“Un sacrilegio nei confronti dell’Eterno” Pubblicato il 13 March, 2018

Quando la condotta dell'uomo verso il suo prossimo è mancante, si è portati a pensare che ciò riguardi solo, per l'appunto, l'uomo ed il suo prossimo. La Torà ci viene ad insegnare invece, che è proprio contro D-O che noi agiamo, in quel caso!  


Vaikrà (b)

    “Qualora una persona pecchi e commetta un sacrilegio nei confronti dell’Eterno, mentendo al suo prossimo a proposito di un deposito…” la Torà prescrive la sentenza contro l’uomo che ha ricevuto un deposito dal proprio compagno e, quando arriva il momento di restituire il pegno, nega la cosa dicendo di non aver mai ricevuto quell’oggetto in pegno, che quell’oggetto non si trova presso di lui o che esso gli appartiene! Questo è un peccato che viene definito dalla Torà come “sacrilegio nei confronti dell’Eterno”.
La maggior parte dei prestiti vengono effettuati alla presenza di testimoni e tramite la firma di un accordo. Quando un uomo presta del denaro ad un altro, essi scrivono un documento che viene firmato da chi prende il prestito, ed in cui questi conferma di aver ricevuto in prestito quella determinata somma e si impegna a restituirla a chi gliel’ha prestata.
Quando invece una persona affida al suo compagno un deposito, oltre a loro due, nessuno ne è al corrente, dato che essi non contraggono alcun documento e non portano dei testimoni. L’unico a venire a conoscenza del deposito è il Santo, benedetto Egli sia, Che sa tutto e vede tutto. Quando un uomo dà qualcosa in deposito, è come se prendesse D-O a testimonio.
Rashi dice: “quando qualcuno affida all’amico qualcosa in deposito (perchè ciò gli venga custodito), egli non vuole che anima viva ne venga a conoscenza, tranne il Terzo Che è fra di loro.” E chi è il terzo fra di loro? Il Santo, benedetto Egli sia. Egli è a conoscenza del deposito che è stato affidato.
Dall’uso del  termine ‘terzo‘, noi apprendiamo non solo che D-O è testimone del fatto, ma che Egli Stesso è anche uno dei proprietari di quel deposito. Ciò significa che il deposito ha tre proprietari:
1) Il depositante: colui che dà in affidamento il deposito. L’oggetto gli appartiene, e lui lo dà in deposito.
2) Il depositario: colui che ha preso in consegna il deposito. Anchè egli è cosiderato uno dei proprietari dell’oggetto, dato che al momento è in suo possesso. Quando egli mente, negando di avere quell’oggetto, egli diviene di fatto proprietario dell’oggetto.
3) Il vero proprietario del deposito è D-O. Tutto ciò che è stato creato al mondo, appartiene a D-O. A D-O appartiene la terra e tutto ciò che vi è in essa!
Se un uomo possiede un determinato oggetto, ciò è perchè D-O glielo ha dato. Tutto appartiene a D-O ed è Lui che dà all’uomo. Sostenendo che l’oggetto è suo, il depositario si ribella a D-O, negando il fatto che tutto il mondo Gli appartenga. Dato che è D-O ad aver dato l’oggetto al depositante, se qualcun’altro sostiene di esserne il padrone, questi agisce contro D-O. Per questo la Torà chiama questo peccato “un sacrilegio nei confronti dell’Eterno”!

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    Molti errano, pensando che un “sacrilegio” nei confronti di D-O viene commesso solo contravvenendo ai precetti che l’uomo ha nei confronti del suo Creatore. Tutti comprendono che contravvenire ai Suoi precetti, costituisce un sacrilegio. C’è chi però pensa che i precetti riguardanti l’uomo nei confronti del suo prossimo, ci siano stati dati come difesa  per l’uomo, per il suo prossimo.  Come se, commettendo un peccato nei confronti del  prossimo, si colpisse l’altro e non D-O. Per questo la Torà definisce proprio questo peccato del mentire su di un deposito, fatto che sembra riguardare solo il rapporto dell’uomo con il suo prossimo, “sacrilegio nei confronti dell’Eterno”.

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 La nostra parashà termina con il verso: “Chiederà espiazione… e gli sarà perdonato”.  Nulla può opporsi alla teshuvà (pentimento). Anche nel caso in cui un Ebreo sia caduto in una condizione di “sacrilegio” nei confronti di D-O, non appena egli si pente, D-O espia il suo peccato e lo perdona.
E, come gli Ebrei fanno teshuvà, immediatamente essi vengono redenti.

(Riassunto da Likutèi Sichòt, vol. 7, pag. 1-8)

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