Un Rosh HaShanà del tutto speciale! Pubblicato il 6 September, 2018

In un kibbuz tipico Israeliano, non religioso, nessuno penserebbe di organizzare un miniàn per pregare, nemmeno a Capodanno. Quella volta, però, sembrava dover andare diversamente, solo che a completare il numero del miniàn, mancava il decimo...  

Rosh HaShanà. Due tmìmim (studenti delle Yeshivòt Lubàvich) erano arrivati, dal centro del paese, in quel kibbuz del sud, per condurre la preghiera e garantire un miniàn per la festa. Uno alla volta, gli abitanti del kibbuz facevano il loro ingresso nella sala, che era stata adibita a sinagoga. Chi indossava una kippà bianca ed abiti più o meno festivi, chi si presentava in sandali ed abiti da lavoro, chi tirava fuori una kippà dalla tasca, con chiari segni di imbarazzo. “Se D-O vuole, – dissero fra sè i due tmìmim - oggi qui ci sarà miniàn, e, per la prima volta dalla fondazione del kibbuz, si sentirà il suono dello Shofàr.” Un rapido sguardo all’orologio, per vedere che era arrivata l’ora di iniziare. Si guardarono attorno e…oh oh. Erano solo in nove! Non si poteva fare altro che aspettare, nella speranza che il “decimo” comparisse. Passò un’ora, e i nove rimanevano nove. Uno dei tmìmim si offrì per andare a cercare il decimo. La sua offerta cadde nel silenzio. Il caldo del deserto si faceva sentire con tutta la sua forza ed in giro non si vedeva un’anima. La ricerca non dette risultato. Ad  un tratto, uno dei tmìmim si ricordò di aver visto, tempo prima, qualcuno entrare in uno degli uffici del kibbuz. “Vado a chiamarlo” dichiarò, ma gli astanti, dopo averlo guardato con aria sconsolata, gli dissero: “È ovvio che non vivi qui, perchè se tu lo conoscessi, non ti verrebbe certo in mente di andarlo a chiamare. Si tratta del segretario del kibbuz e di uno dei fondatori, un tipo molto lontano da qualsiasi cosa abbia a che fare con l’Ebraismo. Lascia stare, perderesti il tuo tempo.” “Provate a pensare a qualcuno che accetti di venire” pregò allora il tàmim, che già si vedeva a pregare senza miniàn a Rosh HaShanà! La risposta, però, non lasciò speranza: “Non c’è niente da fare.”

     I due tmìmim non potevano darsi per vinti. La parte essenziale della preghiera di Rosh haShanà non poteva essere fatta e tantomeno lo Shofàr poteva essere suonato, se non in presenza di un miniàn. “Vado a dire a quell’uomo di venire a pregare!” Chi lo sentì si limitò ad un alzata di spalle. Il tàmim si avviò verso l’edificio in cui erano situati gli uffici. Prima di entrare pregò: “HaShem, aiutami, Ti prego. Non posso pregare a Rosh haShanà senza miniàn.” Come ogni tàmim del Rebbe, l’esperienza di avvicinare altri Ebrei non gli mancava, ma proprio per questo sapeva a cosa e a chi andava incontro. Il tremore della mano tradiva la sua emozione, quando bussò alla porta. “Avanti”, disse una voce da dentro. Il segretario del kibbuz, seduto alla sua scrivania ricoperta di incartamenti, lo guardò sorpreso. “Chàg samèach e buon anno!”, disse il giovane al segretario, con tono cordiale. Il segretario continuò a fissarlo freddamente. “Io ed un altro ragazzo siamo venuti dal centro del paese, per richiesta di un certo numero di abitanti di questo kibbuz, per celebrare Rosh haShanà e organizzare un miniàn per la preghiera ed il suono dello Shofàr. Abbiamo bisogno di dieci persone per fare miniàn. Stiamo per cominciare, ma siamo solo in nove.” Una breve interruzione per sondare le reazioni del segretario. “Ci manca solo uno per completare il miniàn. Venite, per favore, e siate il nostro decimo uomo. ‘Acquisterai il tuo mondo’ in questo grande e solenne Giorno del Giudizio.”

     Un’aria di disdegno traspariva dagli occhi del segretario. “No!” fu la risposta. Il giovane prese un bel respiro. “Emozioni e fede non sono ciò, che potranno smuoverlo. Cercherò di spiegargli la cosa in modo logico e razionale, così forse capirà ed accetterà”, pensò fra sè e sè. Lo guardò negli occhi ed incominciò: “Siamo franchi. In questo kibbuz, voi siete il responsabile, che ha il compito di rispondere ai bisogni dei residenti. Io non vivo qui, ma mi sono disturbato a venire fin qui dal centro del paese, per passare due giorni ad aiutare i residenti di questo posto. Perchè voi, nel vostro ruolo di segretario, non dovreste venire alla preghiera per solo due ore? Devo occuparmi io dei bisogni della vostra gente, mentre voi ne siete esentato?” Un minaccioso silenzio riempì l’ufficio. La mia domanda aveva fatto centro. Gesti nervosi accompagnavano l’evidente battaglia interiore del segretario. Alla fine si sentì un: “Okay! Vi raggiungo fra poco. Passo da casa a mettermi le scarpe. Non è rispettoso per me venire in ‘sinagoga’ scalzo.”

     Sollevato, emozionato e felice il giovane tornò alla ‘sinagoga’. Lì, fu accolto da un unanime: “Hai visto? Te l’avevamo detto che non sarebbe venuto. Hai perso il tuo tempo.” Il tàmim se ne stette in silenzio, con un misterioso sorrisino sulle labbra. Poco dopo, il segretario fece il suo ingresso, esitante ed imbarazzato, senza sapere bene cosa fare. Gli altri incominciarono. Non c’è molto ancora da raccontare, se non che il segretario fu lì per tutto il tempo di Shacharìt, ebbe una alià alla Torà ed ascoltò il suono dello Shofàr per 100 volte (più 30 alla fine di Mussàf). A Mussàf egli era emozionato come un bambino, e di tanto in tanto si asciugava le lacrime con l’angolo di uno sbrindellato tallìt.

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