Elùl e la teshuvà Pubblicato il 29 August, 2019

La teshuvà riflette un grande e struggente desiderio di aderire a D-O, desiderio che aggiunge energia e vigore ad ogni aspetto del nostro adempimento della Torà e delle mizvòt.

Il mese di Elùl è il mese di preparazione all’imminente anno nuovo, in cui è possibile correggere ed elevare il servizio dell’Ebreo nelle tre direzioni della Torà, preghiera e buone azioni. Questo mese è anche connesso al servizio della teshuvà, che comporta “pentimento per il passato e la presa di buone risoluzioni per il futuro”. Il servizio della teshuvà, però, non è solo inteso a compensare le mancanze negli altri servizi, ma può essere piuttosto considerato un servizio indipendente, a sè stante. I nostri Saggi usano l’espressione: “teshuvà e buone azioni”. Se la teshuvà fosse solo intesa a permettere di correggere le nostre mancanze negli altri servizi, sarebbe stato più appropriato dire: “buone azioni e teshuvà”,  ciò implicando che il servizio dell’Ebreo consiste nel fare buone azioni e se, per qualche motivo, egli non le compie propriamente, si dovrà pentire. Citare prima la teshuvà, significa invece indicare che il servizio della teshuvà è di primaria importanza. Esso eleva  la natura  delle proprie azioni, rendendole “buone”, innalzandole, cioè, ad un livello di bene superiore a quello che semplicemente apparterrebbe loro. La teshuvà riflette un grande e struggente desiderio di aderire a  D-O, desiderio che aggiunge energia e vigore ad ogni aspetto del nostro adempimento della Torà e delle mizvòt. Nonostante in generale la teshuvà sia associata al pentimento del peccato, pentimento che deriva dal renderci conto della discesa e della distanza da D-O che esso crea, esiste un ulterore aspetto della teshuvà che riguarda ogni Ebreo, anche quello che non si è mai avvicinato al peccato. Il servizio della teshuvà è riflesso nel verso: “E lo spirito tornerà a D-O, che lo ha dato.” Dal momento che l’anima è discesa dalla sua sorgente spirituale nel mondo materiale, essa si sente distante e separata da D-O. Questo sentimento risveglia nell’anima il desiderio e l’anelito di aderire a D-O, Che a sua volta eleva le mizvòt che vengono compiute, rendendole “buone azioni”. Lo scopo del servizio dell’Ebreo è di sforzarsi, usando il proprio potenziale, per adempiere alla Torà e alle mizvòt. Affinchè egli non consideri i propri conseguimenti come “pane della vergogna”, la sua connessione con D-O non gli viene data in regalo, ma è piuttosto il prodotto dei suoi sforzi personali. Ne consegue che l’Ebreo raggiunge il massimo livello di adempimento delle mizvòt, quando egli si applica con il proprio cuore e con la propria mente al loro compimento. Egli non le compie come semplici azioni pratiche, in modo superficiale, ma vi investe la sua mente e l’energia della teshuvà, rendendole così “buone azioni”. In questo modo non solo le mizvòt si elevano ad una nuova dimensione, ma anche l’anima stessa dell’Ebreo, che si connette con la sua fonte essenziale, al livello in cui “Israele ed il Santo Uno, sia Egli benedetto, sono una cosa sola”. E tutto ciò in uno spirito di Redenzione, che porterà alla sua completa rivelazione.

(Shabàt parashà Ree, 25 Menachem Av 5749)

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