La Torà e la sapienza Pubblicato il 6 June, 2019

Con l'approssimarsi della festa di Shavuòt, prepariamoci a ricevere la Torà, innanzitutto iniziando a comprenderne la vera essenza. La Torà, guida e maestro di ogni Ebreo, si trova dentro di lui, nel punto più profondo e vero del suo essere, nella sua essenza. Nostro compito è liberare quel punto interiore da tutti gli ostacoli, che lo ostruiscono, rivelando la vera natura interiore dell'Ebreo.  


    33855[1] “Se qualcuno viene a dirti, che vi è sapienza tra le nazioni, puoi credervi…ma se ti dice che c’è Torà fra le nazioni, non credervi.” Questa affermazione dei nostri Saggi, indica la differenza, che esiste fra sapienza e Torà. Comprendere qualcosa in modo razionale presuppone una partenza da premesse assiomatiche e l’uso delle regole di base del metodo scientifico. In terminologia filosofica, questi sono chiamati: i principi della logica. Sono le regole della logica e le premesse assiomatiche, che portano forzatamente alle conclusioni dell’intelletto. Queste regole e premesse portano effettivamente a delle conclusioni, ma esse stesse non sono basate su nessun principio, che le preceda e che porti alla loro scelta. Esse dipendono dalla ‘disposizione’ personale dell’individuo: se si è d’accordo con esse, se si è pronti ad accettarle, allora si accetteranno anche le conclusioni razionali, che ne derivano. Se non si è pronti ad accettarle, si ha la possibilità di rifiutarle, e di rifiutare, quindi, anche ogni conclusione che ne consegua.

       Ciò dimostra, che l’intelletto stesso è dipendente da qualcosa che lo trascende. L’intelletto stesso sente, che la fonte della sua origine, non è l’intelletto. Infatti, il punto iniziale di base, che sta a fondamento di tutto l’intelletto (la premessa assiomatica), non deriva per forza da un punto di vista puramente razionale. Assiomi vengono adottati, quando sono congeniali all’uomo. L’adottarli, quindi, costituisce un atto di fede ed una supposizione psicologica. Qui sta la differenza fra sapienza e Torà. L’accettazione del sapere dipende dalla disposizione dell’individuo. Se i principi razionali gli sono confacenti, egli li userà per trarre varie conclusioni, anche se quegli stessi principi, di per sé, non dovessero essere vincolanti.

     Non è così con la Torà. Il termine Torà, infatti, significa, come interpreta lo Zohar, horaà (istruzione): la Torà insegna all’uomo ciò che è obbligatorio, ciò che è permesso, e ciò che è proibito, e cioè, le tre categorie di issùr (proibito), reshùt (permesso, facoltativo), e mizvà (ordinato e santificato da D-O); e ciò che la Torà ci chiede, è di trasformare il regno di reshùt, in uno di mizvà. La Torà non mette queste istruzioni al vaglio dell’approvazione dell’uomo. La Torà insegna e richiede, che l’uomo le esegua, senza riguardo alle proprie opinioni ed ai propri desideri. È questo, quindi, il significato di “sapienza tra le nazioni, puoi credervi…Torà tra le nazioni, non credervi.” Il concetto di sapienza, cioè di qualcosa che è soggetto alla buona disposizione dell’uomo ed alla sua approvazione, esiste anche tra le nazioni. Infatti, solo se e quando, esse approvano le premesse ed i principi del ragionamento, sono poi anche pronte ad accettarne le conclusioni. Il concetto di Torà, invece, come qualcosa che deve essere accettato, anche senza previa approvazione, e cioè senza riguardo al fatto che sia o no di proprio gradimento, non esiste tra le nazioni.

       L’accettazione della Torà, come fatto che non dipende dall’interesse personale o dall’approvazione dell’individuo, si trova solo presso gli Ebrei. Questo, perché ogni Ebreo ha un’anima che è legata all’Onnipotente, come diciamo nella nostra preghiera del mattino: “L’anima che Tu hai dato, dentro di me”; e tutti gli Ebrei furono presenti al Monte Sinài, per il Matàn Torà, comprese le anime che dovevano ancora venire, e quelle che c’erano già state, prima di allora. Per questo ciascun Ebreo ha sentito D-O dire, ad ognuno individualmente, “Anochì – Io sono D-O, il tuo D-O…;” e cioè “Anochì – Io,” l’Uno cui non è possibile alludere per mezzo di alcuna lettera o termine, “sono la tua energia e la tua forza vitale.”

     La parola del Santo Benedetto Egli sia è equivalente all’azione, ed è ciò che fa di quanto detto precedentemente una realtà: Anochì – che è un acrostico di “Io (me) stesso ho scritto (e) dato,” ed ha il significato di: Egli “ha scritto Se Stesso nella Torà” – è di fatto l’energia e la  forza vitale dell’Ebreo. Questo comporta che la fede in   D-O sia impiantata nel modo più profondo e assoluto nell’anima di ogni Ebreo.

    Di fatto, si tratta di molto di più che fede: un Ebreo  non ha neppure bisogno di fede, poiché la realtà di D-O è il suo stesso essere, la sua stessa energia e forza vitale. Invero, questa consapevolezza della Divinità, che è radicata dentro di noi, può venire nascosta da ogni tipo di ostruzione, e, pur tuttavia, l’insegnamento della Torà resta presente nel profondo dell’anima di ogni Ebreo. Egli ha in sé tutta la Torà, e non perché l’ha approvata o per un’altra ragione qualsiasi, che di per sé sarebbe comunque limitata, ma perché ‘Torà’ significa istruzione, ed essa è la sua guida ed il suo maestro, anche in ciò che egli non comprende. La Torà entra nell’intimo di ogni cosa che lo riguarda, anche se ciò va oltre la sua ragione, poiché il suo essere stesso è “Anochì HaShem, Io sono D-O…”

       Da quanto detto, noi possiamo imparare che, quando ci dedichiamo ad avvicinare all’Ebraismo, chi ancora ne è lontano, non dobbiamo né preoccuparci, né scoraggiarci. Dobbiamo sapere che nell’anima dell’Ebreo, che abbiamo di fronte, anche di quello apparentemente più lontano, vi è un punto interiore, che ha la piena consapevolezza di tutto ciò, in cui un Ebreo deve credere. Questa consapevolezza è lì, dentro di lui, senza nessuna limitazione, poiché essa è il suo essere stesso. Il compito, quindi, è solo quello di rimuovere ciò che la ostruisce, ed allora, la vera natura interiore si manifesterà da sola. Quando la realtà interiore opera da dentro, e qualcuno anche la risveglia da fuori, allora, questi due fattori insieme riusciranno a penetrare ciò che si pone fra loro. È compito di ogni Ebreo uscire e rimuovere gli ostacoli, che ostruiscono quel punto interiore. L’Admòr HaZakèn soleva dire, che l’ordine di sequenza nella Torà costituisce essa stessa un insegnamento. Per questo il primo comandamento, che si trova nella Torà è “siate prolifici e moltiplicatevi,” che significa che il primo comandamento è che un Ebreo deve fare un altro Ebreo.

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