Il Capodanno degli Alberi Pubblicato il 31 January, 2018

Il quindicesimo giorno del mese di Shvàt, Capodanno degli alberi, ci permette, non solo di assaggiare con gioia tutti i frutti che D-O ci ha dato, ma anche di ritrovare in essi un gusto ed una comprensione rinnovata del nostro servizio Divino.  

 7 specieNel quindicesimo giorno del mese di Shvàt, il capodanno degli Alberi, è uso mangiare delle sette specie dei frutti della Terra d’Israele. Il Popolo d’Israele è paragonato alle sette specie. In ogni Ebreo, cioè, vi è qualcosa che è rappresentato da ognuna delle sette specie di frutti, qualcosa che riguarda il Servizio di HaShem di ogni Ebreo. La terra stessa, la Terra d’Israele, cui questi frutti appartengono, “Erez chittà ùseorà ve ghèfen ùteenà ve rimònerez zàit shèmen ùdvàsh” (“Una terra di frumento, di orzo, di viti, di fichi e melograni, una terra di ulivi e di miele (di datteri)”) (Devarim 8;8) ha un legame con il Popolo d’Israele che la rende una cosa sola con esso, un legame inscindibile. “…Ki tiù atem erez chèfez…”, “…perché sarete (abitatori del)la terra amata (da D-O)…” (Malachì 3;12).

       Il Baal Shem Tov ha evidenziato questo legame, col paragonare l’Ebreo alla terra stessa: come infatti si lavora la terra e, scavandola, si scoprono le immense ricchezze, che essa nasconde, così, scavando in ogni Ebreo, si trovano immense ricchezze di amore per D-O, rispetto e timore per Lui, di capacità di sacrificio, di legame con D-O. Tutto questo anche nell’Ebreo che, esteriormente, sembra completamente staccato e lontano da tutto ciò, quando non addirittura in opposizione.

      “Erez she raztà lassòt razòn Konà” (“la Terra che volle fare la volontà del suo Creatore”). Quando HaShem comandò alla terra di produrre alberi che facessero frutti, gli alberi stessi, presi dal grande entusiasmo di adempiere alla Volontà del Creatore, andarono oltre a ciò, che era stato loro chiesto, rendendo frutto il loro stesso tronco. Allo stesso modo, ogni Ebreo “arde” per fare la Volontà di HaShem. Tutto ciò si rivela e fiorisce in lui, quando egli “lavora” su se stesso, esattamente come la vegetazione spunta dalla terra, che viene lavorata, arata e seminata. Il lavoro che l’Ebreo deve fare, è quello di annullare la propria volontà, per fare quella del proprio Creatore, così come il seme deve annullarsi e marcire dentro la terra per poter rivelare il potenziale vegetativo, che HaShem gli ha dato.

      La Volontà di D-O, l’Ebreo la fa attraverso la Torà, le mizvòt e gli atti di bontà, in cui ciascuno, però, è tenuto ad utilizzare le proprie qualità, attitudini, creatività e risorse individuali, che lo contraddistinguono. I primi due frutti, citati dal versetto, sono chittà (grano) e seorà (orzo). Chittà è considerato cibo per l’uomo, mentre seorà per l’animale. Cosa rappresenta ciò nel Servizio di HaShem dell’Ebreo? In ogni Ebreo c’è “l’uomo” e “l’animale”, nefesh Elokìt (anima divina) e nefesh beemìt (anima animale). Ognuna di esse ha il proprio cibo. L’anima Divina ama la Torà e le mizvòt, quella animale è presa dai piaceri materiali del mondo. Il nostro Servizio di HaShem consiste nell’insegnare, anche alla nostra anima animale ad amare il Divino. Quando l’Ebreo studia la Torà (sia nella sua forma rivelata, che in quella nascosta – Chassidùt - ), egli nutre la sua anima Divina, ma in ciò, spesso, la sua anima animale non si risveglia. Quando invece, ad esempio, un Ebreo partecipa ad un incontro chassìdico (itvaadùt), nella quale gli stessi argomenti trattati dalla Chassidùt, vengono espressi con una lingua, che anche l’anima animale capisce, quest’ultima si risveglia al piacere del Servizio di HaShem. Sentendo infatti l’insegnamento sotto forma di storie ed esempi di vita quotidiana, canti e brindisi, in una riunione in cui è anche uso mangiare e bere, l’anima animale si sente partecipe e si apre all’amore verso HaShem.

       Il terzo frutto citato nel versetto, è quello della vite (ghèfen). Come solo guardando un chicco d’uva in controluce, noi possiamo vedere i semi, che esso contiene, così solo guardando un Ebreo alla luce della Shechinà (Presenza Divina), si può vedere la parte di HaShem che è in lui. Questo frutto, che occupa un posto così importante nel Servizio di HaShem, col vino che ne viene tratto (KiddùshAvdalà), ha il merito di portare gioia ed allegrezza sia all’uomo che a D-O. “Ivdù et HaShem besimchà” (“Servite HaShem con gioia”) (Tehillìm 100; 2) si riferisce alla richiesta, che D-O ci fa di servirLo con gioia, e non solo nel momento, che noi dedichiamo direttamente al Suo Servizio, ma anche quando siamo occupati nelle cose del mondo. Dormire, quindi, con gioia, lavorare con gioia, mangiare con gioia, ecc. Ed è proprio questa gioia, che riesce a suscitare il risveglio e la rivelazione di tutta l’abbondanza di benedizioni, che D-O è pronto ad elargirci.

        Il quarto frutto è il fico. Con le sue foglie il primo uomo coprì la sua nudità, e per questo esso è il simbolo dei vestiti, ma non solo di quelli fisici. Anche nel regno spirituale, infatti, ci sono dei vestiti, tre per l’esattezza, con i quali la nostra anima si veste, per potersi rivelare ed esprimere in questo mondo. Essi sono il pensiero, la parola e l’azione. Quando questi vestiti sono utilizzati per la Torà e le mizvòt, è la nostra anima Divina che può vestirsene per fare la Volontà di HaShem, preparando così il mondo ad essere una dimora per la Sua Presenza rivelata (Gheulà). Perché il Servizio di HaShem sia completo, però, bisogna che tutti e tre i vestiti vengano utilizzati. Può succedere altrimenti, ad esempio, che, pur sentendosi pervasi da buoni sentimenti e da amore per HaShem, ciò non si traduca assolutamente nei fatti.

       Il quinto frutto è il melograno (rimòn). Al suo proposito è detto, che ogni Ebreo è pieno di mizvòt, così come ogni melograno è pieno di chicchi.

       Il sesto frutto è l’oliva, da cui si estrae l’olio. Come l’olio esce dall’oliva, solo quando essa viene schiacciata con forza, così l’Ebreo, che viene provato nella vita da tante difficoltà e dure esperienze, attraversandole, scopre la propria capacità di sacrificio e la grande forza, che è nascosta in lui. In questa prospettiva, come la Chassidùt ci aiuta a vedere, le difficili prove della vita, che HaShem ci manda, sono come le forti onde del mare, che, utilizzate nel modo giusto, non solo non ci affondano, ma anzi ci elevano e ci trasportano.

      Per finire, il settimo frutto, il dattero, con la sua dolcezza, rappresenta il Servizio Divino fatto con piacere. A questo i nostri figli possono abituarsi fin da piccoli, sia grazie al nostro esempio, sia con i dolciumi, che essi ricevono da noi, come premio per i loro sforzi, dolciumi che vengono dati, non solo per convincerli a fare quello che devono, ma, anche e soprattutto, per offrire loro il sapore dolce della Torà.

Lascia un commento

Devi essere registrato per pubblicare un commento.