“Sul monte”, con orgoglio Pubblicato il 12 May, 2019

Behar significa ‘sul monte’. Il monte Sinai rappresenta la sintesi di due potenziali. Da un lato si tratta della “più bassa fra tutte le montagne”, un simbolo di umiltà, mentre dall’altro lato esso è purtuttavia una montagna, simbolo di orgoglio e forza. Nell'Ebreo è necessaria la fusione complementare di orgoglio e umiltà.

Un dibattito dei nostri Saggi
Diverse sono le opinioni dei nostri Saggi sul tema dell’orgoglio. Rav Chiyya bar Ashi dice, a nome di Rav: “Uno studioso di Torà deve possedere una sessantaquattresima parte (di orgoglio)” [cosicchè il frivolo non si comporti con lui in modo arrogante ed accetti le sue parole (Rashi).] Rava afferma: “Chiunque possieda (orgoglio) merita di essere ostracizzato. Chi (al contrario) manchi totalmente di questo attributo, merita di essere messo al bando.” La spiegazione che Rashi ci fornisce di ciò è che, se egli non ha neppure una minima parte di orgoglio, i suoi concittadini non lo rispetteranno ed egli non avrà la forza di riprenderli. Rav Nachman bar Izchàk invece dice: “Non esso (l’orgoglio), nè una minima parte di esso. È di così scarsa importanza ciò che è scritto: ‘Tutti coloro che hanno un cuore orgoglioso sono un’abominazione per D-O’”? L’orgoglio infatti deriva da un apprezzamento, a volte realistico ed a volte no, dei propri successi e delle proprie possibilità, e quando una persona si inorgoglisce dei propri successi, anche se questo orgoglio è giustificato, egli rinnega con esso, almeno in parte, la Provvidenza Divina. Con il suo inorgoglirsi, infatti, la persona ascrive il successo ai propri sforzi. Se egli realizzasse qual’è la verità, e cioè che tutta la sua riuscita è un dono che gli viene da D-O, che è Lui che gli fornisce la possibilità di riuscire, non proverebbe orgoglio. Egli riconoscerebbe piuttosto con gratitudine l’operare della mano di D-O. Ciò non viene a minimizzare l’importanza degli sforzi di una persona. È scritto: “E D-O ti benedirà in tutto ciò che farai”, il che significa che uno sforzo da parte della persona è necessario. Senza di esso, gli mancherebbe un mezzo di ricezione della benedizione Divina. Ma i suoi sforzi non sono altro che un mezzo, appunto, e la fonte del suo successo è la benedizione Divina. E quando il successo deriva dalla benedizione Divina, non vi è ragione per l’individuo di provare una sensazione di orgoglio personale.

Raggiungere un potenziale più profondo
Abbiamo visto però che, secondo altri Saggi, una piccola quantità di orgoglio costituisce un vantaggio, in quanto fino a che una persona non afferma se stessa con sicurezza, le sue parole non verranno prese in considerazione dagli altri. Ed anche in relazione alla persona stessa, senza una certa misura di autostima e fiducia in se stessa, essa non riuscirà a far fronte ed a resistere davanti alle prove ed alle sfide della vita. Sensazioni di soddisfazione ed orgoglio, inoltre, incrementano la gioia, che rappresenta un componente fondamentale del servizio Divino. È comunque possibile cogliere gli aspetti positivi dell’orgoglio, senza subirne le conseguenze negative: vi è infatti una fonte più profonda per l’orgoglio, di quella fondata su se stessi, sulle proprie abilità e sui propri successi. D-O ci ha “santificati attraverso i (Suoi) precetti, e… ci ha avvicinato al (Suo) servizio,” conferendoci un legame di vicinanza con Lui, e la missione di elevare e purificare il mondo in generale. Una consapevolezza di questo legame ed una dedizione a questa missione, generano una sensazione interiore e profonda di orgoglio, soddisfazione e realizzazione.

Sintesi e non conflitto
Questo approccio consente una fusione complementare di orgoglio e umiltà. Sviluppare l’umiltà e l’altruismo porta la persona ad incrementare il proprio legame con D-O e la propria dedizione al Suo servizio. Ciò, a sua volta, fornisce alla persona risorse di orgoglio e di stima molto più profonde. Di fatto, questa sensazione di orgoglio è molto più forte di quella generata dall’apprezzamento delle proprie qualità. Un orgoglio egocentrico è limitato, e può essere raffreddato e affievolito da una forte opposizione o da una dura prova. La forza che deriva invece alla persona dal suo impegnarsi nell’adempimento della volontà di D-O, riflette la forza infinita di D-O Stesso. Su questa via, non c’è ostacolo che possa frapporsi. È a questo concetto che i nostri Saggi si riferiscono quando dicono: “Il servo di un re è come il re stesso.” Un servo non è considerato come un’entità separata dal suo padrone, ma piuttosto come una sua estensione. La sicurezza manifestata dal servo non è quindi la sua propria, ma quella del suo padrone e trasmette tutto il potere della posizione del suo padrone. Analogamente, una persona completamente dedita al servizio Divino, scopre risorse molto più potenti di forza interiore di quelle che egli possiede di suo. Egli irradia iniziativa ed energia e dimostra anche quel controllo maturo che è necessario ad incanalare queste energie in sforzi produttivi.

Un esempio personificato
Questo tipo di sicurezza lo si trova esemplificato in Moshè, nostro maestro. Egli stesso disse al popolo Ebraico: “Io sto fra D-O e voi”, e scrisse il verso: “E non è mai più sorto in Israele un profeta come Moshè.” Nonostante ciò, egli era “più umile di qualsiasi altra persona sulla faccia della terra.” Moshè non vedeva orgoglio ed umiltà come tendenze in conflitto. Nonostante fosse consapevole della grandezza della missione che gli era stata affidata e sapesse di aver ricevuto qualità uniche, che gli avrebbero permesso di portare a compimento questa missione, tutto ciò non lo portò ad un orgoglio personale. Al contrario, egli sapeva che quelle qualità gli erano state date da D-O e che esse non erano il frutto di un suo sforzo particolare. Inoltre, egli credeva anche che, se questi doni fossero stati dati ad un altro, quella persona sarebbe riuscita meglio di lui. E proprio grazie a questa umiltà, egli fu in grado di utilizzare pienamente tutto il potenziale che gli era stato dato, per portare a termine la sua missione.

La simbologia offertaci dal Sinai
Questi concetti si riflettono nel nome della parashà: ‘Behar’. Behar significa ‘sul monte’. In particolare, qui, ci si riferisce al monte Sinai, il monte dove fu data la Torà. Il monte Sinai rappresenta la sintesi dei due potenziali di cui si è parlato. Da un lato si tratta della “più bassa fra tutte le montagne”, un simbolo di umiltà, mentre dall’altro lato esso è purtuttavia una montagna, simbolo di orgoglio e forza. Ed è proprio la fusione di questi due opposti che ha fatto del Sinai “la montagna di D-O”, il luogo dove D-O scelse di rivelare la Sua Presenza e trasmettere il Suo insegnamento. Vi è però qui qualcosa di particolare da notare. La parashà non si chiama Behar Sinai, “Sul monte Sinai”, ma Behar, “Sul monte”. Le qualità dell’orgoglio e della forza sono enfatizzate, mentre non lo è così l’influenza moderatrice dell’umiltà del Sinai. In conclusione, si può dire che l’espressione Behar Sinai, ‘sul Monte Sinai’, si riferisce alla persona che si ricorda di sottomettere il proprio senso di importanza. Il fatto che questo sforzo sia necessario, indica però che la sua umiltà non comprende tutto il suo essere. Quando una persona ha invece totalmente sublimato la sua personalità individuale alla missione di cui D-O lo ha incaricato, egli non deve ricordare a se stesso la necessità di essere umile; l’interesse personale non riveste alcuna importanza per lui. È questo il significato espresso dall’espressione Behar, “sul monte”: che la persona si ponga in modo orgoglioso, saldamente radicata nella forza che egli riceve dalla sua fermezza nello scopo. Questa fermezza e determinatezza permetterà al nostro popolo di superare tutte le sfide che lo contrastano in questi ultimi momenti dell’esilio, e di arrivare ad accogliere Moshiach. Possa ciò accadere nell’immediato futuro!
(Adattato da Likutèi Sichòt, vol. 1, pag. 276; vol. 22, pag.159)

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