Un occultamento che non è un occultamento Pubblicato il 3 October, 2019

La parashà Vayèlech viene spesso letta nello Shabàt Teshuva, lo Shabàt compreso nei 10 giorni di teshuvà, che vanno da Rosh HaShanà a Yom Kippur. Ciò ci indica un nesso interiore fra la parashà e la teshuvà (pentimento, ritorno).

“E volgerò il Mio volto da loro” (Devarìm 31:17)
La parashà Vayèlech viene spesso letta nello Shabàt Teshuva, lo Shabàt compreso nei 10 giorni di teshuvà, che vanno da Rosh HaShanà a Yom Kippur. Ciò ci indica un nesso interiore fra la parashà e la teshuvà (pentimento, ritorno). In questa parashà, infatti, compaiono parole di ammonimento su cosa accadrà al popolo d’Israele, nel caso, D-O non voglia, esso abbandoni la Torà ed i precetti, e questo con lo scopo di risvegliare i cuori al pentimento. Noi dobbiamo sapere che c’è una differenza fra la ‘normale’ teshuvà e quella inerente a questo particolare Shabàt. Nello Shabàt Teshuva, noi non facciamo teshuvà in uno stato di amarezza, ma piuttosto con gioia, poiché siamo consapevoli che il suo scopo è quello di avvicinarci sempre più a D-O. Deve potersi trovare quindi un simile tipo di teshuvà anche nella parashà di questa settimana.

Solo immaginazione
E infatti, la cosa è allusa nel verso che dice: “La Mia ira si accenderà… li abbandonerò e volgerò il Mio volto da loro”. Noi troviamo qui due avvertimenti. Il primo: se i Figli d’Israele si allontaneranno dalle vie della Torà, D-O li abbandonerà e non vigilerà più su di loro, e su di essi cadranno di conseguenza gravi disgrazie. Il secondo: oltre alle disgrazie stesse, D-O nasconderà anche il Suo volto da noi e non darà ascolto alle nostre grida. Se però noi esaminiamo più in profondità il testo della Torà, vediamo che in queste ammonizioni è alluso anche il grande amore di D-O per il popolo d’Israele. D-O non dice che si ‘tapperà le orecchie’ o ‘chiuderà gli occhi’, per carità, per non sentirci e non vederci. Egli solamente ‘nasconderà’ il Suo volto a noi, cosa atta solo a creare in noi la sensazione, che Egli non veda le nostre disgrazie, ma di fatto Egli non distoglie i Suoi occhi da noi. Ed è proprio ciò che spiega Rashi: “Sarà come se Io non vedessi la loro angustia”.

Egli vede e soffre
Il Suo distogliere lo sguardo dalle nostre disgrazie non è quello che in realtà veramente accade, ma è solo la nostra immaginazione. D-O dice che creerà in noi questa sensazione, per risvegliare il popolo d’Israele, in modo che esso si penta e torni a Lui. Ciò è simile al caso di un padre che si nasconde dal figlio ribelle, così da far nascere in lui una sensazione di solitudine che lo spinga a cercare il padre e a tornare a lui. D-O Stesso, però, non soltanto vede e sente la nostra angustia, ma, ancor più: “Egli è partecipe con loro, in tutte le loro disgrazie” (Isaia 63:9). Quando il popolo d’Israele è sprofondato nelle angustie, anche D-O Stesso è immerso nelle stesse disgrazie e attende con trepidazione che i Figli d’Israele tornino a Lui con una teshuvà completa.

Teshuvà con gioia
Ciò mette in evidenza ed esprime l’immenso amore che D-O ha per il popolo d’Israele, tanto che, se anche il popolo pecca e gli volge le spalle, D-O non distoglie neppure per un attimo la Sua attenzione da esso. Anche se Egli nasconde il Suo volto da noi per risvegliare il nostro pentimento e il nostro desiderio di tornare a Lui, non è questo un vero e proprio occultamento, poiché Egli continua a sentire e a vedere tutto. Questa consapevolezza deve portarci ad uno stato di grande gioia, anche nei momenti di angustia, cosicché anche la nostra teshuvà sia fatta con gioia e con amore, e ciò ci farà meritare che anche D-O si riveli a noi, faccia a faccia, con affetto e amore manifesto e ci elargisca tutte le benedizioni che vengono dalla Sua mano piena, aperta, santa ed ampia, con un bene che sia per noi visibile e manifesto.
(Da Likutèi Sichòt, vol. 34, pag.194)

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