Trasformare l”acqua’ in ‘sangue’ Pubblicato il 9 January, 2018

Per uscire anche oggi dall'Egitto, dai limiti e dalle ristrettezze, dobbiamo conoscere la via da percorrere. La Torà ce la insegna accompagnandoci passo per passo.    


“Vieni a parlare con il faraone, il re dell’Egitto, affinchè lasci andar via i figli d’Israele dal suo paese” (Shemòt 6:10)
Una delle ragioni centrali dell’uscita dall’Egitto nell’Ebraismo (tanto che esso viene ricordato nella preghiera ogni giorno), è che nella sfera spirituale dell’uomo, l’uscita dall’Egitto rappresenta un processo quotidiano. Egitto (Mizraim) ha la sua derivazione dal termine ristrettezze (meizarim), e cioè i limiti e gli impedimenti che si trovano in ogni persona. Bisogna effettuare, ogni giorno di nuovo, una specie di ‘uscita dall’Egitto’ – un uscire e liberarsi da quelle stesse limitazioni e da quelle stesse ‘ristrettezze’ (meizarim), dando alla propria anima Divina la libertà di esprimere le sue vere aspirazioni. La parashà Vaerà racconta l’inizio dell’uscita dall’Egitto, e da ciò noi possiamo imparare le vie attraverso le quali è possibile ‘uscire dall’Egitto’, anche a livello spirituale.

Dalla freddezza al calore
La prima piaga che colpì gli egiziani fu quella del sangue: tutte le acque dell’Egitto si trasformarono in sangue. Da questo noi comprendiamo che il primo passo per liberarsi dalle limitazioni è la trasformazione dell’ ‘acqua’ in ‘sangue’. L’acqua è simbolo di freddezza, calma, di mancanza di entusiasmo. Al contrario, il sangue è simbolo di calore, entusiasmo, passione. E questa è la prima cosa da dire all’Ebreo. “Vuoi ‘uscire dall’Egitto’”? Prima di tutto e soprattutto devi trasformare l”acqua’ in ‘sangue’: al posto della freddezza infondi in te stesso, calore, entusiasmo, passione.

La necessità dell’entusiasmo
L’Ebreo può dire: a che scopo l’entusiasmo, io sono un buon Ebreo anche senza l’entusiasmo. Adempio alle mizvòt, studio la Torà, sto attento a non trasgredire ai divieti della Torà. Cosa manca allora alla mia vita? A ciò gli va risposto che la freddezza è il padre dei padri di tutto il male. Il vero significato della freddezza è che le cose non interessano veramente la persona. Ognuno può vedere che, quando si tratta di qualcosa che veramente ci interessa e ci sta a cuore, noi non restiamo per nulla freddi. La freddezza mostra che l’atteggiamento generale dell’Ebreo verso ciò che riguarda la Torà e le mizvòt è quello di una ‘cosa fatta per pura abitudine’ (Isaia 29:13), un agire privo di vitalità e puramente tecnico, ed una simile condizione è l’inizio del decadimento. Per questo, il primo passo verso la liberazione dell’anima dalle sue limitazioni sta nell’espellere la freddezza e l’indifferenza e introdurre al loro posto il calore e l’entusiasmo: studiare Torà, pregare, adempiere alle mizvòt e servire D-O con gioia ed entusiasmo, con prontezza e con fervore, così come la gente fa per le cose di questo mondo che interessano.

Hidùr nelle mizvòt
Una delle espressioni pratiche di ciò è l’hidùr nelle mizvòt (il compimento dei precetti nella loro forma più bella e completa). Quando un Ebreo serve D-O con freddezza, egli si accontenta di una mezuzà di qualità semplice e di tefillìn di poco prezzo, di una preghiera abbreviata e di un’osservanza minimale delle leggi della kasherùt (cibo permesso). Tutto sommato egli non vuole che uscire d’obbligo, ed a questo fine basta il minimo indispensabile. Quando invece l’Ebreo serve D-O con calore ed entusiasmo, egli si sforza di compiere le mizvòt con hidùr, procurandosi i tefillìn e le mezuzòt migliori, poichè egli fa ciò con amore e di sua volontà. Questo è perciò il primo passo nel processso dell”uscita dall’Egitto’, e così si arriva alla fine alla propria completa redenzione, e dalla redenzione personale, alla Gheulà tramite il nostro Giusto Moshiach.
(Likutèi Sichòt, vol. 1, pag. 119)

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