Collegamento e non distacco Pubblicato il 6 October, 2019

Spiritualità e materialità, i due estremi più opposti, trovano la loro unione nel servizio dell'Ebreo, che con le sue azioni quotidiane introduce la santità nel mondo materiale. A Yom Kippùr la necessità e la possibilità di questo collegamento trova la sua espressione.    

Esce una voce celeste, all’uscita di Yom Kippùr, e dice: ‘Và e mangia con gioia’.
Il carattere essenziale del giorno di Yom Kippùr è contraddistinto da due aspetti, che sono l’uno l’opposto dell’altro e che non hanno, apparentemente, alcuna possibilità di coesistere. Da un lato, esso viene chiamato ‘giorno santo’ e, nella Torà, ‘Shabàt Shabatòn’, un Sabato, giorno di completa astensione dal lavoro; ciò significa che esso è il Sabato di tutti i Sabati, il giorno più santo di tutti i giorni dell’anno, compresi i Sabati e le feste. Anche per quel che riguarda il servizio spirituale, Yom Kippùr rappresenta il culmine dell’elevazione dell’anima. In questo giorno si risveglia in ogni Ebreo l’essenza dell’anima, e questo è “il momento di teshuvà per tutti” (‘Hilchòt Hateshuvà’ del Rambam, cap. 2, halachà 6). Tutti pregano con emozione e attaccamento a D-O, con il coinvolgimento completo di tutte le facoltà dell’anima. Yom Kippùr è, quindi, il culmine dell’elevazione spirituale e della santità.

Due estremi
D’altro lato, a Yom Kippùr vengono messi in risalto degli aspetti materiali, primo fra i quali: il digiuno. L’halachà dice che, se lo sforzo richiesto dalla preghiera dovesse arrivare al punto di mettere in forse la possibilità dell’uomo di continuare il digiuno, il dovere di digiunare respinge lo sforzo che si deve porre nella preghiera. La cosa esige un chiarimento: come è possibile, infatti, che qualcosa di materiale, come il non mangiare ed il non bere, condizionino la grandissima elevazione spirituale, cui porta la preghiera? Ed ancora, alla conclusione del giorno santo, quando l’Ebreo ha ormai raggiunto la vetta della sua elevazione spirituale e della santità, gli viene detto che egli deve “abbondare nel suo pasto” (Shulchàn Arùch dell’Admòr HaZakèn), preparare, cioè, un pasto più abbondante possibile, ed una voce celeste esce e dice: “Và e mangia con gioia”. Come può coesistere un ritorno così immediato alla vita materiale, con la grande elevazione spirituale di Yom Kippùr?

Santità dentro la vita
Ma è proprio in questo modo, che trova espressione il vero significato della santità per l’Ebreo. La vera santità non vuol dire distacco dal mondo materiale e dalla vita terrena. Santificarsi ed essere santi significa comportarsi nella vita quotidiana secondo la santa Torà ed i santi precetti del Santo, benedetto Egli sia, ed introdurre la santità Divina nella vita pratica. Quando l’Ebreo si comporta secondo la Torà ed i suoi precetti, egli santifica ed eleva tutte le cose materiali con le quali viene in contatto. Egli santifica il proprio corpo fisico e persino i suoi bisogni più fondamentali, come il mangiare e il bere, e con essi si santificano e si elevano anche le altre parti del mondo, quelle che forniscono all’Ebreo ciò di cui egli necessita.

Santità per tutto l’anno
A Yom Kippùr trova espressione la necessità di collegare la realtà materiale con la santità Divina. E ciò, innanzitutto, per mezzo del digiuno, poiché il mangiare ed il bere sono necessità vitali di tutte le creature, e, con l’astenersi da essi, noi sottomettiamo la materialità alla spiritualità ed il corpo all’anima, permettendo, così, alla materialità di elevarsi e di venire compresa nella spiritualità. Per questo, all’uscita di Yom Kippùr ci viene richiesto di portare subito la santità del giorno santo, giù, nella vita materiale, cosicchè per tutto l’anno noi possiamo elevare la materialità al livello della spiritualità, secondo il detto dell’Admòr HaZakèn: “Il Santo, benedetto Egli sia, dà la materialità all’Ebreo, e l’Ebreo fa della materialità – spiritualità”.
(da Likutèi Sichòt, vol. 29, pag. 521)

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