due aspetti apparentemente contraddittori: teshuvà (pentimento, ritorno) e simchà (gioia). Questo Shabàt fa parte dei Dieci Giorni di Pentimento. Il Rambam dice che in questi Dieci Giorni la teshuvà e le suppliche sono più efficaci e vengono immediatamente accolte (Hilchòt Hateshuvà, cap 2, halachà 6). Ciò vale ancora di più riguardo allo Shabàt compreso in questi giorni, dato che la qualità dello Shabàt è quella di completare i giorni che lo precedono ed essere fonte di benedizione per quelli che lo seguono. La teshuvà arriva, quindi, in questo Shabàt, al massimo grado della sua forza e della sua completezza. D’altro canto, lo Shabàt è un giorno di gioia e di piacere. Gioia – come è detto: “E nei giorni della vostra gioia, questi sono i Sabati”; piacere – come è detto: “E chiamerai il Sabato delizia” (Isaia 58:13). Ciò che caratterizza quindi lo Shabàt Shuva, nel quale i due aspetti si collegano, è: teshuvà da un lato e piacere dall’altro.

Vayèlech
Questo collegamento è alluso anche dalla parashà della settimana: Vayélech (E andò). Il significato dell’andare è quello del lasciare il posto in cui ci si trova per procedere verso un luogo differente. E questa è proprio l’essenza della teshuvà: la persona lascia la condizione in cui si trovava precedentemente e si incammina verso una realtà diversa, nuova. Secondo la descrizione del Rambam, chi fa teshuvà deve sentirsi come se fosse “un uomo diverso e non più l’individuo che ha commesso quei fatti” (Hilchòt Hateshuvà, cap. 2, halachà 4). In questo senso, ‘Vayèlech’ rappresenta il servizio della teshuvà. D’altro canto, più in là nella parashà, si racconta di come Moshè Rabèinu terminò di scrivere la Torà e la consegnò ai Sacerdoti ed ai Leviti, cosa che certamente fu accompagnata da una grande gioia, la gioia della Torà. Vediamo così che nella stessa parashà si allude anche all’aspetto della gioia, e non una gioia qualsiasi, ma la Gioia della Torà!

Un combinarsi di opposti
Sorge qui una domanda: come è possibile combinare insieme sensazioni così (apparentemente) opposte? La teshuvà, infatti, nella quale l’uomo rivede le sue azioni negative, deve provocare tristezza ed amarezza di spirito. Come è possibile quindi essere immersi nello stesso tempo in una grande gioia? A questo proposito viene spiegato che proprio la teshuvà, e in particolare quella relativa a Shabàt Shuva, deve essere fatta con gioia. E ciò, innanzitutto, per il fatto che la teshuvà è uno dei precetti della Torà, e tutti i precetti devono essere compiuti con gioia: “Servite D-O con gioia” (Salmi, 100:2). Inoltre, nella teshuvà bisogna essere ancora più pieni di gioia, poiché grazie ad essa noi correggiamo e completiamo tutti gli altri precetti.

La gioia del ritorno
Oltre a ciò, non vi è gioia più grande del ritorno dell’Ebreo a suo Padre nei Cieli. Il libro del Tanya riporta a questo proposito un’allegoria, che parla del figlio di un re “che era tenuto in cattività, macinava grano nella prigione ed era coperto di lordura. Egli venne poi liberato e ritornò nella casa del re, suo padre”. Non può esservi gioia più grande di questa. Così, quando un Ebreo torna a D-O e si attacca a Lui, ne deriva da ciò una gioia ed una felicità senza limiti. Questo è il significato di Shabàt Shuva: la teshuvà in questo Shabàt è di un livello più elevato di quello degli altri Dieci Giorni di Pentimento. È una teshuvà più alta, una teshuvà che avviene con una gioia grandissima. In questo Shabàt l’Ebreo si eleva, raggiungendo un fortissimo grado di attaccamento e vicinanza a D-O, ed allora egli è anche pieno di una grande gioia. E da questa gioia arriveremo alla gioia più grande di tutte, anch’essa legata alla teshuvà – “Torneranno qui in grande comitiva” (Geremia 31:7) – con la Redenzione vera e completa.
(Sefer haSichòt 5749, vol. 1, pag. 4)

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