“Segnali di fumo” Pubblicato il 6 October, 2019

La teshuvà di Yom Kippùr sgorga dalla parte più profonda del nostro cuore, un livello che va completamente al di là della logica e della comprensione. Essa deriva dal rivelarsi dell’essenza stessa della propria anima, rivelazione che è resa possibile dalla teshuvà, che nasce dall’amore per D-O.  

La particolarità dell’incenso offerto a Yom Kippùr
A Yom Kippùr, il Cohen HaGadòl, il Sommo Sacerdote, offriva il ketòret, l’offerta dell’incenso, nel Santo dei Santi. Era questo uno dei primi servizi, in questo giorno così santo. Fra gli ingredienti che componevano l’incenso, vi era un’erba chiamata maalè ashàn, ‘eleva-fumo’, il cui scopo era quello, come dice il nome stesso, di assicurare che il fumo dell’incenso salisse. Il Rambam spiega che l’incenso usato a Yom Kippùr si differenziava da quello del resto dell’anno, per quel che riguarda l’importanza assunta dall’aggiunta di questo ingrediente: l’omissione dell’aggiunta di quest’erba comportava in questo caso la pena di morte, cosa che non accadeva nel caso del verificarsi di una dimenticanza analoga, in un altro momento dell’anno. Perchè una tale differenza? Il Rambam spiega che l’incenso serviva a migliorare il profumo nel Tempio. Evidentemente, il Rambam non intendeva dire con questo, che l’unico scopo di questo servizio così sacro fosse quello di rimuovere gli odori sgradevoli. La funzione dell’incenso, secondo lo Zohar, era piuttosto quella di rimuovere la ‘sporcizia’ ed il ‘sudiciume’ dell’‘istinto del male’.

La composizone dell’incenso
L’incenso era composto da ingredienti non commestibili. In senso spirituale, ingredienti non atti all’alimentazione (a differenza di altre offerte del Tempio, che dovevano provenire dai “migliori fra gli ingredienti commestibili”), alludono ad entità di natura spirituale inferiore, così basse da non poter neppure essere raffinate ed elevate, grazie alla loro assunzione da parte dell’uomo. Inoltre, uno degli ingredienti dell’incenso era l’olibano, che di per sè emetteva un pessimo odore, denotando un livello ancora più basso: esso infatti non solo non era commestibile, ma aveva anche un pessimo odore. Questi ingredienti venivano poi combinati insieme, in modo da formare l’incenso ed essere portati come “offerta gradita a D-O”. In questo modo, veniva portato un beneficio spirituale e positivo anche a quelle cose che si trovavano di fatto al livello più basso: anch’esse venivano trasformate ed elevate alla santità. Tutto ciò fa sorgere però una domanda: se, come abbiamo detto, lo scopo dell’incenso era quello di disperdere l’impurità prodotta da ciò che si oppone alla santità, dall’‘istinto del male’, che bisogno vi è e quale beneficio può derivare dall’offerta dell’incenso a Yom Kippùr, un giorno nel quale il Satàn non ha alcun potere, un giorno in cui il male non osa mostrare la sua faccia?

La teshuvà di Yom Kippùr
Bisogna per forza dire che l’offerta dell’incenso a Yom Kippùr doveva essere completamente diversa da quella portata durante il resto dell’anno. Per comprendere questa differenza, vediamo un’altro aspetto che, come l’incenso, differisce anch’esso a Yom Kippùr dal resto dell’anno: la teshuvà (il pentimento, il ritorno). Durante l’anno, la teshuvà deriva dal timore di D-O, mentre a Yom Kippùr la teshuvà nasce dall’amore per D-O. La prima trasforma le trasgressioni del peccatore, portandole dal livello di ‘volontarie’ a quello di ‘involontarie’, mentre l’ultima trasforma le iniquità stesse in meriti. La teshuvà di Yom Kippùr, inoltre, sgorga dalla parte più profonda del nostro cuore, un livello che va completamente al di là della logica e della comprensione. Essa deriva dal rivelarsi dell’essenza stessa della propria anima, rivelazione che è resa possibile dalla teshuvà, che nasce dall’amore per D-O: “Ed amerai il Signore tuo D-O con tutte le proprie forze”. Ciò spiega anche i differenti effetti che la teshuvà ha sui peccati della persona, a seconda della sua capacità di annullarsi davanti a D-O: la teshuvà suscitata dal timore non comporta la completa abnegazione della persona a D-O, ed anzi, la sua è più simile ad una forma di abnegazione forzata, dovuta al timore del proprio padrone. Il risultato di un tale servizio non comporta alcuna trasformazione: i peccati cessano di essere peccati, ma non si trasformano in un qualcosa di nuovo, non divengono dei meriti. Non è così invece nel caso della teshuvà che deriva dall’amore, quando il servizio spirituale della persona e la sua abnegazione nei confronti di D-O la portano ad una dedizione assoluta verso l’oggetto del suo amore, da fare in questo modo della persona stessa un essere totalmente nuovo, con il risultato che i suoi precedenti peccati vengono trasformati in meriti.

Un’elevazione ai livelli più alti
Ora si potrà anche comprendere la differenza fra l’incenso offerto a Yom Kippùr e quello portato durante il resto dell’anno. Come abbiamo detto, la funzione generale del servizio dell’offerta dell’incenso è quella di trasformare ed elevare cose di basso livello verso la santità. Il livello di elevazione che può essere raggiunto, si differenzia comunque nel caso dell’incenso offerto a Yom Kippùr, rispetto a quello del resto dell’anno, così come accade per la teshuvà. L’incenso che viene offerto durante l’anno è simile all’aspetto della teshuvà che viene dal timore, che si limita a liberare la persona dalla sordidezza del peccato. L’offerta dell’incenso a Yom Kippùr è simile invece alla teshuvà di Yom Kippùr, una teshuvà che scaturisce dall’amore per D-O. Pur occupandosi anche questo servizio di ciò che sta al livello più basso, eliminandone lo ‘sporco’, esso comprende però anche l’aspetto positivo del dare esistenza ad una nuova entità, trasformando cose materiali ed inferiori (iniquità) in santità (meriti). Ciò spiega anche l’importanza così cruciale del maalè ashàn, l’erba ‘eleva-fumo’, per l’offerta dell’incenso a Yom Kippùr. Il tema di Yom Kippùr è quello di elevarsi ad un livello di infinitezza, completamente al di là del regno della limitatezza e della materialità del mondo, per portare in essere qualcosa di assolutamente nuovo. Per fare ciò, c’è bisogno del maalè ashàn, qualcosa che simbolizzi l’elevazione dell’incenso ai livelli più alti.
(Basato su Likutèi Sichòt, vol. 14, pag. 127 – 131)

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