Rivelare D-O nella nostra vita Pubblicato il 30 April, 2019

La vita non è tutta ‘bianco’ e ‘nero’, né lo è il concetto ebraico di servizio Divino. Per l’Ebraismo, santità non è sinonimo di ascetismo, astinenza. Anzi, il concetto di santità richiede che una persona interagisca con l’ambiente che la circonda e lo permei di santità.

scacchieraSolo ‘bianco e nero’?
Generalmente, quando la gente pensa alle regole dettate dalla religione, immagina quasi automaticamente una lista di “Fai!” e “Non fare!”. Definire le azioni secondo categorie di ‘bianco’ e ‘nero’ rende effettivamente più facile il servizio Divino. Quando una persona sa cosa deve fare e cosa non deve fare, il suo compito è chiaro. È vero, egli dovrà affrontare ostacoli, ma la conoscenza di cosa è ‘giusto’ e cosa è ‘sbagliato’ renderà più facile il loro superamento, e la determinazione a fare ciò che è ‘giusto’ ha la forza di risvegliare un grande potenziale interiore. Inoltre, anche quando una persona sbaglia, le è di aiuto sapere cosa è ‘giusto’. In questo modo, infatti, vi è sempre la possibilità di correggere la propria condotta, attraverso un sincero pentimento. Quando una persona ha un codice assoluto, che definisce ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, sarà consapevole di ogni propria trasgressione. Ciò la spingerà a dispiacersi sinceramente della propria condotta e a cercare di correggerla.

Servire D-O è qualcosa di più
Ma la vita non è tutta ‘bianco’ e ‘nero’, né lo è il concetto ebraico di servizio Divino. Riguardo al mangiare, per esempio, la scelta di attenersi al solo uso di cibo kashèr non è che il primo passo, ma non basta di per sé. La persona che mangia kashèr, infatti, deve anche mangiare con l’intento di usare l’energia vitale Divina contenuta nel cibo, per servire D-O. Lo stesso riguarda anche tutti gli altri campi della vita, poiché altrimenti una persona, pur prendendosi cura di fare solo cose permesse e di non violare alcuna proibizione, può comunque rivelarsi egoista e troppo indulgente verso se stessa. Per evitare ciò, la Torà ci comanda: “Siate santi”, comportatevi cioè con attenta riflessione, facendo in modo che “tutte le vostre azioni siano per l’amore del Cielo.” È detto anche che noi dobbiamo sforzarci di “conoscere D-O in tutte le (nostre) vie.” Questo approccio è un fondamento del pensiero chassidico. Nel Tanya, l’Admòr HaZakèn identifica come kelipà “ogni atto… che non contravviene ad alcuna proibizione…, ma che non sia tuttavia ispirato dall’amore per il Cielo…, si tratti pure di una necessità del corpo, o magari della stessa conservazione sua e della sua vita”. Kelipà significa letteralmente ‘guscio’ o ‘buccia’, ed è usato nella Cabala come termine che si riferisce al male. Come infatti l’uomo può occuparsi del guscio o della buccia di un frutto, invece che del frutto stesso, così può interessarsi solo degli aspetti superficiali e materiali del mondo, ed ignorare del tutto il loro nucleo Divino. E, dato che così egli non sta servendo D-O, allo stesso momento Ne è anche separato.

Coinvolgimento e non ascetismo
Questo concetto mette in luce la concezione ebraica di santità. Il termine ebraico per ‘santo’ è kadòsh, ed esso implica il significato di ‘separazione’: l’approccio ebraico ad ogni aspetto particolare del mondo deve essere distinto da quello laico, come è scritto alla fine della nostra parashà: “Voi sarete consacrati a Me perché Io, l’Eterno, sono santo e vi ho tenuti distinti dagli altri popoli, perché siate a Me dedicati.” Una simile distinzione non è necessaria nei campi che riguardano la dimensione rituale della Torà e dei suoi precetti. Questi sono infatti chiaramente già distinti e non c’è bisogno di alcun ulteriore intervento da parte dell’uomo. La Torà si riferisce qui invece agli aspetti che sono comuni a tutti i mortali. Per questo la parashà riporta le leggi che riguardano l’agricoltura, le relazioni umane, gli affari e la moralità sessuale. Deve essere proprio in queste aree ‘mondane’, che la santità del popolo Ebraico deve esprimersi. Per l’Ebraismo, santità non è sinonimo di ascetismo, astinenza. Anzi, il concetto di santità richiede che una persona interagisca con l’ambiente che la circonda e lo permei di santità.

“Tu puoi essere come Me”
D’altro canto, kedushà, ‘santità’, si riferisce anche ad un livello che trascende l’esistenza materiale, alla luce Divina che, di sua natura, è separata e distinta dai nostri schemi umani di riferimento. Ma anche se questa santità non può essere percepita dai sensi di noi mortali, essa non è completamente al di là della nostra portata. Questo concetto lo si può ritrovare in un’interpretazione chassidica del seguente passaggio di un Midràsh: ‘È scritto: “Siate santi”. Questo vuol dire che voi potete essere come Me (D-O)? Il verso continua: “perché Io, l’Eterno, il vostro Signore, sono santo”; la Mia santità è superiore alla vostra santità.’ Il pensiero chassidico interpreta però le parole ebraiche iachòl kamòni, tradotte con “Questo vuol dire che voi potete essere come Me?”, come “Questo vuol dire che voi potete essere come Me”, e cioè che ogni essere umano può raggiungere il livello di santità equivalente a quello di D-O Stesso. Dal momento che ognuno di noi possiede un’anima, che è “una vera e propria parte di D-O” ed “Io, l’Eterno, il vostro Signore, sono santo,” ognuno di noi può raggiungere le più alte vette della santità. In realtà, l’umanità può persino accrescere il grado di santità, per così dire; come dicono i nostri Saggi: “Se voi vi santificherete, Io lo considererò come se aveste santificato Me”. Questi due concetti sono collegati fra loro. Per il fatto che una persona possiede una “parte vera e propria di D-O” dentro di sé, le è possibile apprezzare ed esprimere la santità ad ogni livello, anche nel campo dell’esistenza materiale. Inoltre, questo potenziale interiore spingerà ogni individuo a cercare continuamente gradi superiori di santità. Come D-O è illimitato, e trascende ogni livello, così anche ogni persona può ascendere a livelli sempre più puri ed elevati.

Il nostro compito oggi
L’insegnamento evidenziato dalla parashà Kedoshìm è quello della possibilità di vivere una vita connessa a D-O, pur nella realtà della nostra vita quotidiana. Per fare ciò, la persona deve concentrare la propria attenzione sulla forza vitale Divina, che mantiene in esistenza tutta la realtà, e che si manifesta nei suoi elementi fisici. Ciò le permetterà di infondere santità in ogni aspetto della propria vita. Questi concetti sono particolarmente rilevanti nell’era presente, a pochi istanti dall’arrivo di Moshiach. Nell’Era della Redenzione, il nucleo Divino contenuto in ognuno si rivelerà, come dicono i nostri Saggi: “Nel tempo futuro, tutti i giusti saranno proclamati santi, come D-O è proclamato santo.” Il raggiungimento di questo stato dipende dai nostri sforzi, oggi, di portare alla luce santità e purezza nella nostra vita presente. Questi sforzi, infatti, fungeranno da catalizzatori, anticipando l’alba della Redenzione.

(Da Likutèi Sichòt, vol. 1, pag. 254; vol. 12, pag. 91; discorso di Shabàt parashà Acharè-Kedoshìm, 5745)

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