Un Ebreo deve andare sempre avanti Pubblicato il 10 July, 2018

Il Baal Shem Tov spiega che i quarantadue ‘viaggi’ del popolo Ebraico rappresentano stadi della vita di ogni Ebreo. Il viaggio verso un nuovo stadio dell’esistenza, uno stato di vera trasformazione, un livello più elevato, richiede che noi ci sradichiamo dal luogo dove eravamo.

MassèViaggi o soste?
Il brano della Torà che prende il nome di ‘Massè’ (‘Viaggi’), inizia col verso: “Questi sono i viaggi dei Figli d’Israele, quando essi uscirono dalla terra d’Egitto.” La Torà poi continua, enumerando tutti i luoghi dove il popolo Ebraico si accampò, durante il suo viaggio nel deserto. Sorge qui una domanda: parlando la Torà degli accampamenti dei figli d’Israele, perché essa premette loro il termine ‘viaggi’? Sono descritte infatti le fermate del loro viaggio e non i viaggi stessi. Non si tratta qui solo di una questione semantica. Ciò che è narrato nella Torà, infatti, concerne ogni individuo, in ogni epoca. L’Esodo, il ‘Dono della Torà’, i quarant’anni nel deserto e l’ingresso nella terra d’Israele, episodi vissuti dalla generazione di quel tempo, vengono rivissuti da ogni Ebreo, in ogni generazione e tanto più nella nostra, trovandoci noi alla soglia della Redenzione finale. L’uso della Torà del termine ‘viaggi’, là dove si parla essenzialmente di soste, viene quindi a dirci qualcosa di rilevante riguardo tutto il processo. Qual’era lo scopo degli spostamenti e delle fermate degli Ebrei nel deserto? A quale fine mirava tutto questo processo? Chiaramente l’intento era quello di raggiungere la terra d’Israele. L’accamparsi, però, rappresenta un luogo di riposo, il termine di un viaggio, o di una particolare fase di un viaggio. Noi potremmo pensare quindi che, quando il popolo Ebraico si fermava, esso aveva raggiunto la sua meta o, nel caso di una ripresa successiva del cammino, perlomeno una delle sue mete. Quando la Torà dice: “Questi sono i viaggi”, è quindi per indicarci che ogni fase, soste e spostamenti, è parte di un unico complesso. Di per sè, l’arrivare ad un luogo di riposo, non rappresenta il raggiungimento di alcuno scopo particolare, ed a volte costituisce persino un intoppo. Solo in quanto parte dello scopo finale, il raggiungimento della terra d’Israele, un particolare spostamento o una particolare sosta assumono significato. In questo caso, però, la Torà avrebbe dovuto usare il termine ‘viaggio’ al singolare e non al plurale, trattandosi, come abbiamo detto, di un unico processo. Qual’è quindi il significato del termine ‘viaggi’, al plurale?

Anche eventi negativi sono parte del ‘viaggio’
Il Baal Shem Tov spiega che i quarantadue ‘viaggi’ del popolo Ebraico rappresentano stadi della vita di ogni Ebreo. E i nomi degli stadi indicano aspetti o livelli della sua crescita personale. Per fare un esempio: uno dei luoghi dove gli Ebrei si accamparono, prese il nome di “kivròt ha ta’avà”, che significa le tombe del desiderio. La vera saggezza porta ad un grande attaccamento a D-O. Quando la saggezza ha il governo sulle emozioni, l’individuo può attaccarsi a D-O pienamente e profondamente. Il risultato, nel qual caso, è che egli avrà di fatto sepolto i suoi desideri per i vantaggi materiali o per i piaceri. Per questo motivo gli Ebrei si accamparono a “kivròt ha ta’avà.” Certo, allora essi provocarono l’ira Divina, con la loro richiesta di carne. E prima di seppellire il loro desiderio, questo li spinse a sfidare Moshè e D-O Stesso. Da ciò, noi vediamo che persino eventi negativi, azioni che vanno contro la volontà Divina, sono di fatto parte del ‘viaggio’. Anche questi, infatti, contengono santità e conducono alla meta finale, l’ingresso nella terra d’Israele. In generale, è possibile fare una distinzione fra il ‘procedere’, i viaggi, e ‘lo stare’, gli accampamenti. ‘Stare’ vuol dire rimanere allo stesso posto. Anche nel caso vi sia un avanzamento, se noi continuiamo ad essere collegati al luogo dove eravamo, non ci siamo veramente spinti in avanti. Uno può, per esempio, nel suo corso di studi, essere a livello di un principiante o ad un livello intermedio o avanzato. Ovviamente, il livello di uno studente ‘avanzato’ supera quello di un principiante. Egli resta però sempre uno studente. Progredire dal livello di principiante ad uno più avanzato non è un vero procedere in avanti. È quando lo studente diviene a sua volta un insegnante, che egli viene a trovarsi in uno stato completamente nuovo. Egli avrà allora veramente ‘viaggiato in avanti’, andando verso uno stato che non è più in relazione con il suo precedente. Questo è il motivo per cui la Torà dice “questi sono i viaggi”, al plurale, poichè un Ebreo deve andare sempre avanti. Un Ebreo deve costantemente elevarsi, e non passare solo da un livello all’altro, ma sempre nello stesso posto dove egli si trova. Un Ebreo deve sempre essere in viaggio verso uno stadio completamente nuovo, che non sia paragonabile a quello precedente.

In viaggio verso una vera trasformazione
Vi è, riguardo a ciò, un’implicazione più profonda, che riguarda la nostra condizione presente ed i nostri sforzi per portare Moshiach. “Questi sono i viaggi” significa sia l’andare avanti, sia il lasciarsi alle spalle. Il viaggio verso un nuovo stadio dell’esistenza, uno stato di vera trasformazione, un livello più elevato, richiede che noi ci sradichiamo dal luogo dove eravamo. Noi dobbiamo lasciarci completamente alle spalle le nostre circostanze e situazioni precedenti. La Torà dice: “Questi sono i viaggi dei Figli d’Israele, quando essi uscirono dalla terra d’Egitto.” Come fa notare l’Admòr HaZakèn, il fondatore della Chassidùt Chabad, il popolo Ebraico lasciò l’Egitto nel momento stesso in cui lasciò il paese. Quanti “viaggi” infatti devono volerci per uscirne? Con il termine Egitto, che in Ebraico significa anche limitazioni e ristrettezze, la Torà qui vuole dirci qualcosa in riferimento alla crescita spirituale di ognuno di noi: per lasciarci alle spalle le nostre limitazioni, gli ostacoli che si oppongono alla nostra spiritualità, noi dobbiamo fare vari passi, intraprendere numerosi ‘viaggi’. Ogni fase, ogni elevazione comporta un abbandono della posizione precedente, uno sradicamento e, solo di conseguenza, un innalzamento. E gli accampamenti – i risultati da noi conseguiti nello studio della Torà, nel compimento dei precetti e nel servizio Divino – sono solo luoghi di sosta temporanei, tappe del nostro viaggio. Noi dobbiamo lasciarceli alle spalle ed andare avanti. Noi ci accampiamo, come fece il popolo Ebraico, non per starcene fermi semplicemente, ma per radunare forze e prepararci al viaggio successivo – alla prossima trasformazione sulla via di Moshiach, della Redenzione e della terra d’Israele.

L’esilio è una tappa necessaria, ma non ci deve fermare
Che importanza ha quest’analisi del verso di apertura della parashà, per noi, oggi? È ben noto che le quarantadue tappe del popolo Ebraico nel deserto alludono non solo alla vita dell’individuo, ma anche a quella del popolo Ebraico nell’esilio, poiché noi stiamo ancora viaggiando nel ‘deserto delle nazioni’, così che i nostri ‘accampamenti’ – i soggiorni dei Figli d’Israele tra le varie nazioni – costituiscono una discesa in un esilio più grande. Tutto il tempo che noi ci attardiamo nella nostra sosta, per quanto amichevole e pronto ad aiutarci possa essere il paese che ci accoglie, noi abbiamo interrotto e sospeso il nostro viaggio. Un tale ritardo impedisce ed ostacola il raggiungimento della nostra vera meta, la ‘terra d’Israele’, che rappresenta la trasformazione del mondo in una dimora per D-O. Gli accampamenti, tuttavia, costituiscono, ognuno di essi, una parte integrante del viaggio. Anche quando noi ci fermiamo in un luogo indesiderabile, dove provochiamo ‘l’ira Divina’ con la nostra condotta – la nostra assimilazione o il nostro voler imitare le nazioni – noi siamo comunque sempre in cammino, in viaggio verso la terra d’Israele. La discesa nell’esilio è parte del processo di Redenzione. Attraverso la discesa, e solo attraverso la discesa, il popolo Ebraico può innalzarsi ad un livello altrimenti irraggiungibile. I viaggi nel deserto, ognuna delle quarantadue tappe, costituiscono una discesa, che porta alla salita verso la terra d’Israele. La nostra discesa nell’esilio ci condurrà all’ascesa nella Redenzione. Pertanto, anche quando noi momentaneamente incespichiamo, quando qualcosa ostacola la nostra osservanza o dubbi contrastano la nostra devozione o la nostra indulgenza intralcia l’arrivo di Moshiach – noi non dobbiamo disperare. Nei nostri momenti più bui, noi dobbiamo accrescere la luce e la gioia, e cioè la Torà e le mizvòt. Il ritardo di Moshiach è un ‘accampamento’ che non deve scoraggiarci o deprimerci. Noi dobbiamo invece investire la nostra attesa, la nostra trepidante aspettativa di maggiore entusiasmo e vigore, consapevoli che siamo nello stadio finale del nostro viaggio verso la Redenzione.
(Basato su Likutèi Sichòt, vol. 23, pag. 224-228)

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