Il “Pastore di Fede” Pubblicato il 10 February, 2019

Quale fu la funzione di Moshè Rabèinu e quale fu il suo legame con il popolo Ebraico, e qual'è il compito della estensione di Moshè Rabèinu che esiste in ogni generazione, fino ad arrivare alla nostra ed al Moshè Rabèinu della nostra generazione? Il Rebbe ci accompagna nella conoscenza di questo legame fondamentale ed insostituibile, solamente attraverso il quale ci è possibile unirci a D-O.


Moshè unisce il Popolo Ebraico a D-O
Dal verso che apre la parashà di Tezavvè – “E tu ordinerai ai figli d’Israele ed essi ti porteranno olio d’oliva puro, torchiato per il datore di luce (Maòr), per mantenere un lume costantemente acceso” – il Rebbe ci porta a comprendere il significato e la funzione particolare del rapporto fra Moshè ed il Popolo d’Israele. La parola Ebraica per ‘comando, ordine’ è collegata alla parola zafta, che significa “collegamento” o “legame”. “E tu (Moshè) ordinerai ai figli d’Israele” comporta, quindi,  che Moshè colleghi e metta in relazione il Popolo Ebraico con Or EnSof, la Luce Infinita di D-O. Gli sforzi di Moshè volti ad influenzare il Popolo Ebraico unendoli con la Luce Infinita, aumentano e rafforzano il potere spirituale di Moshè. Questo, poiché il rapporto tra Moshè ed il Popolo Ebraico può essere descritto attraverso l’analogia della testa e dei piedi del corpo umano, in cui il Popolo Ebraico rappresenta i piedi di Moshè, e Moshè la loro testa. In termini umani, troviamo che i piedi conducono la testa verso luoghi, che da sola essa non potrebbe mai raggiungere. Analogamente, per quanto riguarda il rapporto tra Moshè ed il Popolo Ebraico, attraverso il Popolo Ebraico, che sono ‘i piedi di Moshè’, quest’ultimo viene elevato ad un livello superiore.

Un Pastore fedele
Nello Zohar, Moshè viene chiamato “Pastore fedele”, che può anche essere letto come “Pastore di fede”, colui, cioè, che mantiene e nutre la fede del Popolo Ebraico. Il Popolo Ebraico ha ereditato una fede naturale; essi sono chiamati, infatti, “credenti e discendenti di credenti”. Questa fede naturale non viene, però, assorbita altrettanto ‘naturalmente’ dalla coscienza della persona, attraverso i processi del pensiero. La funzione di Moshè è quindi quella di alimentare la fede del Popolo Ebraico, permettendo loro di assorbire questo potenziale. La designazione di Moshè come “pastore di fede”, non si applica esclusivamente a quel Moshè Rabèinu, che ha condotto gli Ebrei fuori dall’Egitto, ma anche all’“estensione di Moshè in tutte le generazioni” (Zohar), cioè a tutti i capi del Popolo Ebraico che, nel corso di ogni generazione, hanno rinforzato la fede degli Ebrei, permettendo loro di assorbire la propria fede.

Tre tipi di fede
La fede naturale dell’Ebreo deriva dal mazàl della sua anima, la parte principale e più elevata dell’anima, una parte così elevata da trascendere il corpo e da non potervi essere contenuta. Proprio perché non è limitata dai confini del corpo, essa può percepire la vera realtà del Creatore. Essendo il mazàl collegato come una corda all’anima che è contenuta nel corpo, esso le permette di ricevere una minima parte di ciò che percepisce. La differenza fra le due percezioni, quella diretta del mazàl e quella indiretta dell’anima contenuta nel corpo è paragonabile alla differenza di chi vede un fatto e chi ne sente solo parlare da qualcun altro. La percezione di quest’ultimo rimane superficiale, non può penetrare in profondità.

L’essenza dell’anima
Un secondo livello di fede è quello che ha la sua radice nell’essenza dell’anima. L’essenza dell’anima è connessa a D-O attraverso un legame essenziale, una connessione che non dipende da alcun fattore esterno. Poiché questo è vero per l’essenza dell’anima, anche l’anima, che esiste dentro il corpo, è connessa con l’Essenza Divina tramite legami di fede. Perché la fede possa essere interiorizzata nell’anima, mentre questa è racchiusa nel corpo, deve rivelarsi la sua connessione essenziale con D-O. Lo sforzo di Moshè per nutrire e sostenere la fede del suo popolo, mettendolo in grado di interiorizzarla, è possibile perché egli rivela l’essenza dell’anima, un livello che è al di sopra del mazàl, un livello che corrisponde alla sorgente stessa della luce (Maòr), che è superiore alla luce emanata. La rivelazione fondamentale dell’essenza dell’anima avviene attraverso il mesirùt nefesh, l’auto-sacrificio. La disponibilità di un Ebreo a sacrificare la propria vita per la fede, deriva primariamente dalla Fede radicata nell’essenza dell’anima. Infatti, per quale motivo un Ebreo rischierebbe la propria vita per la fede? Perché la fede in D-O è la vera essenza del suo essere. Pertanto è impossibile che egli voglia negarLo. La capacità di Moshè di rivelare l’essenza dell’anima viene espressa principalmente nei tempi dell’esilio, dal “Moshè” di ogni generazione, che risveglia in Israele la sua capacità di mesirùt nefesh, come accadde al tempo di Purim, in cui Mordechai, il “Moshè” della generazione, ispirò il senso di sacrificio, che permise agli Ebrei di non rinnegare la loro fede per sfuggire al decreto di sterminio, raggiungendo un’elevazione spirituale, che superò quella raggiunta al momento del ricevimento della Torà. Questi alti livelli vennero emanati dall’essenza dell’anima, che potè rivelarsi proprio grazie alla disponibilità al sacrificio, al loro essere “torchiati per il datore di luce”.

Pronti a sacrficarsi per la Redenzione
Vi è un terzo livello di fede, che supera i precedenti. L’essenza dell’anima si riferisce ad una qualità puramente trascendente, che deriva dall’essenza di D-O ed è unita ad essa: essa è quindi illimitata e indefinita, come lo è la Sua essenza. Il mesirùt nefesh è un canale appropriato per l’espressione di questa dimensione, poiché esso, superando i limiti del comportamento naturale e della logica, rappresenta una rivelazione della natura infinita dell’anima. Quando, però, questo processo è causato da un decreto, da un’influenza esterna, al momento in cui cade il decreto, scompare anche la rivelazione. Il mesirùt nefesh che si esprime nel momento dell’oppressione, non proviene dall’interiorità dell’individuo, e non lo porta ad una elevazione effettiva e definitivamente acquisita. Quando ci si sente, invece, “torchiati” per il semplice fatto di essere in esilio, senza che all’esterno vi sia una condizione di pericolo o di ristrettezza, allora viene ad esprimersi ed a rivelarsi un sentimento, che nasce nell’interno e che non è limitato nel tempo.

Elevando Moshè, l’Ebreo rivela l’essenza della propria anima
Tornando al collegamento di Moshè con il popolo d’Israele, si può ora comprendere l’ordine dei concetti riportati nel verso, dove il concetto di “torchiato per il datore di luce” segue il concetto “e ti porteranno”. Il concetto “torchiato per il datore di luce” include il fatto che il Popolo Ebraico sia costernato ed afflitto per il semplice motivo di trovarsi in esilio, che rappresenta il livello in cui Israele adatta il suo modo di vivere (pensiero, sentimento) alla volontà dell’essenza dell’anima. La conseguenza scaturita da questo lavoro è la rivelazione della luce dell’anima, come si trova nella sua radice primaria. Per questo, solo dopo che il popolo permetterà l’elevazione di Moshè, “e ti porteranno”, Israele potrà rivelare la sua radice, che risiede nell’essenza Divina, tramite la sofferenza scaturita nell’esilio. Moshè lega il Popolo Ebraico alla Luce Infinita, dando loro la forza di compiere il lavoro. Questo concetto può essere applicato in relazione al Moshè della nostra generazione, il cui lavoro consiste nell’aiutare il risveglio del livello più alto di fede, che scaturisce dall’essenza dell’anima che ogni singolo Ebreo possiede, in modo che, successivamente, essi siano capaci di portare avanti da soli il loro servizio Divino, fino a brillare come “una luce costante”, senza nessun cambiamento o mutamento, anche dal punto di vista delle forze rivelate. Attraverso questi sforzi noi meriteremo la vera ed ultima Redenzione, possa ciò avverarsi nel futuro più prossimo MAMASH.

(Elaborato dal maamàr “Veatà Tezavvè”, 10 Adar 1, 5741)

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